{"id":33860,"date":"2016-03-29T00:00:00","date_gmt":"2016-03-28T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/siria-il-ritiro-della-russia-e-i-negoziati-di-ginevra\/"},"modified":"2017-11-03T15:17:00","modified_gmt":"2017-11-03T14:17:00","slug":"siria-il-ritiro-della-russia-e-i-negoziati-di-ginevra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/03\/siria-il-ritiro-della-russia-e-i-negoziati-di-ginevra\/","title":{"rendered":"Siria: il ritiro della Russia e i negoziati di Ginevra"},"content":{"rendered":"<p>Perfettamente calcolato quanto assolutamente inatteso dall\u2019Occidente, che semmai pensava a una Russia impantanata e sfiancata nei deserti siriani, il ritiro \u2018parziale\u2019 annunciato da Putin il 14 marzo \u00e8 in ogni caso un \u2018game changer\u2019. <\/p>\n<p>Putin era entrato in guerra in settembre con almeno quattro obiettivi, di cui il salvataggio di Assad era solo l\u2019ultimo, e comunque funzionale ai primi: \u2018non ce lo siamo sposato\u2019, si lasci\u00f2 scappare il portavoce di turno. <\/p>\n<p>Il primo era uscire dalla categoria delle potenze regionali ove gli occidentali l\u2019avevano collocato, e dimostrare che la Russia \u00e8 una potenza globale, e gioca fuori area, nel Mediterraneo ed oltre; il secondo, preservare la tradizionale presenza militare a Latakia, che risale alle intese del 1971 con Hafez Al Assad, e rafforzarla; il terzo, alleggerire la pressione occidentale sulla vicenda ucraina, trasformando un conflitto vivo e combattuto, corredato dal colpo di mano in Crimea, in un conflitto per quanto possibile \u2018congelato\u2019 sulla falsariga di Nagorno Karabach, Transnistria, Ossetia e Abkhazia, e magari trarne un sollievo dalle sanzioni.<\/p>\n<p>Senza escludere un obiettivo squisitamente interno, consolidare gli assetti di potere in una Russia gravata da sanzioni, bassi prezzi petroliferi, perdita di valore del rublo, e perseguitata dall\u2019ossessione di un \u2018regime change\u2019 favorito dall\u2019esterno.<\/p>\n<p>Le schiere di ceceni presenti tra le file dell\u2019Isis, con i relativi rischi di rientro e contaminazione tra gli islamici di casa, hanno fornito una buona motivazione per presentare l\u2019intervento come difesa di interessi vitali nazionali. La richiesta di aiuto di Damasco ha poi consentito il rispetto formale del diritto internazionale, cui Mosca si \u00e8 puntualmente appellata nei suoi moniti all\u2019Occidente lungo tutto il tragitto della crisi.<\/p>\n<p><b>\u2018Mission accomplished\u2019 solo in parte<\/b><br \/>Allora, \u2018mission accomplished\u2019? Solo in parte. Putin ha precisato che continuer\u00e0 a colpire Isis, Al-Nushra e \u2018altri\u2019 terroristi e che rimarr\u00e0 nella base navale di Tartous e nella nuova base aerea di Hmeymim. Probabilmente, con l\u2019apparato delle batterie anti-missile di nuova generazione e almeno un migliaio di soldati. Come dire che l\u2019intervento \u00e8 stato dettato dall\u2019emergenza, ma a supporto di un disegno strategico di pi\u00f9 ampio respiro, e che rimane la possibilit\u00e0 di entrare in campo alla bisogna. La partita resta aperta.<\/p>\n<p>Quali i risultati conseguiti da Mosca che hanno determinato il ritiro in questo momento? In primis, Mosca ha dimostrato al mondo la sua capacit\u00e0 di proiezione militare, e la sua abilit\u00e0 nel dosare armi e diplomazia, con  notevole grado di spregiudicatezza.<\/p>\n<p>\u00c8 entrata in campo a sostegno dei governativi di Assad giusto in tempo prima del collasso del regime; ha condotto la campagna di contrasto alle opposizioni e all\u2019Isis senza troppe distinzioni, contribuendo a ridimensionare il potenziale di entrambi; l\u2019ha sostenuta fino al recupero pressoch\u00e9 integrale dei territori occidentali lungo il Mediterraneo, la porzione pi\u00f9 ricca e promettente del Paese, funzionale al propri interessi strategici. <\/p>\n<p>E da ultimo ha impostato un raccordo anche con le formazioni curde, in vistosa concorrenza con la strategia americana che su di esse si appoggiano da anni in funzione anti-Isis, e al costo di entrare in rotta di collisione con la Turchia. <\/p>\n<p>Infine, e soprattutto, ha conseguito quel canale di interlocuzione \u2018bipolare\u2019 con gli Stati Uniti, tattico se non strategico, che era nelle priorit\u00e0 russe, e che \u00e8 valso a disorientare le potenze regionali del Golfo scompaginandone le strategie, facilitando la cruciale intesa di cessate-il-fuoco del 27 febbraio che ha aperto la strada al tragitto negoziale. Sono risultati non indifferenti.<\/p>\n<p><b>Il ruolo di Washington e il negoziato<\/b><br \/>Nulla di tutto ci\u00f2 sarebbe stato possibile se Washington e alleati non avessero mantenuto le distanze dallo scacchiere, e non l\u2019avessero, con una dose di cinismo, di fatto consentito.