{"id":3380,"date":"2006-11-10T00:00:00","date_gmt":"2006-11-09T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/loccidente-a-tre-mesi-dal-libano\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:12","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:12","slug":"loccidente-a-tre-mesi-dal-libano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/loccidente-a-tre-mesi-dal-libano\/","title":{"rendered":"L\u2019occidente a tre mesi dal Libano"},"content":{"rendered":"<p>A circa tre mesi dalla fine della guerra di Israele con il Partito di Dio e il Libano,  gli eventi corrono senza dare segno di essere ingabbiati in una qualche dinamica politica e diplomatica. In Libano, la guerra ha acuito la polarizzazione fra il blocco filo-occidentale e quello filo-siriano e iraniano: il Movimento del 14 marzo e la coalizione che fa capo al Partito di Dio. Dietro questo ascendere della tensione in Libano c\u2019\u00e8 sicuramente l\u2019inquietudine siriana per l\u2019inchiesta sull\u2019assassinio del presidente Hariri. Nel contempo, il governo israeliano continua la sua vana pressione militare su Gaza in risposta all\u2019altrettanto vana sfida di chi lancia i missili Qassam e detiene il caporale Shalit. Si rafforza il circolo vizioso fra  l\u2019irrigidimento politico di Gerusalemme e lo sfarinamento politico dei palestinesi, sicch\u00e9 sempre pi\u00f9 problematica appare qualsivoglia prospettiva negoziale \u2013 e anche solo esistenziale.<\/p>\n<p>Il risultato di queste tendenze, in una regione in cui ormai tutto si tiene, \u00e8 una forte ansia dei regimi moderati, un\u2019esasperazione trasversale delle opinioni pubbliche, e il rafforzarsi della potenza regionale dell\u2019Iran, con le proiezioni e le tracimazioni in Occidente che ben si conoscono.<\/p>\n<p><b>Lavorio diplomatico<\/b><br \/>A fronte di questi sviluppi si sente un grande ronzio diplomatico ma non \u00e8 chiaro se la comunit\u00e0 internazionale stia davvero approfittando dello spiraglio di opportunit\u00e0 che gli eventi dell\u2019estate sembravano aver aperto. Il problema strategico sta nel conciliare le singole crisi con il loro carattere accentuatamente comprensivo e regionale. Le singole crisi sono tutte molto gravi e legate strettamente l\u2019una all\u2019altra nella regione. Come affrontare un sistema di crisi cos\u00ec complesso? Si deve trovare il bandolo della matassa e procedere crisi per crisi sullo sfondo di un disegno complessivo, oppure si deve creare uno strumento diplomatico comprensivo \u2013 una conferenza internazionale \u2013 per giocare quanto pi\u00f9 possibile a carte scoperte?<\/p>\n<p>In Europa, i Governi sembrano propendere per la prima strategia. Un diplomatico tedesco ha sottolineato la necessit\u00e0 di formulare una \u201cgoal map\u201d, quindi una lista di obiettivi, certamente legati fra loro da interazioni e priorit\u00e0; una lista da ordinare in un progetto, unico e flessibile al tempo stesso. Alcuni Governi, come quello italiano, indicano esplicitamente e pressantemente la priorit\u00e0 del conflitto fra Israele e i palestinesi. Altri la necessit\u00e0 di reintegrare la Siria onde consentirle di togliersi dal micidiale arrocco in cui oggi si trova sullo scacchiere regionale. Non appena si riflette a queste priorit\u00e0, ci si avvede tuttavia che, almeno all\u2019inizio, non \u00e8 possibile individuare un bandolo della matassa. Occorrer\u00e0 lavorare singolarmente e di conserva sui diversi \u201cgoal\u201d, avendo per\u00f2 in mente una sequenza che, a un certo momento, consenta di ricomporre la fondamentale unit\u00e0 del quadro.<\/p>\n<p>L\u2019indicazione della priorit\u00e0 palestinese pu\u00f2 non essere immediatamente operativa rispetto alle crisi regionali contigue \u2013 quelle del Vicino Oriente. Essa per\u00f2 indica una priorit\u00e0 operativa nel pi\u00f9 ampio contesto del Medio Oriente, vale a dire che lo sforzo deve essere dapprima concentrato sul Vicino Oriente, sul conflitto arabo-israeliano, per volgersi all\u2019Iraq in un secondo tempo. Una soluzione delle crisi del Vicino Oriente taglierebbe l\u2019erba sotto i piedi dell\u2019offensiva dell\u2019Iran e dei suoi alleati, rinsalderebbe l\u2019alleanza occidentale con gli arabi moderati e, in definitiva, consentirebbe, di affrontare la questione del Golfo da un terremo migliore. La Palestina e, in generale, il grumo di crisi che la circonda ha per l\u2019Europa non solo un significato di sicurezza in termini urgentemente difensivi, ma anche un significato politico e diplomatico di pi\u00f9 ampia iniziativa nei confronti della regione nel suo complesso.<\/p>\n<p><b>La questione siriana<\/b><br \/>Nel Vicino Oriente la crisi siriana e quella palestinese, pur legate fra loro in vari modi, appaiono due variabili semindipendenti, mentre quella libanese \u00e8 decisamente e direttamente influenzata dalle prime due. Questo offre un primo spunto sequenziale. Che cosa si pensa debba farsi in Europa, ammesso che siano queste le due crisi da cui iniziare? Sulla Siria, \u00e8 evidente che le condizioni di normalizzazione sono il recupero del Golan e la concessione agli Assad dello stesso salvacondotto \u201cregime saving\u201d che \u00e8 stato concesso ai Gheddafi. La questione del tribunale ONU per l\u2019assassinio del presidente Hariri \u00e8 parte di questo salvacondotto. Pi\u00f9 in generale, \u00e8 chiaro che Damasco intende avere garanzie sulla permanenza del regime e un trattamento pienamente westfaliano sui suoi affari interni. In Israele si sono levate voci favorevoli alla ripresa del negoziato sul Golan. Su questi temi la diplomazia europea potrebbe provare a lavorare, anche se dovr\u00e0 per questo mettere un po\u2019 da parte il suo bagaglio ideologico e ideale.