{"id":35400,"date":"2016-07-13T00:00:00","date_gmt":"2016-07-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/italia-nel-mondo-credibilita-e-influenza-cercansi\/"},"modified":"2017-11-03T15:16:17","modified_gmt":"2017-11-03T14:16:17","slug":"italia-nel-mondo-credibilita-e-influenza-cercansi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/07\/italia-nel-mondo-credibilita-e-influenza-cercansi\/","title":{"rendered":"Italia nel mondo: credibilit\u00e0 e influenza cercansi"},"content":{"rendered":"<p>La politica estera dell\u2019Italia ha sempre avuto come bussola l\u2019ascesa del paese a potenza europea. Fin dal Risorgimento, una parte cospicua dell\u2019identit\u00e0 nazionale dipendeva da quella ricerca di uno <i>status<\/i> di cui eravamo intrinsecamente insicuri.<\/p>\n<p>Date le condizioni di partenza e le debolezze strutturali non c\u2019era nulla di strano in tutto ci\u00f2, anche se troppi &#8211; da Crispi a Mussolini ed infiniti cantori &#8211; interpretarono quella ricerca in modo velleitario.<\/p>\n<p>In epoca bipolare, con la Repubblica abbiamo necessariamente e saggiamente adottato un maggiore realismo. Abbiamo smesso di vagheggiare un\u2019Italia \u201cpotenza\u201d &#8211; misurata in braccia, cannoni e conquiste &#8211; e ridimensionato il traguardo a \u201cmedia potenza\u201d.<\/p>\n<p>Eppure l\u2019assillo per quell\u2019ambizione di ruolo, rango e prestigio non ci ha lasciato. Il \u201cpareggio\u201d nell\u2019ammissione al Consiglio di Sicurezza Onu potrebbe essere un ennesimo indicatore dello scemare della nostra influenza internazionale, anche se ancora oggi il linguaggio della politica e dei media parla di un \u201cgrande paese\u201d, cercando di autoconvincersi che lo possiamo essere veramente. Ma cos\u2019\u00e8 oggi un grande paese? E cosa comporta? Siamo proprio sicuri di volerlo essere?<\/p>\n<p><b>Fra missioni internazionali e cooperazione<\/b><br \/>Una volta superati i travagli della ricostruzione, lo slancio del boom e, poi, le trepidazioni degli anni Settanta, l\u2019Italia di fine Novecento ha costruito un modello di politica estera &#8211; abbastanza bipartisan &#8211; fondato sull\u2019uso di forze militari in missioni internazionali e, inizialmente, aiuti alla cooperazione in area mediterranea.<\/p>\n<p>La prima gamba voleva procurarci autorit\u00e0 nei consessi che contano, a partire dalla Nato, mentre la seconda mirava alla penetrazione in nuovi mercati e a un\u2019influenza regionale. Il tutto entro una concezione assai pi\u00f9 cooperativa che competitiva della Unione europea (Ue), che avremmo voluto divenisse gradualmente un attore internazionale primario.<\/p>\n<p>La strategia non ha fallito; anzi, nell\u2019ultimo decennio di guerra fredda ha riportato un certo successo. Ma la sua efficacia \u00e8 poi venuta meno. Innanzitutto, i suoi costi sono diventati incompatibili con un debito pubblico che soffocava la possibilit\u00e0 di seri investimenti in politiche pubbliche.<\/p>\n<p>Gli aiuti alla cooperazione sono stati i primi a venir sacrificati. In secondo luogo, nell\u2019ambito post-bipolare il valore aggiunto del mostrarsi alleato solerte ed efficace era minore, o fieramente controverso (vedi Iraq). In ogni caso la forza militare italiana era tale da darci ruoli di compartecipante ma non di leader: Francia e Gran Bretagna continuavano a contare assai di pi\u00f9.<\/p>\n<p><b>Pi\u00f9 deboli e meno autorevoli: le carenze del paese<\/b><br \/>Infine, la costruzione d\u2019influenza sulla base dei classici strumenti statali della politica estera era svuotata dal parallelo prosciugarsi delle altre fonti di autorevolezza del paese.