{"id":31390,"date":"2015-08-03T00:00:00","date_gmt":"2015-08-02T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/israelepalestina-il-caso-di-susiya\/"},"modified":"2017-11-03T15:20:33","modified_gmt":"2017-11-03T14:20:33","slug":"israelepalestina-il-caso-di-susiya","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/08\/israelepalestina-il-caso-di-susiya\/","title":{"rendered":"Israele\/Palestina, il caso di Susiya"},"content":{"rendered":"<p>Il direttore della Ong israeliana Regavim, Ari Briggs, ha pubblicato, il 22 luglio, un editoriale sul <i>Jerusalem Post<\/i> intitolato \u201cL\u2019invenzione del villaggio di Susiya\u201d, in riferimento al piccolo villaggio palestinese che nelle ultime settimane ha attirato l\u2019attenzione della diplomazia e dell\u2019opinione pubblica internazionale per via della sua ventilata distruzione e del trasferimento forzato dei suoi abitanti.<\/p>\n<p>Facendo eco a un punto di vista piuttosto diffuso in Israele, l\u2019autore ha argomentato che \u201cle fotografie aeree, le dettagliate mappe e i diari di viaggio del XVIII e XIX secolo\u201d sono concordi nel mostrare che \u201ctale villaggio non sia mai esistito\u201d; e ha ricordato che Susiya si trova nell&#8217;Area C della Cisgiordania, dunque \u201csotto la piena autorit\u00e0 israeliana, in conformit\u00e0 con gli accordi di Oslo\u201d.<\/p>\n<p>Briggs, infine, ha chiarito che \u201cl\u2019area occupata dagli abusivi [squatters] \u00e8 stata storicamente utilizzata esclusivamente per i pascoli\u201d e ha sollecitato le autorit\u00e0 israeliane affinch\u00e9 demoliscano il villaggio per \u201cfar rispettare lo stato di diritto e un\u2019equa applicazione della legge\u201d.<\/p>\n<p><b>Il contesto storico<\/b><br \/>L\u2019esistenza di Susiya, che sorge su un suolo che \u00e8 di propriet\u00e0 privata dei suoi attuali abitanti, \u00e8 attestata almeno sin dal 1830. \u00c8 menzionato anche nella mappa (n. XXV) prodotta dal <i>Palestine Exploration Fund <\/i>nel 1880. Era principalmente abitato da un esiguo numero di pastori e contadini: alcuni di essi risidievano in pianta stabile nelle grotte circostanti, altri vi trascorrevano solo alcuni mesi dell\u2019anno (in funzione dei pascoli). <\/p>\n<p>\u00c8 degno di nota che larga parte dell\u2019area rientrava nella categoria <i>Musha<\/i>, ovvero terra considerata dagli abitanti locali come una compropriet\u00e0 a disposizione di clan familiari locali.<\/p>\n<p>L\u2019odierna Susiya \u00e8 distante alcune centinaia di metri dal precedente villaggio. Fu costruita nel 1986 da un gruppo di famiglie espulse dalla \u201cvecchia Susiya\u201d &#8211; dove a partire dal 1948 avevano trovato rifugio alcuni clan provenienti da al-Qaryatayn e altri villaggi rasi al suolo nel corso e a seguito del conflitto &#8211; per far posto a un\u2019area archeologica e a un sito turistico.<\/p>\n<p><b>Un\u2019equa applicazione della legge<\/b><br \/>Ancor prima del passato di Susiya, \u00e8 il riferimento agli accordi di Oslo e l\u2019appello per \u201cun\u2019equa applicazione della legge\u201d a sollevare alcuni importanti interrogativi. Secondo l\u2019organizzazione israeliana per i diritti sull\u2019edilizia, <i>Bimkom<\/i>, pi\u00f9 del 98% delle richieste di edificazione avanzate tra il 2010 e il 2014 da palestinesi nell\u2019Area C della Cisgiordania sono state rigettate.<\/p>\n<p>\u00c8 un dato ancora pi\u00f9 significativo se si considera che nei territori palestinesi esistono circa 100 insediamenti israeliani \u201cnon ufficiali\u201d &#8211; meglio conosciuti come \u201cavamposti\u201d, o \u201coutposts\u201d. Sebbene siano considerati illegali anche dalle autorit\u00e0 israeliane e siano stati costruiti in violazione delle leggi israeliane che regolano le progettazioni e le costruzioni nell\u2019area, essi ricevono ingenti sussidi, agevolazioni e protezione militare da parte dello Stato. <\/p>\n<p>Dieci di questi avamposti sono stati legalizzati dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nel 2012. Si stima che numerosi altri &#8211; in particolare quelli costruiti su suolo considerato come \u201cstate land\u201d (un concetto controverso che non ha <a href= \"http:\/\/www.al-monitor.com\/pulse\/fr\/contents\/articles\/originals\/2013\/05\/settlements-land-ownership-palestine-israel.html\" target= \"blank\"><b><u>precedenti<\/u><\/b><\/a> nella storia della regione) &#8211; beneficeranno del medesimo trattamento.