<\/p>\n<p>Sulla Palestina, \u00e8 abbastanza unanime la sensazione che non ci sia pi\u00f9 nulla da processare e che, sulla scorta dei parametri di Clinton \u2013 nessuna piattaforma migliore essendo nel frattempo emersa \u2013 si debbano sollecitare le due parti a prendere una decisione sullo status finale, con l\u2019intesa di negoziare i dettagli dopo. Secondo alcuni pi\u00f9 specifici suggerimenti, il Quartetto dovrebbe indicare uno status finale e invitare le due parti a esprimersi su di esso, gli israeliani attraverso il loro Governo, i palestinesi attraverso un referendum.<\/p>\n<p>Rispetto a questa famiglia di ipotesi e progetti, viene sottolineata da pi\u00f9 parti in Europa la necessit\u00e0 di ricondurre tutte le varie crisi con le loro interconnessioni a un quadro diplomatico unico. Il riferimento \u00e8 a una conferenza diplomatica internazionale, che potrebbe riprendere il formato di quella di Madrid del 1991 (alcuni, specialmente in Israele, hanno sostenuto la riconvocazione di quella stessa conferenza) e riproporre in aggiunta alcuni moduli della Csce. L\u2019idea \u00e8 stata sostenuta dall\u2019International Crisis Group.<\/p>\n<p>Un recente seminario organizzato dallo IAI e dall\u2019IPALMO ha discusso questa ipotesi con un gruppo di esperti e funzionari provenienti dall\u2019Europa, dagli Usa e dal Medio Oriente. Il seminario ha convenuto sulla necessit\u00e0 di un approccio comprensivo, ma la maggior parte dei partecipanti ha anche sottolineato la necessit\u00e0 di lavorare, preliminarmente alla conferenza, sul merito delle crisi onde evitare che il peso della loro seriet\u00e0 comprometta le possibilit\u00e0 del suo successo. Una volta messe sui binari almeno le questioni pi\u00f9 rilevanti, una conferenza potrebbe ben essere lo strumento da impiegare per chiudere la partita e porre le basi dei necessari supporti funzionali ed economici a livello della regione.<\/p>\n<p><b>L\u2019imprescindibile ruolo degli Usa<\/b><br \/>Tutte questi progetti debbono, tuttavia, misurarsi con un ruolo Usa nella regione che resta imprescindibile. L\u2019Iraq ha messo gli Usa in una condizione di debolezza. Gli europei hanno molto opportunamente riempito, nella crisi libanese, il vuoto americano. Grazie al loro coinvolgimento hanno acquisito voce in capitolo, nondimeno tutti i vari progetti che sono stati appena richiamati in questo articolo possono certo essere avviati dagli europei, ma per essere portati a compimento hanno bisogno degli Usa. La posizione mediorientale degli europei nel quadro transatlantico \u00e8 oggi rafforzata dalla sua iniziativa, diversamente dalla debolezza e dalla remissivit\u00e0 che l\u2019ha costantemente caratterizzata nel passato. Ma questo non significa che pu\u00f2 prescindere nella sua attuazione da una sostanziale cooperazione con l\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico. Mentre in Europa ci sono questi fermenti di azione, che cosa si pensa negli Stati Uniti?<\/p>\n<p>Negli Stati Uniti il dibattito resta concentrato sull\u2019Iraq. La vittoria democratica alle elezioni di mezzo termine apre certamente pi\u00f9 che uno spiraglio al ritorno di una preoccupazione pi\u00f9 pressante per la Palestina e degli stessi parametri di Clinton. Tuttavia, non \u00e8 detto che la Palestina e il Vicino Oriente diventino prioritari rispetto al Golfo come accade oggi, di nuovo, in Europa. Su questo sar\u00e0 decisivo il piano che il gruppo \u201cbipartisan\u201d guidato da Baker e Hamilton presenter\u00e0 fra circa un mese circa. Non sembra comunque probabile che ci possa essere un rovesciamento di priorit\u00e0 e questo \u00e8 anche comprensibile, posto che gli USA, a differenza degli europei, sono impantanati in Iraq ed \u00e8 da questo paese che qualsiasi loro recupero strategico deve iniziare. Tuttavia, una visione complessiva diversa, nella quale potrebbero anche essere diversi il peso dell\u2019Iran e la politica da condurre verso questo paese, potrebbe emergere.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che gli europei debbono aspettare la ridefinizione della strategia americana in Medio Oriente, strategia che il gruppo Baker-Hamilton ha avviato e la sconfitto alle elezioni ha reso ormai non pi\u00f9 rinviabile. Quando questa strategia sar\u00e0 ridefinita, l\u2019Europa potr\u00e0 cercare di negoziare una strategia comune nel quadro atlantico. Ci\u00f2 avverr\u00e0 sotto la presidenza tedesca. Questo non significa che nel frattempo gli europei abbiano motivo per starsene fermi: ogni passo, condotto in modo da rafforzare la solidariet\u00e0 europea e darle una piattaforma, contribuir\u00e0 a rafforzare la loro posizione di domani sul tavolo transatlantico e accrescere le possibilit\u00e0 di una normalizzazione in Medio Oriente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A circa tre mesi dalla fine della guerra di Israele con il Partito di Dio e il Libano, gli eventi corrono senza dare segno di essere ingabbiati in una qualche dinamica politica e diplomatica. 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