<\/p>\n<p>Crescita economica anemica; vulnerabilit\u00e0 finanziaria; produttivit\u00e0 asfittica e mancata ascesa tecnologica; carenza di grandi aziende multinazionali; bassi livelli di istruzione; inefficienza sistemica dell\u2019amministrazione pubblica, della giustizia e di molte infrastrutture; assenza di istituti di ricerca di alto livello; un sistema mediatico introverso, senza una sola voce di portata internazionale; discorso pubblico autoreferenziale.<\/p>\n<p>Basta un elenco sommario delle nostre carenze comparative per vedere quanto l\u2019Italia del nuovo secolo stia palesemente divenendo una nazione meno robusta, dinamica e cosmopolita, quindi meno credibile e influente.<\/p>\n<p>Nel contesto della globalizzazione che ha portato sulla scena nuovi grandi protagonisti mondiali, diminuendo il peso relativo delle medie potenze industriali come la nostra, e di una Ue allargata in cui gli interessi nazionali devono competere pi\u00f9 che convergere, ogni indice comparativo ci comunica il profilo di un paese economicamente pi\u00f9 piccolo, politicamente meno rilevante, culturalmente meno influente.<\/p>\n<p>Invece di ascendere nella gerarchia internazionale come pensavamo ancora negli anni Ottanta (con la retorica sulla \u201cquinta potenza industriale\u201d) ci ritroviamo pi\u00f9 deboli, meno autorevoli, pi\u00f9 esposti alle nuove fonti di tensione.<\/p>\n<p><b>Mettere gli interessi nazionali al primo posto<\/b><br \/>Continuare con il pilota automatico dei paradigmi passati ha perci\u00f2 perso di senso. Pi\u00f9 che a conquistare rango e influenza attraverso comportamenti esemplari da alleati volenterosi, dovremmo riflettere lucidamente su quali siano i nostri interessi nazionali essenziali. Ed attrezzarci a perseguirli, per quanto possibile, con strumenti di politica estera adeguati ai fini oltre che ai nostri non grandi mezzi.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 richiede, in primo luogo, che ci liberiamo di schemi mentali inadeguati e fuorvianti. Nel contesto odierno non siamo un grande paese. Siamo un paese medio-piccolo che, oltretutto, usa male le sue risorse.<\/p>\n<p>In secondo luogo dobbiamo smettere di affidare alla Ue una sorta di funzione catartica delle nostre debolezze. Ora che \u00e8 cos\u00ec estesa e segmentata da divisioni e tensioni, essa \u00e8 pi\u00f9 un\u2019arena competitiva che non l\u2019entit\u00e0 cooperativa auspicata dall\u2019europeismo. Continua a essere l\u2019ambito principale in cui l\u2019Italia deve far valere i suoi interessi, ma solo se li mettiamo al primo posto.<\/p>\n<p>Infine, ora pi\u00f9 che mai la politica estera comincia in casa. Senza una sistematica, coraggiosa rigenerazione del tessuto socio-economico, del sistema giuridico-amministrativo e dei suoi apparati culturali, l\u2019Italia non potr\u00e0 che subire un graduale scemare della sua influenza internazionale.<\/p>\n<p>La fiducia in uno Stato discende in primo luogo dalla sua quotidiana efficacia nello svolgere bene i suoi compiti ordinari. E la sua autorevolezza internazionale si fonda sulla capacit\u00e0 non di compensare o mascherare le manchevolezze del paese, bens\u00ec di correggerle con un progetto di mobilitazione e trasformazione dinamica della societ\u00e0.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La politica estera dell\u2019Italia ha sempre avuto come bussola l\u2019ascesa del paese a potenza europea. 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