{"id":31260,"date":"2015-07-20T00:00:00","date_gmt":"2015-07-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/mo-limpatto-dellaccordo-di-vienna\/"},"modified":"2017-11-03T15:20:37","modified_gmt":"2017-11-03T14:20:37","slug":"mo-limpatto-dellaccordo-di-vienna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/07\/mo-limpatto-dellaccordo-di-vienna\/","title":{"rendered":"MO: l\u2019impatto dell\u2019accordo di Vienna"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019accordo raggiunto il 14 luglio a Vienna fra l\u2019Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza pi\u00f9 la Germania e l\u2019Unione europea (Ue) dovr\u00e0 essere ben accudito per funzionare. <\/p>\n<p>Tuttavia, mentre molti si preoccupano dell\u2019efficacia dei controlli e delle salvaguardie della comunit\u00e0 internazionale ove l\u2019Iran venisse meno ai suoi impegni e, pi\u00f9 o meno nascostamente, procedesse verso un utilizzo militare della sua industria nucleare, la ragione per ben accudirlo \u00e8 piuttosto di capire se esso apre nella regione dinamiche politiche nuove, nel cui ambito l\u2019accordo possa diventare un fattore di ordine e pacificazione. <\/p>\n<p>In fondo \u00e8 questo che l\u2019opinione pubblica mondiale si aspetta dall\u2019accordo, al di l\u00e0 della sua pura e semplice logica di non proliferazione. <\/p>\n<p><b>Ottimisti e pessimisti<\/b><br \/>   Gli ottimisti pensano che la firma dell\u2019accordo testimonia del rafforzamento delle correnti moderate dell\u2019Iran: le risorse economiche che la fine delle sanzioni metter\u00e0 finalmente a disposizione del paese serviranno a liberalizzarlo e modernizzarlo, a rafforzare ulteriormente le correnti moderate che l\u2019hanno voluto e quindi a favorire tendenze alla pace e alla cooperazione nella regione. <\/p>\n<p>I pessimisti, invece, pensano che i moderati resteranno deboli come sono e che delle risorse disporranno i duri del regime che lo utilizzeranno per rafforzare il programma di influenza politica e militare che Teheran conduce in Siria, in Iraq, nello Yemen, in Palestina,insomma nelle varie guerre indirette che oggi dominano il panorama del Medio Oriente e del Nord Africa.<\/p>\n<p>In entrambi gli scenari c\u2019\u00e8 del vero. Il risultato effettivo dipender\u00e0 dalle politiche che gli attori coinvolti porranno in essere e dalla loro efficacia. In questo senso l\u2019accordo va accudito e gli attori esterni conservano una forte responsabilit\u00e0 circa la direzione che le cose prenderanno.<\/p>\n<p>Il contesto politico e strategico in cui l\u2019accordo di Vienna si colloca non \u00e8 di per s\u00e9 favorevole ad un\u2019evoluzione cooperativa della regione. Cos\u00ec com\u2019\u00e8 oggi sembra destinato a favorire pi\u00f9 lo scenario dei pessimisti che quello degli ottimisti.<\/p>\n<p><b>Un contesto non favorevole<\/b><br \/>\u00c8 vero che l\u2019accordo ritarda lo sviluppo dell\u2019impiego militare dell\u2019industria nucleare iraniana, ma le circostanze del lungo e difficile negoziato hanno confermato agli occhi delle altre potenze regionali le capacit\u00e0 industriali e scientifiche dell\u2019Iran. Al tempo stesso le limitazioni poste dall\u2019accordo a tali capacit\u00e0 non appaiono del tutto convincenti. L\u2019accordo non ha avuto un effetto positivo sulle percezioni strategiche delle altre potenze regionali.<\/p>\n<p>Per il futuro la conferma delle capacit\u00e0 industriali e nucleari iraniane incombe sulle potenze sunnite e assai probabilmente provocher\u00e0 uno sviluppo dell\u2019industria nucleare saudita e turca, forse anche egiziana, non meno ambiguo nei suoi fini di quello che si \u00e8 prodotto in Iran, cio\u00e8 ironicamente potrebbe avere un effetto di proliferazione regionale (un\u2019eventualit\u00e0 che da sempre molti considerano in fondo positiva, perch\u00e9 a quel punto la necessit\u00e0 di un\u2019intesa di non proliferazione regionale diverrebbe cogente: ma qui siamo al dopodomani).<\/p>\n<p><b>Rischio di proliferazione regionale<\/b><br \/>Inoltre, nell\u2019immediato, dal punto di vista sunnita l\u2019accordo \u00e8 ininfluente rispetto all\u2019equilibrio esistente delle forze e agli sviluppi sul terreno. L\u2019Iran resta un problema, non tanto perch\u00e9 nessuna delle potenze sunnite crede che davvero Teheran fermer\u00e0 lo sviluppo bellico della sua industria nucleare, ma soprattutto perch\u00e9 in s\u00e9 e per s\u00e9 l\u2019accordo non altera la proiezione politica e militare dell\u2019Iran e dei suoi alleati in atto nella regione, anzi d\u00e0 loro maggior libert\u00e0 d\u2019azione &#8211; appunto secondo l\u2019ipotesi dei pessimisti.<\/p>\n<p>Infine, l\u2019accordo emerge sullo sfondo di una politica americana che invece di rafforzare l\u2019alleanza fra gli Usa e le potenze moderate sunnite della regione (l\u2019Arabia Saudita e la Turchia) la indebolisce perch\u00e9 queste potenze moderate la percepiscono come l\u2019ennesimo regalo strategico fatto dagli Usa all\u2019Iran dopo il rovesciamento di Saddam e la conseguente consegna dell\u2019Iraq agli sciiti.