{"id":34910,"date":"2016-06-13T00:00:00","date_gmt":"2016-06-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/bosnia-erzegovina-il-rischio-jihadista\/"},"modified":"2017-11-03T15:16:31","modified_gmt":"2017-11-03T14:16:31","slug":"bosnia-erzegovina-il-rischio-jihadista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/06\/bosnia-erzegovina-il-rischio-jihadista\/","title":{"rendered":"Bosnia Erzegovina, il rischio jihadista"},"content":{"rendered":"<p>Il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, Enes Omeragi?, un giovane di Sarajevo, \u00e8 entrato in una sala per scommesse nel quartiere periferico di Rajlovac e ha aperto il fuoco su due militari bosniaci, uccidendoli. Rintracciato poche ore dopo nella sua abitazione, Omeragi? si \u00e8 a sua volta ucciso, facendosi saltare in aria con una bomba a mano.<\/p>\n<p>L&#8217;episodio non \u00e8 stato praticamente registrato dai media europei, ancora sotto choc per i fatti di Parigi. Rappresenta tuttavia l&#8217;ennesimo attentato riconducibile al terrorismo islamista avvenuto nel paese balcanico a partire dal 2010.<\/p>\n<p>Nel giugno di quell&#8217;anno venne fatta esplodere una bomba fuori dalla stazione di polizia di Bugojno, in Bosnia centrale. Un poliziotto, Tarik Ljubu\u0161ki?, mor\u00ec, e sei suoi colleghi rimasero feriti.<\/p>\n<p>L&#8217;anno dopo, a Sarajevo, Mevlid Ja\u0161arevi? apr\u00ec il fuoco con un kalashnikov contro l&#8217;Ambasciata degli Stati Uniti, ferendo un poliziotto. Infine l&#8217;anno scorso, il 27 aprile, Nerdin Ibri? ha assalito con un fucile automatico i militari della stazione di polizia di Zvornik, nella parte del paese a maggioranza serba, gridando \u201cAllah Akbar\u201d e uccidendo l&#8217;agente Dragan ?uri? prima di venire ucciso a sua volta.<\/p>\n<p><b>Balcani, serbatorio di foreign fighters<\/b><br \/>\nLa tipologia degli attentati avvenuti in Bosnia \u00e8 diversa dalle stragi perpetrate dall&#8217;autoproclamatosi \u201cstato islamico\u201d nelle grandi capitali europee. Ad essere colpiti sono obiettivi stranieri, oppure rappresentanti delle locali forze di sicurezza, militari o poliziotti.<\/p>\n<p>I civili non sono stati finora coinvolti, il che lascia presupporre una strategia diversa dei gruppi radicali nei Balcani. Sporadicamente, singoli individui escono allo scoperto. Il ruolo principale assegnato alla regione, per\u00f2, sembrerebbe essere quello di base logistica, ad esempio per il trasferimento di uomini o armi, e di serbatoio di potenziali \u201cforeign fighters\u201d.<\/p>\n<p>Secondo il professor Vlado Azinovi?, docente all&#8217;Universit\u00e0 di Sarajevo e recentemente co-autore, con Muhamed Jusi?, della ricerca \u201cIl richiamo della guerra in Siria: il contingente bosniaco dei combattenti stranieri\u201d, sarebbero circa 250 i bosniaci che hanno lasciato il paese per andare a combattere nel Medio Oriente, tra il 2012 e la fine del 2015.<\/p>\n<p>Non si tratta di una cifra rilevante in termini assoluti, se comparata ad esempio a quella dei <a href=\"http:\/\/soufangroup.com\/wp-content\/uploads\/2015\/12\/TSG_ForeignFightersUpdate3.pdf\" target=\"blank\"><b><u>\u201cforeign fighters\u201d provenienti dalla Francia, dal Belgio, dal Regno Unito o dalla Germania<\/u><\/b><\/a>. In termini relativi per\u00f2, cio\u00e8 riportati alla grandezza della popolazione (circa 3.800.000), non si tratta di un dato insignificante.<\/p>\n<p><b>Bosnia, dove \u00e8 facile procurarsi armi<\/b><br \/>\nLa Bosnia Erzegovina, inoltre, ha alcune specificit\u00e0, sotto il profilo del rischio terrorismo che la distinguono dalla maggior parte degli altri paesi europei. La prima \u00e8 la frammentazione delle diverse forze e agenzie di sicurezza, nel contesto della complicata struttura istituzionale definita dagli accordi di Dayton.