{"id":35320,"date":"2016-07-07T00:00:00","date_gmt":"2016-07-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-divorzio-di-londra-e-il-futuro-dellenergia-ue\/"},"modified":"2017-11-03T15:16:20","modified_gmt":"2017-11-03T14:16:20","slug":"il-divorzio-di-londra-e-il-futuro-dellenergia-ue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/07\/il-divorzio-di-londra-e-il-futuro-dellenergia-ue\/","title":{"rendered":"Il divorzio di Londra e il futuro dell\u2019energia Ue"},"content":{"rendered":"<p>La Gran Bretagna \u00e8 il terzo mercato dell\u2019Unione europea per consumi primari di energia, alle spalle di Germania e Francia, e il primo produttore di idrocarburi all\u2019interno dell\u2019Ue.<\/p>\n<p>Il paese \u00e8 collegato fisicamente al continente europeo grazie a elettrodotti e gasdotti che lo interconnettono al mercato unico dell\u2019energia &#8211; il cui completamento \u00e8 ancora in divenire &#8211; garantendo il flusso di elettricit\u00e0 e gas all\u2019interno dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>In virt\u00f9 di questo, la Gran Bretagna ha storicamente giocato un ruolo di primo piano &#8211; non necessariamente positivo, per\u00f2 &#8211; nella definizione delle politiche energetiche in seno all\u2019Ue.<\/p>\n<p>Alla luce del referendum dello scorso 23 giugno, \u00e8 possibile pensare che la <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/archivio_articoli.asp?TagID=140\" target=\"blank\"><b><u>Brexit<\/u><\/b><\/a> metta a rischio il futuro del mercato unico dell\u2019energia e, soprattutto, lo sviluppo dell\u2019Energy Union, in un momento in cui l\u2019iniziativa deve ancora consolidarsi?<\/p>\n<p><b>Dopo Brexit, a rischio l\u2019Accordo di Parigi<\/b><br \/>\nI prossimi mesi saranno quelli pi\u00f9 problematici a causa dell\u2019ancora forte incertezza legata al destino del Regno Unito che, con una confusa politica domestica e senza aver attivato ancora l\u2019articolo 50, non ha una chiara posizione all\u2019interno dell\u2019Ue.<\/p>\n<p>Questo rischia di provocare uno stallo della politica energetica europea in un momento in cui la Commissione sta lavorando su temi chiave e in cui il Regno Unito ha spesso un ruolo primario.<\/p>\n<p>Si pensi alla <i>effort sharing decision<\/i>, in cui proporr\u00e0 gli obiettivi nazionali per il raggiungimento di quelli europei su clima ed energia al 2030, oppure alla nuova Direttiva sulle rinnovabili, al futuro dell\u2019Emission Trading System (che il Regno Unito supporta) e ad un potenziale aumento dell\u2019obiettivo di efficienza energetica (che il paese ostacola).<\/p>\n<p>Oltre alla difficolt\u00e0 di portare avanti i procedimenti normativi senza sapere quale sar\u00e0 il reale posizionamento della Gran Bretagna quando le misure verranno implementate, non \u00e8 da escludere la minaccia dell\u2019ostruzionismo che il paese potrebbe fare per ottenere una posizione migliore nell\u2019uscita dall\u2019Ue.<\/p>\n<p>Un ulteriore rischio riguarda la ratifica dell\u2019Accordo di Parigi firmato al termine della COP21 che contiene elementi a livello nazionale ed europeo. Ad esempio, poich\u00e9 l\u2019Intended Nationally Determined Contribution (Indc) per l\u2019Ue \u00e8 unica, e la ripartizione nazionale andr\u00e0 fatta secondo la <i>effort sharing decision<\/i>, \u00e8 probabile che l\u2019azione europea subir\u00e0 ritardi a causa della Brexit.<\/p>\n<p>Sebbene l\u2019Accordo potrebbe gi\u00e0 entrare in forza con la ratifica del 55% dei suoi firmatari &#8211; e quindi potenzialmente senza il contributo dell\u2019Ue &#8211; un eventuale ritardo rischia di sovrapporsi con le elezioni americane di novembre 2016. Una delle promesse di Trump \u00e8 quella di uscire dall\u2019accordo come Bush junior fece con il Protocollo di Kyoto nel 2001.<\/p>\n<p><b>Il futuro: un\u2019Energy Union pi\u00f9 snella?