{"id":31520,"date":"2015-08-28T00:00:00","date_gmt":"2015-08-27T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/libia-aspettando-laccordo-come-godot-o-agire\/"},"modified":"2017-11-03T15:20:29","modified_gmt":"2017-11-03T14:20:29","slug":"libia-aspettando-laccordo-come-godot-o-agire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/08\/libia-aspettando-laccordo-come-godot-o-agire\/","title":{"rendered":"Libia: aspettando l\u2019accordo come Godot o agire"},"content":{"rendered":"<p>Nella primavera del 1944 l&#8217;Unione Sovietica, esasperata dalla lunga, e sino a quel momento vana, attesa dell&#8217;apertura di un secondo fronte alleato in Europa che allentasse la pressione esercitata dalla Germania verso Est, scriveva su uno degli organi di stampa di regime &#8220;Ci sono due strade per un simile intervento. <\/p>\n<p>La prima \u00e8 quella naturale che prevede la discesa dall&#8217;alto dei cieli dell&#8217;Arcangelo Michele con la sua spada fiammeggiante. La seconda \u00e8 quella sovrannaturale, che troverebbe espressione in uno sbarco di forze Usa e del Commonwealth nei Paesi Bassi o nel Nord della Francia&#8221;.<\/p>\n<p>Una valutazione surreale che per\u00f2, fatti i dovuti adeguamenti, ben si adatta anche a quanto sta avvenendo in questo momento in area libica, dando con precisione l&#8217;idea di quale sia stato sino ad ora in questa crisi il comportamento di alcuni Paesi che dovrebbero essere fra i pi\u00f9 grandi del mondo. <\/p>\n<p>Paesi che, posti di fronte ad un incendio che divampa alle porte di casa, sono capaci soltanto di lanciarsi in sterili esortazioni, perennemente basate sulla speranza che alla fine sia qualcun altro ad impegnarsi, pagando di tasca propria ogni eventuale conto e rischiando di sporcarsi le mani in ci\u00f2 che la lunga inerzia internazionale ha permesso divenisse un terribile pantano di lotta fra fazioni.<\/p>\n<p><b>La lezione della ex Jugoslavia<\/b><br \/>Certo, la ricerca di una soluzione negoziale \u00e8 auspicabile in ogni crisi, qualsiasi siano la sua entit\u00e0 e le sue dimensioni. Altrettanto certo \u00e8 il fatto che eventuali canali di dialogo fra le parti debbano essere mantenuti aperti anche nei momenti in cui le armi fanno sentire con maggiore intensit\u00e0 la loro voce.<\/p>\n<p>Nel contempo per\u00f2 \u00e8 irenicamente assurdo sperare che tutti i contenziosi possano trovare una accettabile soluzione intorno ad un tavolo di trattative.<\/p>\n<p>Se ci si lascia guidare da questa idea si rischia di non concludere nulla e di ritrovarsi domani con una crisi ancora da risolvere ma approfondita e peggiorata dal trascorrere del tempo. E non si tratta della peggiore delle possibili ipotesi, considerato come il volere raggiungere un accordo a tutti i costi possa magari indurre le parti a concordare su tregue o paci talmente insostenibili da portare in s\u00e9 i germi di future, peggiori catastrofi.<\/p>\n<p>In particolare, come tra l&#8217;altro in tempi relativamente recenti ci hanno tragicamente dimostrato le guerre della dissoluzione jugoslava, ogni crisi ha un suo preciso momento di culmine superato il quale il bilancio di sangue versato \u00e8 divenuto tanto pesante, e gli odi reciproci cos\u00ec profondi, che diviene inutile sperare che le parti possano accettare di aprire un dialogo e condurlo avanti, pi\u00f9 o meno autonomamente, sino ad un accordo.<\/p>\n<p>Il dialogo, se dialogo ci sar\u00e0, potr\u00e0 soltanto essere imposto dall&#8217;esterno, da altri protagonisti pi\u00f9 forti, disposti ad impegnarsi in prima persona per costringere, sorvegliare, garantire. <\/p>\n<p>\u00c8 il ruolo che nella catastrofe jugoslava hanno svolto gli Stati Uniti, riuscendo a tirarsi dietro sotto le bandiere della Nato anche buona parte di una Unione europea (Ue) i cui sforzi si erano limitati sino a quel momento a sagge esortazioni alla ragione, tanto ripetute quanto vane.