<\/p>\n<p>Secondo <i>Peace Now<\/i>, circa il 77% dei coloni che si trasferiscono a vivere negli avamposti e negli insediamenti presenti in Cisgiordania lo fanno per ragioni legate alla qualit\u00e0 della vita: solo una minoranza di essi \u00e8 mosso da considerazioni di natura religiosa.<\/p>\n<p>La grande maggioranza degli insediamenti (compreso il pi\u00f9 invasivo, Ariel) e degli avamposti sono relativamente nuovi e non sono stati edificati su siti di rilevanza religiosa o storica: le loro origini, in particolare quelle dei cosidetti \u201csettlements blocks\u201d, sono in larga parte legati a fattori economici, nonch\u00e9 a questioni legate alla prossimit\u00e0 con le citt\u00e0 israeliane. Ci\u00f2 conferma che il tentativo di giustificare il trasferimento degli abitanti di Susiya \u00e8 basato su una valutazione selettiva della realt\u00e0 locale.<\/p>\n<p><b>Oslo versus Susiya<\/b><br \/>L\u2019articolo 31 degli accordi di Oslo stipul\u00f2 che \u201cnessuna delle due parti deve iniziare o adottare qualsiasi disposizione volta a cambiare lo status della Cisgiordania e della Striscia di Gaza\u201d. Sebbene ci\u00f2 si presti a differenti interpretazioni, \u00e8 altres\u00ec vero che ad ogni tornata di negoziati le autorit\u00e0 israeliane esigono che le parti in causa tengano conto della mutata realt\u00e0 demografica, fortemente influenzata dalle cospicue sovvenzioni e dagli sgravi statali garantiti tanto agli avamposti quanto agli insediamenti. <\/p>\n<p>Difficilmente essi possono essere considerati come un\u2019involontaria conseguenza delle politiche adottate nella regione. Essi mirano a condizionare lo status presente e futuro dell\u2019area.<\/p>\n<p>Invocare in modo selettivo gli accordi di Oslo &#8211; che tra l\u2019altro prevedevano un periodo di interim di massimo cinque anni &#8211;  \u00e8 un\u2019arma a doppio taglio che mal si concilia con le argomentazioni sostenute da quanti considerano legittima la demolizione di villaggi come quello di Susiya.<\/p>\n<p><b>Una prospettiva pi\u00f9 ampia<\/b><br \/>Susiya e decine di altri villaggi nella valle del Giordano e nelle colline a sud di Hebron sono parte di un quadro e di una strategia pi\u00f9 ampia. In assenza di un credibile intervento esterno multilaterale, le autorit\u00e0 israeliane si annetteranno l\u2019Area C della Cisgiordania (ovvero il 60% del totale), offrendo ai palestinesi ci\u00f2 che il ministro della Pubblica Istruzione Naftali Bennett ha definito una \u201cautonomy on steroids\u201d.<\/p>\n<p>Un tale scenario non richiede alcuna guerra, n\u00e9 la rimozione di tutta la popolazione residente nell\u2019area: ai pochi palestinesi che nei decenni a seguire riusciranno a rimanere nell\u2019Area C della Cisgiordania verr\u00e0 offerta la possibilit\u00e0 di ottenere la cittadinanza israeliana. <\/p>\n<p>Qualsiasi tentativo di raggiungere una soluzione diplomatica al conflitto israelo-palestinese deve trovare strumenti efficaci per opporsi a questo obiettivo destinato a compromettere ulteriormente il presente e il futuro della regione.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il direttore della Ong israeliana Regavim, Ari Briggs, ha pubblicato, il 22 luglio, un editoriale sul Jerusalem Post intitolato \u201cL\u2019invenzione del villaggio di Susiya\u201d, in riferimento al piccolo villaggio palestinese che nelle ultime settimane ha attirato l\u2019attenzione della diplomazia e dell\u2019opinione pubblica internazionale per via della sua ventilata distruzione e del trasferimento forzato dei suoi [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[95,115,158],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/31390"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=31390"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/31390\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":63125,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/31390\/revisions\/63125"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=31390"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=31390"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=31390"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}