<\/p>\n<p>Uro\u0161 Pena, vice capo del Direttorato per il Coordinamento delle forze di polizia del paese, ha recentemente dichiarato ai media locali che \u201cla condivisione delle informazioni \u00e8 un grosso problema. Ogni agenzia si tiene strette le migliori informazioni di cui dispone [&#8230;] Non abbiamo neppure una chiara definizione delle giurisdizioni\u201d.<\/p>\n<p>Il secondo elemento di rischio, per la Bosnia Erzegovina, \u00e8 la relativa facilit\u00e0 con cui, a vent&#8217;anni dalla fine della guerra, \u00e8 ancora facile procurarsi armi. Quando sono stati firmati gli accordi di pace, molti hanno preferito conservare le armi, ad ogni buon conto. Queste armi possono ora finire nelle mani sbagliate nei modi pi\u00f9 diversi, vendute sul mercato nero anche solo per aggiustare temporaneamente il bilancio familiare.<\/p>\n<p>Il fatto invece che poco meno della met\u00e0 della popolazione della Bosnia Erzegovina sia di fede, cultura o tradizione musulmana, l&#8217;aspetto in genere pi\u00f9 sottolineato dai media europei che si sono occupati del fenomeno terrorista nel paese, non rappresenta di per s\u00e9 un elemento di rischio.<\/p>\n<p>La comunit\u00e0 islamica locale (Islamska Zajdenica, IZ) ha sempre denunciato con forza il terrorismo e la violenza, invitando i propri fedeli a tenersi distanti dai gruppi radicali che cercano di sovvertire le regole su cui da secoli si fonda l&#8217;Islam in questa regione.<\/p>\n<p><b>Alle origini dei mujaheddini in Bosnia<\/b><br \/>\nQuesti gruppi, secondo il giornalista Esad He?imovi?, autore di \u201cGaribi &#8211; Mujaheddini in Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1999\u201d, hanno cominciato a manifestare la propria presenza nel paese a partire dal 1992, anno di inizio della guerra in Bosnia. Alcune centinaia di combattenti (un numero verisimile \u00e8 quello di 800 combattenti, secondo He?imovi?), provenienti da paesi arabi o dall&#8217;Afghanistan, si unirono alla brigata \u201cEl mujahid\u201d dell&#8217;Armija BiH, Esercito della Bosnia Erzegovina, o a formazioni minori, combattendo dalla parte dei bosniaco musulmani.<\/p>\n<p>Dopo la guerra, la loro influenza continu\u00f2 in modi diversi, attraverso il lavoro di predicatori, l&#8217;assistenza finanziaria o la creazione di un sistema alternativo di welfare.<\/p>\n<p>Oggi, venti anni dopo la fine della guerra, \u00e8 difficile valutare la diffusione e influenza dei gruppi radicali. Data la conformazione del paese, si tratta di una presenza localizzata soprattutto in villaggi isolati, in zone montuose o rurali, dove questi gruppi conducono una sorta di vita sociale e religiosa parallela. Non tutti sono naturalmente legati alle reti del terrorismo internazionale, n\u00e9 tutti credono nell&#8217;uso della violenza per la lotta politica o religiosa.<\/p>\n<p>La comunit\u00e0 islamica ha per\u00f2 cercato recentemente di ricondurre le 64 comunit\u00e0 ribelli censite all&#8217;interno della propria giurisdizione. Il difficile percorso non ha per\u00f2 sortito grandi risultati. Al termine dei colloqui, solo 14, delle 38 che hanno partecipato al processo, hanno accettato di (ri)entrare a far parte della comunit\u00e0 ufficiale.<br \/>\n<span style=\"font-size: xx-small;\">Quest&#8217;articolo \u00e8 frutto di una collaborazione editoriale tra l&#8217;Istituto Affari Internazionali e Osservatorio Balcani e Caucaso<\/span>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 18 novembre 2015, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, Enes Omeragi?, un giovane di Sarajevo, \u00e8 entrato in una sala per scommesse nel quartiere periferico di Rajlovac e ha aperto il fuoco su due militari bosniaci, uccidendoli. 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