<\/p>\n<p><b>Interventi diplomatici internazionali \u2018leggeri\u2019<\/b><br \/>Nella crisi libica siamo ancora palesemente a quel medesimo stadio, nonostante il fatto che la situazione sull\u2019altra sponda del Mediterraneo divenga di giorno in giorno pi\u00f9 complicata e pericolosa, con l&#8217;Isis che potrebbe a breve scadenza dilagare a macchia d&#8217;olio da Sirte e che gi\u00e0 ora costella di focolai di infezione tutti i paesi vicini, primo fra tutti l&#8217;Egitto.<\/p>\n<p>Di fronte a simili dati di fatto che cosa possiamo mettere sul tavolo? Una iniziativa delle Nazioni Unite, affidata oltretutto non a una personalit\u00e0 di spicco che potrebbe conferirle l&#8217;adeguato peso politico ma ad un diplomatico spagnolo bravo quanto si vuole ma estremamente leggero sul piano della considerazione internazionale. <\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 cos\u00ec da stupirsi se l&#8217;esercizio diplomatico ha finito col trasformarsi in una ripetitiva e sterile partita di ping-pong fra il governo di Tobruk e quello di Tripoli, impegnati a rimpallarsi in eterno accuse e responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Alla mediazione delle Nazioni Unite s\u2019\u00e8 aggiunta di recente &#8220;l&#8217;esortazione&#8221; alle parti promossa dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni. Iniziativa certamente lodevole &#8211; cui hanno subito aderito alcuni fra i maggiori protagonisti della scena internazionale, ben contenti di avere trovato il modo di poter dire domani &#8220;Ho tentato di fare qualcosa!&#8221; -, ma che rischia di essere completamente inutile se non verr\u00e0 integrata a breve scadenza da misure concrete e decisive.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come essa \u00e8 ora, l&#8217;iniziativa ricorda infatti soltanto l&#8217;esortazione che San Filippo Neri rivolgeva ai bambini del suo oratorio: &#8220;Buoni, state buoni \u2026 se potete!&#8221;. No, questi bambini libici sono bambini che per il momento proprio non possono stare buoni!<\/p>\n<p><b>Che cosa possiamo fare? Alternative<\/b><br \/>Ritorna quindi, insistente e sino ad ora pressoch\u00e9 totalmente inevasa, la domanda &#8220;Che cosa possiamo fare&#8221;? E soprattutto che cosa pu\u00f2 fare l&#8217;Italia, un Paese che \u00e8 in prima fila per ci\u00f2 che riguarda gli elementi di danno e di rischio connessi alla crisi, ma che nel contempo assolutamente non dispone della forza necessaria a farvi fronte da sola?<\/p>\n<p>Al di l\u00e0 della tentazione di far tintinnare le sciabole, che sempre pi\u00f9 spesso si individua nell&#8217;ambito di alcuni settori della nostra politica e dei nostri mass media, da ogni equilibrata valutazione emerge infatti con impressionante chiarezza come un eventuale nostro sforzo in senso militare potrebbe concretizzarsi al massimo nell&#8217;invio in area di una forza composta da un totale di 10\/15 mila uomini: 15 nel caso in cui lo sforzo dovesse essere di breve durata, 10 se esso fosse destinato a prolungarsi nel medio e lungo termine.<\/p>\n<p>Una disponibilit\u00e0 tanto esigua di forze rende indispensabile per l&#8217;azione la costituzione di una qualsiasi forza multinazionale di dimensioni adeguate. Il che significa muoversi sotto una delle tre bandiere possibili, vale a dire in primo luogo quella delle Nazioni unite, poi quella della Nato ed infine quella della Ue.<\/p>\n<p>Non possedendo n\u00e9 la leadership degli americani n\u00e9 la disinvoltura neo colonialista della Francia non possiamo infatti pensare a \u2018coalitions of the willings\u2019 cui possano associarsi, sollecitati da una nostra iniziativa, altri Paesi dell&#8217;area mediterranea dotati, essi s\u00ec, di forze militari di entit\u00e0 sufficiente a configurare una forza di peacekeeping credibile. Il riferimento \u00e8 chiaramente all&#8217;Egitto e alla Algeria, minacciati quanto noi e per molti aspetti pi\u00f9 di noi dalla crisi libica.