<\/b><br \/>\nSebbene ancora incerte, le prospettive per il medio e lungo periodo potrebbero tendenzialmente avere effetti pi\u00f9 positivi. Se da un lato l\u2019Ue rischia di perdere una parte consistente del mercato dell\u2019energia europeo e un partner fondamentale in progetti come la <i>North Sea grid<\/i>, la super rete di interconnessione tra i campi eolici nel Mare del Nord, non mancano elementi di possibile ottimismo.<\/p>\n<p>L\u2019energia, infatti, \u00e8 stato uno dei settori dove il Regno Unito \u00e8 stato forse pi\u00f9 di ostacolo che di sostegno al processo di integrazione europea: \u00e8 un forte sostenitore dei <i>capacity markets<\/i>, al momento oggetto di un\u2019indagine da parte del DG Competition, e non ha di certo favorito lo sviluppo di interconnessioni con il resto dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>Pur presentandosi come un<i> climate champion<\/i>, Londra ha ostacolato l\u2019obiettivo di efficienza energetica, concordato infine nel Pacchetto 2030 e ha invece sostenuto la costruzione della centrale nucleare di Hinkley Point C che, pur approvata dalla Commissione, rischia di rappresentare un pericoloso caso di aiuto di stato, contro i quali si sono gi\u00e0 schierati in molti, Germania per prima.<\/p>\n<p>Se l\u2019Ue riuscisse a gestire positivamente la transizione nel breve periodo, possibilmente negoziando un accesso reciproco e completamente libero ai mercati dell\u2019energia europei e britannici, la Brexit potrebbe in realt\u00e0 snellire l\u2019andamento della politica energetica europea.<\/p>\n<p><b>Boomerang scozzese?<\/b><br \/>\nLe implicazioni potenzialmente pi\u00f9 significative della Brexit, tuttavia, potrebbero riguardare direttamente il destino energetico di Londra. Come dimostrato dai dati del referendum e sottolineato dal Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon, la Scozia sarebbe infatti pronta a distaccarsi dal Regno di Sua Maest\u00e0 per unirsi al gruppo dei 27.<\/p>\n<p>Nel caso in cui questa eventualit\u00e0 dovesse materializzarsi, Edimburgo si porterebbe nell\u2019Unione una dote \u2018energetica\u2019 di tutto rispetto. Ad oggi la Scozia contribuisce al 78% della produzione di idrocarburi del Regno Unito, e nella sua piattaforma continentale vengono prodotti il 96% del petrolio e il 52% del gas offshore britannici. In base a questi dati, pur da sola, la Scozia rimarrebbe il primo produttore di idrocarburi dell\u2019Ue.<\/p>\n<p>Questa eventualit\u00e0 avrebbe un chiaro impatto non solo sulla sicurezza degli approvvigionamenti di Londra, che perderebbe il controllo su risorse finora considerate \u201cnazionali\u201d, ma avrebbe notevoli implicazioni anche dal punto di vista fiscale\/finanziario.<\/p>\n<p>L\u2019industria energetica scozzese contribuisce in modo significativo alle casse britanniche: secondo le stime del governo di Edimburgo, negli anni del boom dei prezzi petroliferi (2011-2012), e prima degli sgravi fiscali sulle attivit\u00e0 energetiche introdotti dal governo Cameron, il settore degli idrocarburi scozzese versava oltre 10 miliardi di sterline di <i>tax revenues<\/i>, pari a quasi 95% del gettito settoriale totale del Regno Unito.<\/p>\n<p>L\u2019eventuale effetto a catena Brexit-secessione, tuttavia, potrebbe creare una situazione <i>lose-lose <\/i>tanto per Londra che per Edimburgo. Il settore petrolifero del Mare del Nord \u00e8 gi\u00e0 in profonda crisi a causa di alti costi, prezzi depressi e investimenti decrescenti: un periodo protratto di instabilit\u00e0 politica potrebbe rischiare di affossarlo in modo quasi irreparabile, a discapito di tutti gli attori in gioco. E l\u2019incertezza \u00e8 l\u2019unico elemento certo di tutta la questione Brexit.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La Gran Bretagna \u00e8 il terzo mercato dell\u2019Unione europea per consumi primari di energia, alle spalle di Germania e Francia, e il primo produttore di idrocarburi all\u2019interno dell\u2019Ue. 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