{"id":3620,"date":"2006-11-16T00:00:00","date_gmt":"2006-11-15T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/laumento-degli-scambi-rafforza-gli-squilibri-strutturali\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:11","slug":"laumento-degli-scambi-rafforza-gli-squilibri-strutturali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/laumento-degli-scambi-rafforza-gli-squilibri-strutturali\/","title":{"rendered":"L\u2019aumento degli scambi rafforza gli squilibri strutturali"},"content":{"rendered":"<p>Quest\u2019anno, Babbo Natale in Africa avr\u00e0 le sembianze di un cinese. Questa \u00e8, almeno, l\u2019impressione che rimane alla conclusione del terzo vertice sino-africano di Pechino e alla lettura della lista, sicuramente impressionante, degli impegni assunti dalla Cina nei confronti del continente (cancellazione del debito, aiuto allo sviluppo, investimenti, ecc). Tuttavia, secondo uno studio recente del Centro di Sviluppo dell&#8217;Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), le conseguenze di lungo periodo di una rinforzata presenza cinese in Africa potrebbero comportare effetti pi\u00f9 ambivalenti di quanto appaia a prima vista.<\/p>\n<p><b>Salgono i prezzi delle materie prime<\/b><br \/>\nEvidentemente, l&#8217;Africa non sembra aver nulla di cui lamentarsi a proposito del miracolo cinese. Nella misura in cui esso contribuisce all&#8217;aumento del prezzo delle materie prime non agricole, in particolare dei minerali e degli idrocarburi, lo sviluppo della Cina gioca infatti un ruolo indubbiamente importante nel miglioramento dei termini di scambio africani registrato a partire dal 2000 e nella buona performance economica del continente durante gli ultimi quattro anni (pi\u00f9 di 4% di crescita del Pil fra 2001 e 2005).<\/p>\n<p>Se questo miglioramento dovesse essere confermato, costituirebbe un\u2019inversione di rotta rispetto all\u2019erosione dei prezzi delle materie prime e dei rapporti di scambio sfavorevoli di cui l\u2019Africa ha sofferto durante gli ultimi quarant\u2019anni. Basti pensare che il valore delle esportazioni africane verso la Cina si \u00e8 moltiplicato per dodici fra il 1999 e il 2005. La Cina ha soppiantato i paesi industrializzati come principale partner commerciale di paesi come il Sudan, il Congo o l&#8217;Angola. E mentre rappresentava soltanto l\u20191% delle esportazioni africane nel 1995, la Cina pesa oggi per il 6% (21 miliardi di dollari, pari a 16,45 miliardi di euro).<\/p>\n<p>Nella direzione opposta, l&#8217;Africa ha iniziato ad importare in maniera massiccia della Cina (18 miliardi di dollari, pari a 14,1 miliardi di euro nel 2005), soprattutto beni di largo consumo poco costosi e, in misura minore, apparecchiature e macchinari che, oltre ad essere pi\u00f9 economici, sono spesso pi\u00f9 adatti al contesto locale di quelli prodotti in Occidente.<\/p>\n<p>A questa intensificazione del commercio bilaterale (triplicato tra il 2001 e il 2005) si \u00e8 accompagnata un&#8217;offensiva diplomatica a tutto campo che si sostanzia nell&#8217;assegnazione da parte della Cina di finanziamenti senza condizionalit\u00e0 e nell&#8217;esecuzione quasi \u201cchiavi-in-mano\u201d di progetti di sviluppo. Infine, gli investimenti cinesi in Africa (250 milioni di dollari nel 2004, 195,9 miliardi di euro, un incremento del 327% tra il 2003 e il 2004) sono ben lungi dal limitarsi esclusivamente all\u2019industria estrattiva. Facile capire allora il potere seduttivo che la Cina esercita in Africa.<\/p>\n<p><b>Fenomeno da interpretare<\/b><br \/>\nBisogna tuttavia allarmarsi? Non \u00e8 necessario tornare in questa sede sul carattere agnostico (alcuni lo definiscono pragmatico) dell\u2019approccio cinese per quanto riguarda il buon governo, e che si traduce in una neutralit\u00e0 sovente evocata e spesso denunciata. Ci si limiter\u00e0 piuttosto a evocare alcuni elementi di analisi fattuale.<\/p>\n<p>Se non ci si pu\u00f2 che rallegrare del fatto che il vento sia girato per gli esportatori africani di materie prime non agricole, niente garantisce che questa manna venga usata in maniera prudente per preparare il futuro e, in particolare, per diversificare la base produttiva. Le cassandre saranno persino disposte ad attendersi il peggio, evocando la maledizione che conduce molti paesi africani ricchi in materie prime a cadere nell\u2019instabilit\u00e0 politica e nella corruzione generalizzata. Tuttavia, nella spartizione dei frutti della crescita mondiale, ci si dimentica troppo spesso che un buon numero di paesi africani, importatori netti di petrolio ed esportatori di prodotti agricoli dal prezzo in declino, nella migliore delle ipotesi dovranno accontentarsi di una porzione a dir poco esigua. In realt\u00e0, l&#8217;intensificazione degli scambi con la Cina lascia del tutto inevasa la domanda riguardante la diversificazione delle economie africane: infatti, la struttura delle loro esportazioni verso la Cina (composte in gran parte da materie prime non agricole) rispecchia quasi esattamente quella verso i paesi dell&#8217;Ocse. Ancor peggio, quelle poche finestre che si erano socchiuse negli ultimi anni in materia di diversificazione sembrano richiudersi gradualmente.<\/p>\n<p>Grazie a dispositivi commerciali preferenziali, come l\u2019Agoa americana, e all&#8217;accordo multifibre (Mfa), alcuni paesi dell&#8217;Africa australe e orientale avevano infatti iniziato a sviluppare l&#8217;industria della confezione. Tuttavia, lo smantellamento del Mfa nel gennaio 2005 tende a erodere i vantaggi di cui godevano sui mercati americani ed europei, vanificando cos\u00ec anni di sforzi per attrarre gli investitori stranieri (asiatici in particolare). Parallelamente, i produttori africani di vestiti (per non citare che loro) vedono i propri mercati interni sommersi dai prodotti cinesi. Certo, il consumatore africano \u00e8 quello che pi\u00f9 ci guadagna &#8211; a patto che non sia egli stesso un salariato di un&#8217;azienda locale di abbigliamento!<\/p>\n<p>Non \u00e8, dunque, tutto rose e fiori. Ma l&#8217;impatto del miracolo cinese in Africa pu\u00f2 essere positivo se le \u00e9lites africane riusciranno a cogliere i frutti della rendita delle materie prime per diversificare il tessuto produttivo, ottenere delle contropartite industriali agli investimenti cinesi nell&#8217;estrazione dei minerali e del petrolio, o negoziare intelligentemente un&#8217;apertura del mercato agricolo cinese, ancora molto protetto. In altre parole, molto dipender\u00e0 dalla capacit\u00e0 delle economie africane di adattarsi e riformarsi per cogliere le occasioni offerte dalla Cina, evitando al contempo le trappole poste dalla sua onnipresenza sul continente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quest\u2019anno, Babbo Natale in Africa avr\u00e0 le sembianze di un cinese. 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