<\/p>\n<p>Ora la partita si sposta al tavolo negoziale. Il programma messo a punto a Vienna il 14 novembre sancisce l\u2019integrit\u00e0 territoriale del paese con una nuova Costituzione entro 6 mesi ed elezioni generali entro 18.<\/p>\n<p>Siamo ancora nella fase dei \u2018proximity talks\u2019 e delle rispettive pregiudiziali: i governativi  escludono di trattare sull\u2019uscita di scena di Assad; e l\u2019opposizione oscilla, a seconda delle componenti della variegata compagine, tra la sua esclusione immediata dal potere e la sua emarginazione dalle elezioni generali a fine tragitto, fermo restando il suo deferimento a termine alla giustizia internazionale. <\/p>\n<p>Nel frattempo, la tregua sostanzialmente regge, o quantomeno questo \u00e8 quanto si vuole certificare, nonostante le violazioni quotidiane denunciate dalle opposizioni e le operazioni militari dichiarate dagli stessi russi (mediamente 25 incursioni al giorno, tutte contro l\u2019Isis?).<\/p>\n<p>Tuttavia, quel che pi\u00f9 conta \u00e8 che l\u2019instancabile lavor\u00eco di Kerry e Lavrov riesca a fissare i termini di una piattaforma presentabile a tutte le parti in causa. Esercizio non facile, che richiede gradualit\u00e0 e, in questa fase, poca trasparenza. Anche ammesso che la tregua non si interrompa e che si possano considerare irrilevanti le elezioni gi\u00e0 convocate da Damasco per il 13 aprile, resta il problema cruciale della Costituzione, da cui dipende il nuovo assetto del Paese.<\/p>\n<p><b>Integrit\u00e0 territoriale e variabile curda<\/b><br \/>Si tratta infatti di conciliare l\u2019integrit\u00e0 territoriale sancita nei testi ufficiali, equivalente a un \u2018no\u2019 alla modifica dei confini, con la pressione dei curdi, ormai venuti allo scoperto prospettando una larga autonomia entro uno Stato federale. Le aspettative curde vengono da lontano, da cinque anni di accanita resistenza armata all\u2019Isis nei propri territori di insediamento, condotta assieme ai locali clan arabi e cristiano-assiri, in collaborazione con i raid americani. <\/p>\n<p>Lo scenario di un\u2019entit\u00e0 autonoma curda al nord riscontra un netto diniego di Damasco come dell\u2019intero schieramento di opposizione che temono si traduca in una partizione territoriale. <\/p>\n<p>\u00c8 soprattutto paventato da Ankara, che ha costantemente accusato i curdo-siriani di connivenze con il terrorismo Pkk e modulato la propria strategia di contrasto fino ad evocare ripetutamente la creazione in area curda di una \u2018zona protetta\u2019 ove trasferire i milioni di profughi confluiti in Turchia nel corso del conflitto. Una strategia in rotta di collisione con Mosca. <\/p>\n<p>La \u2018questione curda\u2019, pi\u00f9 ancora che la tempistica dell\u2019uscita di scena di Assad, si configura dunque come il vero nodo della trattativa. D\u2019altra parte, l\u2019aver sistematicamente escluso i curdi dal tavolo di Ginevra, fin dalla tornata del 2014 e dalla successiva riunione dell\u2019opposizione a Riad, alimenta speculazioni che effettivamente un \u2018Piano B\u2019 sia nelle carte. <\/p>\n<p>Il piano produrrebbe una divisione de facto del territorio tra i protagonisti interni e tra sfere di influenza dei rispettivi \u2018padrini\u2019. Mosca, che non lo esclude, si vedrebbe in tal modo riconosciuta la propria influenza lungo la costa mediterranea; Washington, che mantiene il giudizio sospeso, restituirebbe il \u2018debito\u2019 dovuto ai curdo-siriani per gli anni di collaborazione nel contrasto all\u2019Isis, gli arabi del Golfo manterrebbero la presa sui territori sunniti. <\/p>\n<p>Sarebbe un modo per non contraddire testi e risoluzioni ufficiali sull\u2019integrit\u00e0 territoriale del Paese. Ma sarebbe anche il modo per sancire una pace duratura? E quali \u2018garanzie\u2019 offrire alla Turchia, alleato Nato, a sua volta avvitata in dinamiche dirompenti, e per di pi\u00f9 divenuta il perno della politica europea sulle migrazioni? Basterebbero i miliardi di euro, le facilitazioni dei visti d\u2019ingresso, la prospettiva di ripresa dei negoziati di adesione all\u2019Ue come contro-assicurazione che l\u2019entit\u00e0 curda non risulti in un\u2019erosione della sicurezza e integrit\u00e0 territoriale turca?  <\/p>\n<p>La storia insegna che le guerre non si fermano mai con le spartizioni, a meno che non si prevedano solide condizioni di sicurezza per tutte le parti in causa, e non si sanciscano al contempo sufficienti standard di democrazia, rispetto dei diritti, libert\u00e0. Ci si augura che anche di questi standard le trattative in corso si occupino.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Perfettamente calcolato quanto assolutamente inatteso dall\u2019Occidente, che semmai pensava a una Russia impantanata e sfiancata nei deserti siriani, il ritiro \u2018parziale\u2019 annunciato da Putin il 14 marzo \u00e8 in ogni caso un \u2018game changer\u2019. 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