<\/p>\n<p><b>Non subordinare l\u2019azione al consenso libico<\/b><br \/>Perch\u00e9 esista domani una forza di peacekeeping &#8211; anzi per essere precisi di peaceenforcing! &#8211; destinata ad operare nel Paese occorre per\u00f2 che sin da oggi qualcuno inizi a proporne la costituzione nelle sedi dovute, chiarendo tra l&#8217;altro che essa dovrebbe comunque essere messa in piedi indipendentemente da quell&#8217;assenso congiunto dei due governi di Tobruk e di Tripoli, entrambi per molti versi illegittimi, che potrebbe in futuro venire o pi\u00f9 probabilmente non venire.<\/p>\n<p>\u00c8 tempo quindi che l\u2019Italia inizi a muoversi in quella direzione, cercando magari di dare forza alla sua voce con il tentativo di imporre la sicurezza europea come un unicum inscindibile che renda impossibile separare ci\u00f2 che avviene in questo momento a nord est, in Ucraina ed ovunque i nostri interessi contrastino con quelli russi, con quanto sta succedendo a sud, dall&#8217;altro lato di quel mare Mediterraneo che in questo particolare periodo storico unisce ed accomuna molto pi\u00f9 di quanto non separi.<\/p>\n<p>A corollario e a premessa, come pi\u00f9 volte gi\u00e0 indicato in sedi autorevoli ma mai realizzato, occorrerebbe cercare di tagliare i cordoni finanziari che ancora alimentano le fazioni in lotta permettendo loro di perpetuare gli scontri.<\/p>\n<p><b>Tagliare i cordoni finanziari<\/b><br \/>Una operazione quanto mai difficile, che da un lato richiederebbe adeguate pressioni politiche sui vari sponsor dei combattenti, un elenco molto lungo che coinvolge buona parte del mondo arabo, e non soltanto di quello. <\/p>\n<p>D&#8217;altro canto, invece, su scala nazionale, bisognerebbe costringere l&#8217;Eni a cercare altrove fornitori sostitutivi della aliquota di idrocarburi per cui ancora dipendiamo dalle forniture della Libia, interrompendo cos\u00ec oltre al flusso di petrolio e gas verso l\u2019Italia, anche quel continuo flusso di valuta che dall&#8217;Italia raggiunge la Banca centrale libica, organismo preposto a smistarlo poi in maniera equilibrata fra tutte le parti in lotta. <\/p>\n<p>Un flusso la cui esistenza fa s\u00ec che gli italiani possano essere annoverati non solo fra le maggiori vittime, ma altres\u00ec fra i maggiori responsabili del perdurare di questa crisi.<\/p>\n<p>Per quanto grandi possano apparire le difficolt\u00e0, bisogna quindi tentare di agire, essendo pronti se necessario ad adottare soluzioni imperfette e pericolose e sapendo che spesso bisogner\u00e0 scegliere il male minore e turarsi eventualmente il naso accettando se indispensabile alleati per molti versi discutibili.<\/p>\n<p>Il tutto nella piena consapevolezza del fatto che il tempo gioca contro di noi e ci obbligher\u00e0 quindi, qualora decidessimo di impegnarci, ad adottare tutta una serie di quelle &#8220;decisioni sul tamburo&#8221; che le grandi democrazie hanno sempre difficolt\u00e0 a concepire ed accettare.<\/p>\n<p>Ci sono soluzioni alternative? S\u00ec, forse quella di attendere anche noi la discesa dal cielo di un Arcangelo Michele armato di spada fiammeggiante e disposto a risolvere tutti i nostri problemi!<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nella primavera del 1944 l&#8217;Unione Sovietica, esasperata dalla lunga, e sino a quel momento vana, attesa dell&#8217;apertura di un secondo fronte alleato in Europa che allentasse la pressione esercitata dalla Germania verso Est, scriveva su uno degli organi di stampa di regime &#8220;Ci sono due strade per un simile intervento. 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