{"id":32660,"date":"2015-12-21T00:00:00","date_gmt":"2015-12-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/litalia-tra-iraq-e-libia\/"},"modified":"2017-11-03T15:18:21","modified_gmt":"2017-11-03T14:18:21","slug":"litalia-tra-iraq-e-libia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2015\/12\/litalia-tra-iraq-e-libia\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia tra Iraq e Libia"},"content":{"rendered":"<p>Nel discutere su cosa pu\u00f2 fare militarmente l\u2019Italia per combattere il sedicente \u201cstato islamico\u201d , Isis, sarebbe utile ricordarsi di cosa gi\u00e0 fa il Paese nei teatri di crisi mediorientali, e di come ogni intervento militare &#8211; in Iraq, Libia o Siria &#8211; debba essere inquadrato in una strategia politico-diplomatica e non ridursi a una mera accettazione di richieste alleate.<\/p>\n<p><b>Le missioni italiane in Iraq, Libano e Afghanistan<\/b><br \/>Nel momento in cui la Francia ha chiesto agli alleati europei di contribuire maggiormente alla lotta contro il terrorismo fondamentalista e l\u2019Isis, ha fatto notizia la decisione tedesca di inviare un contingente militare in Mali a sostegno delle operazioni francesi, stante la tradizionale ritrosia di Berlino a partecipare a missioni internazionali con un certo tasso di rischio.<\/p>\n<p>Meno attenzione hanno suscitato le <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=3234\" target= \"blank\"><b><u>decisioni dell\u2019Italia<\/u><\/b><\/a>, prima e dopo gli attentati di Parigi, di confermare, ed in alcuni casi incrementare, una serie di impegni militari significativi, tanto per quantit\u00e0 e qualit\u00e0 dei contingenti dispiegati quanto per i rischi associati alla missione.<\/p>\n<p>Partendo dall\u2019Iraq, al centro dell\u2019attenzione mediatica italiana per la diga di Mosul, attualmente operano circa 530 militari italiani nella missione Prima Parthica, contingente di cui a novembre \u00e8 stato deciso l\u2019aumento a 750 unit\u00e0. <\/p>\n<p>Sulla base delle risoluzioni Onu 170\/2014 e 2178\/2014 e della richiesta ufficiale del governo di Baghdad, la missione, inquadrata nella <i>coalition of the willing <\/i>a guida Usa addestra le forze di sicurezza irachene e curde, fornendo assistenza, soprattutto aerea, nel contrasto all\u2019Isis.<\/p>\n<p>Rimanendo nei teatri a tiro del \u201ccaliffato\u201d, dal 2007 l\u2019Italia ha il comando della missione Unifil delle Nazioni Unite in Libano, forte di 11 mila truppe nella delicata posizione tra Israele, Hezbollah e quel che resta della Siria, schierando finora un contingente nazionale di circa 1.100 unit\u00e0 (contro i 62 militari tedeschi, 800 francesi e 600 spagnoli e zero britannici).<\/p>\n<p>In Afghanistan, nell\u2019ambito della missione Nato <i>Resolute Support<\/i>, l\u2019Italia dispiega circa 830 unit\u00e0 come la Germania (la Gran Bretagna ne impiega 450 e la Francia zero) e continua ad assistere le forze di sicurezza afgane nel tenere testa a insorti e terroristi imbaldanziti dal ritiro del grosso delle truppe occidentali avvenuto nel 2014.<\/p>\n<p>A questi tre impegni principali, si affiancano contributi italiani relativamente importanti in missioni internazionali di dimensioni pi\u00f9 ridotte, dispiegate in altri teatri di crisi a rischio terrorismo fondamentalista, quali le missioni Ue di addestramento delle forze di sicurezza governative in Afghanistan, Mali e Somalia.<\/p>\n<p>Il significativo contributo italiano fin qui descritto &#8211; sia in termini assoluti sia in proporzione ai principali Paesi europei, sia quanto a ruoli di comando e qualit\u00e0 degli assetti impiegati &#8211; ha mostrato grande continuit\u00e0 nonostante le sfide sul terreno e il costo in termini di risorse militari, economiche ed in alcuni casi di vite umane.<\/p>\n<p>A conti fatti, in Libano sono stati dispiegati sotto bandiera Onu quasi novemila militari italiani in 8 anni, mentre in Afghanistan hanno servito nelle due missioni Nato oltre 45 mila connazionali in divisa nell\u2019arco di 10 anni.<\/p>\n<p><b>Come fare di pi\u00f9 contro il \u201c Califfato\u201d<\/b><br \/>\u00c8 in questo contesto di sforzo significativo e costante di stabilizzazione anche con compiti di combattimento (senza contare le missioni ancora in corso nei Balcani o quelle di contrasto alla pirateria nel Golfo di Aden) che va misurato il \u201cfare di pi\u00f9\u201d da parte dell\u2019Italia contro l\u2019Isis.