{"id":3390,"date":"2006-11-10T00:00:00","date_gmt":"2006-11-09T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/rumsfeld-addio-ma-i-democratici-non-abbandonano-liraq\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:13","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:13","slug":"rumsfeld-addio-ma-i-democratici-non-abbandonano-liraq","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/rumsfeld-addio-ma-i-democratici-non-abbandonano-liraq\/","title":{"rendered":"Rumsfeld addio, ma i Democratici non abbandonano l\u2019Iraq"},"content":{"rendered":"<p>Nei sondaggi effettuati all\u2019uscita dei seggi nelle elezioni parlamentari  americane del 7 dicembre, il 57% degli intervistati ha detto di \u201cdisapprovare\u201d la guerra in Iraq e il 68% che essa ha influenzato le loro scelte. Il presidente Bush ha immediatamente recepito il messaggio, sostituendo nel giro di poche ore il segretario alla Difesa Rumsfeld, bestia nera di tutti gli avversari della guerra, con l\u2019ex capo della CIA Robert Gates, un personaggio molto pi\u00f9 duttile, membro della commissione bipartisan che, sotto la presidenza di James Baker, sta esaminando la possibilit\u00e0 di un cambio di strategia per l\u2019Iraq e che, secondo il presidente, avrebbe gi\u00e0 \u201cnuove idee\u201d.<\/p>\n<p><b>Nessuna svolta epocale<\/b><br \/>Molti, in Europa, pensano che tutto ci\u00f2 preluda a un imminente ritiro americano da Baghdad, a una svolta epocale della politica mediorientale di Washington, ma si tratta di una pura illusione. In primo luogo, il Presidente rimane, nonostante la perdita della maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, il solo responsabile della politica estera, e l\u2019unica arma in mano al Congresso per indurlo a cambiare idea sarebbe un irresponsabile taglio dei fondi per la guerra. Ma, soprattutto, i Democratici, che pure hanno fatto dell\u2019opposizione alla conduzione del conflitto una delle loro pi\u00f9 efficaci armi propagandistiche, non hanno alcuna intenzione di abbandonare la partita e accettare la sconfitta. <\/p>\n<p>Neppure Nancy Pelosi, la futura speaker del Congresso e una dei pochi deputati che a suo tempo votarono contro l\u2019attacco a Saddam Hussein, (Hillary Clinton, per esempio, si pronunci\u00f2 a favore) ha intenzione di imboccare questa strada. Nessun esponente della nuova maggioranza, del resto, ha finora elaborato una credibile exit strategy, e le posizioni all\u2019interno del partito spaziano dai (pochissimi) partigiani di un ritiro immediato ai falchi che rinfacciano addirittura a Rumsfeld di non avere inviato in Iraq truppe sufficienti per sconfiggere la guerriglia. <\/p>\n<p>Si tratta di una posizione condivisa da una parte dei vertici militari, che proprio alla vigilia delle elezioni hanno fatto uscire sui quattro giornali ufficiosi delle Forze armate un articolo molto critico dell\u2019operato del Segretario.<\/p>\n<p>Quali cambiamenti dobbiamo allora aspettarci nella strategia della Casa Bianca per uscire dalla palude irachena? Sebbene l\u2019ambasciatore americano a Baghdad si sia affrettato a rassicurare il governo di Al Maliki che non \u00e8 in preparazione alcun mutamento sostanziale, neppure la parola d\u2019ordine ripetuta tante volte da Bush, \u201cmantenimento della rotta\u201d, deve pi\u00f9 considerarsi valida. <\/p>\n<p>Una prima mossa della Casa Bianca per venire incontro agli umori del Paese potrebbe essere un mutamento nell\u2019utilizzo delle forze americane sul campo, che ne riduca, almeno temporaneamente e in attesa di scelte definitive, le perdite umane: i 104 morti di ottobre, quasi quattro al giorno, e le cruente immagini relative pubblicate da alcuni giorni di opposizione, sono stati senza dubbio una delle cause della sconfitta repubblicana. L\u2019espediente (che peraltro non gioverebbe certo a chiudere la partita con un successo), sarebbe di lasciare sempre pi\u00f9 il controllo delle citt\u00e0 del \u201ctriangolo sunnita\u201d alle forze armate irachene, anche se queste non sono ancora considerate in grado di cavarsela da sole.<\/p>\n<p><b>Nuova strategia<\/b><br \/>Per lanciare una nuova strategia di pi\u00f9 ampio respiro, \u00e8 invece probabile che la Casa Bianca aspetti da un lato l\u2019insediamento ufficiale di Gates al Pentagono, soggetto alla approvazione del nuovo Senato e perci\u00f2 rinviato addirittura a febbraio, dall\u2019altro il rapporto della Commissione Baker, composta quasi paritariamente da esponenti dei due partiti. Questo \u00e8 atteso a sua volta tra due tre mesi, e per adesso non ci sono indiscrezioni valide sulle proposte che far\u00e0. La speranza di tutti, a questo punto, \u00e8 che non si limiti a presentare una serie di opzione, tra cui toccherebbe poi al presidente scegliere, ma presenti un piano vero e proprio, compatibile sia con la volont\u00e0 di Bush di concludere l\u2019avventura irachena con una vittoria (almeno apparente) e la volont\u00e0 della nazione di tagliare corto.<\/p>\n<p>Ormai, con gli alleati in fase di ritirata, l\u2019America si trova a fare le sue scelte praticamente da sola. Per fortuna, nonostante gli umori popolari, la classe politica vecchia e nuova \u00e8 abbastanza concorde che una cosa va evitata ad ogni costo \u2013 cio\u00e8 anche al prezzo di ulteriori sacrifici: una vittoria degli insorti, che trasformerebbe l\u2019Iraq in uno stato terrorista come era l\u2019Afghanistan fino al 2001.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nei sondaggi effettuati all\u2019uscita dei seggi nelle elezioni parlamentari americane del 7 dicembre, il 57% degli intervistati ha detto di \u201cdisapprovare\u201d la guerra in Iraq e il 68% che essa ha influenzato le loro scelte. 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