<\/p>\n<p>Questa percezione si incastra poi con il fatto che Usa e potenze sunnite hanno nemici strategici diversi: per gli Usa \u00e8 il sedicente Stato islamico, per Riad e Ankara \u00e8 l\u2019Iran con i suoi alleati, fra cui in particolare il regime di Assad. <\/p>\n<p>In principio il nemico comune \u00e8 l\u2019Is, con tanto di coalizione anti-Is al seguito. Non che per Riad (meno per Ankara) l\u2019Is non sia un nemico importante, ma gli alleati sunniti della regione, a differenza di quanto Washington lascia fare, non vogliono combatterlo fianco a fianco dell\u2019Iran, perch\u00e9 ai loro occhi questo sposta l\u2019equilibrio supremo delle forze regionali verso Teheran.<\/p>\n<p><b>L\u2019imbarazzo degli Stati Uniti<\/b><br \/>L\u2019Amministrazione non manca di dare rassicurazione (ai sauditi, ma anche agli israeliani), come per esempio l\u2019incontro a Camp David con i membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo dedicato alla sicurezza. Nondimeno la percezione fondamentale che prevale oggi fra gli alleati regionali degli Usa \u00e8 fortemente erosa.<\/p>\n<p>Per tutte queste ragioni, il contesto politico in cui l\u2019accordo emerge pi\u00f9 che favorire una dinamica di moderazione in Iran &#8211; tale da tradursi poi in un miglioramento dei rapporti nella regione &#8211; introdurre un migliore equilibrio fra Iran e Arabia Saudita, fra l\u2019asse sciita e le potenze sunnite, sembra dare pi\u00f9 margine ai duri di Teheran e indebolire le alleanze filoccidentali sunnite. Sembra perci\u00f2 in sintonia con lo scenario dei pessimisti.<\/p>\n<p>Per evitare questa prospettiva gli Stati Uniti e le altre potenze interessate ad uno sviluppo pacifico nella regione dovrebbero ora andare oltre l\u2019accordo cambiando le proprie politiche e incoraggiando il cambiamento del contesto politico regionale in cui l\u2019accordo \u00e8 stato fatto.<\/p>\n<p><b>Andare oltre l\u2019accordo verso cambiamento<\/b><br \/>\u00c8 difficile attendersi uno sviluppo del genere dall\u2019amministrazione Obama, che se ne sta andando e ormai la sua politica l\u2019ha fatta: ha sacrificato la compattezza e la credibilit\u00e0 delle vecchie alleanze regionali (con l\u2019Arabia Saudita in particolare) all\u2019ottenimento di vantaggi opportunistici a breve nella lotta al terrorismo dell\u2019Is e di al-Qaida &#8211; in s\u00e9 e per s\u00e9, qualunque cosa ne dica l\u2019Amministrazione, un obiettivo di valore strategico dubbio.<\/p>\n<p>Mentre l\u2019Europa tace e la Russia lotta in Medio Oriente essenzialmente al fine di ottenere vantaggi altrove, la leadership che ha cominciato a raccogliersi attorno a Hillary Clinton nella prospettiva delle elezioni presidenziali pensa che gli Stati Uniti dovrebbero tornare ad appoggiare con pi\u00f9 coerenza gli alleati arabi sunniti (e quindi contrastare con decisione l\u2019espansione guidata dai duri di Teheran, senza aspettarsi che venga da s\u00e9, come conseguenza dell\u2019accordo di Vienna), ma anche che bisognerebbe tornare a promuovere una politica di riforme nel mondo arabo. <\/p>\n<p>In effetti, cos\u00ec com\u2019\u00e8 si \u00e8 degradato, specialmente in questi anni di presidenza Obama, il mondo arabo non \u00e8 certo in grado di offrire una soluzione ai conflitti con l\u2019Iran n\u00e9 alle lotte fra le sue varie anime jihadiste, salafite e moderniste. \u00c8 esso stesso fonte di conflitti.<\/p>\n<p><b>Politica di riforme nel Mondo arabo<\/b><br \/>Ma, dopo le esperienze dei decenni passati, non \u00e8 chiaro come si possa promuovere una politica di riforme nel mondo arabo e soprattutto con chi. D\u2019altra parte, calibrare una maggiore coerenza verso i paesi sunniti conservatori con la permanenza di un\u2019apertura agli iraniani non \u00e8 davvero facile.<\/p>\n<p>Un obiettivo da perseguire comunque e subito, in linea con un rafforzamento delle correnti liberale e democratiche dell\u2019Iran, \u00e8 una politica di equilibrata integrazione nel quadro dell\u2019economia capitalistica internazionale e di sostegno alla crescita del paese approfittando della fine delle sanzioni. <\/p>\n<p>Questo \u00e8 un compito che l\u2019Ue potrebbe assolvere anche al livello politico minimale in cui si trova, a patto che lo sviluppo delle relazioni economiche con l\u2019Iran post-sanzioni sia perseguito sotto la guida di una forte regia comune con obiettivi di crescita equilibrata del paese e non si riduca invece, come gi\u00e0 si intravvede, ad un assalto dei vari interessi nazionali, ognuno per proprio conto e senza nessuna bussola politica.<\/p>\n<p>.  <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019accordo raggiunto il 14 luglio a Vienna fra l\u2019Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza pi\u00f9 la Germania e l\u2019Unione europea (Ue) dovr\u00e0 essere ben accudito per funzionare. 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