<\/p>\n<p>Ma quella delle risorse gi\u00e0 impegnate e realisticamente impegnabili, peraltro a fronte di ridotte spese per la difesa e dell\u2019impiego di circa 4.800 militari nelle citt\u00e0 italiane a sostegno delle gi\u00e0 numerose forze di polizia, \u00e8 solo una faccia della medaglia. L\u2019altra faccia \u00e8 quella della strategia al cui interno \u00e8 utilizzato lo strumento militare che dovrebbe fissarne gli obiettivi politici e la cornice diplomatica affinch\u00e9 l\u2019uso della forza abbia chance di successo.<\/p>\n<p>Non occorre conoscere Clausewitz, secondo cui la guerra \u00e8 la prosecuzione della politica con l\u2019aggiunta di altri mezzi, per comprendere che senza un accordo tra le potenze regionali e le fazioni locali loro <i>clientes<\/i>, mediato e garantito dall\u2019Occidente, il mero bombardamento aereo di obiettivi Isis, a Raqqa ieri o eventualmente a Sirte domani, \u00e8 militarmente poco utile e politicamente molto dannoso.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non vuol dire per l\u2019Italia tirarsi indietro quando la solidariet\u00e0 europea viene invocata dopo gli attacchi di Parigi, ma significa piuttosto collocare la <a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=3232\" target= \"blank\"><b><u>riflessione<\/u><\/b><\/a> e la pianificazione riguardo un nuovo o maggiore impegno militare all\u2019estero in un adeguato contesto politico-diplomatico, in modo da servire davvero la sicurezza internazionale e gli interessi nazionali.<\/p>\n<p><b>Sicurezza internazionale e interessi italiani<\/b><br \/>Sicurezza internazionale e interessi nazionali sono due obiettivi che in larga parte coincidono, in quanto l\u2019Italia trae beneficio diretto o indiretto da un quadro globale pi\u00f9 sicuro e stabile, ma che non si sovrappongono completamente.<\/p>\n<p>Ad esempio, \u00e8 evidente che Libia e Mali sono due <i>vulnus <\/i>della sicurezza internazionale rilevanti per Roma, ma l\u2019interesse nazionale italiano \u00e8 molto pi\u00f9 forte nel primo caso che nel secondo per motivi di sicurezza, economici, energetici, storici e geografici, e non basta la solidariet\u00e0 alla Francia per invertire questo ordine di priorit\u00e0.<\/p>\n<p>Allo stesso tempo, non bisogna vedere i teatri di crisi della regione euro-mediterranea come isolati l\u2019uno dall\u2019altro, n\u00e9 dal punto di vista della minaccia &#8211; specialmente data la natura transnazionale dell\u2019Isis e le dinamiche di competizione regionale &#8211; n\u00e9 della risposta, perch\u00e9 gli <a href= \"http:\/\/www.iai.it\/sites\/default\/files\/iai1525.pdf\" target= \"blank\"><b><u>alleati Nato<\/u><\/b><\/a> a cui Roma potrebbe chiedere appoggio per la stabilizzazione della Libia sono sostanzialmente gli stessi interessati ad un contributo italiano in Siria, Iraq o Mali.<\/p>\n<p>La sicurezza nella regione euro-mediterranea \u00e8 per l\u2019Italia una questione tanto importante quanto complessa e articolata, rispetto alla quale il dibattito pubblico dovrebbe guardare alla luna e non al dito che la indica.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel discutere su cosa pu\u00f2 fare militarmente l\u2019Italia per combattere il sedicente \u201cstato islamico\u201d , Isis, sarebbe utile ricordarsi di cosa gi\u00e0 fa il Paese nei teatri di crisi mediorientali, e di come ogni intervento militare &#8211; in Iraq, Libia o Siria &#8211; debba essere inquadrato in una strategia politico-diplomatica e non ridursi a una [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[167,96,99,110,140],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/32660"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=32660"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/32660\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":61902,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/32660\/revisions\/61902"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=32660"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=32660"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=32660"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}