{"id":3650,"date":"2006-11-21T00:00:00","date_gmt":"2006-11-20T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-siria-gioca-la-carta-della-pace-regionale\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:11","slug":"la-siria-gioca-la-carta-della-pace-regionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/11\/la-siria-gioca-la-carta-della-pace-regionale\/","title":{"rendered":"La Siria gioca la carta della pace regionale"},"content":{"rendered":"<p>A Damasco, in Siria, l\u2019ambasciata libica \u00e8 poco distante da quella americana e da quella del nuovo Iraq post-Saddam. Nel viale alberato di Abrummane, in uno dei quartieri pi\u00f9 eleganti della capitale siriana, la facciata della sede della Jamahiriyya libica non mostra pi\u00f9 le foto dei bombardamenti americani di Tripoli degli anni \u201980, n\u00e9 compaiono pi\u00f9 gli slogan anti-Washington che per anni ornavano il muro d\u2019ingresso dell\u2019ambasciata. Poco pi\u00f9 in alto, l\u2019edificio della rappresentanza diplomatica irachena mostra le sue mura bianche di fronte a quelle del fortino dell\u2019ambasciata Usa. L\u2019atmosfera che si respira in questo viale pu\u00f2 aiutare a comprendere quella che invece domina nei circoli politici di Damasco e Washington.<\/p>\n<p><b>Vicini a una svolta<\/b><br \/>La Siria di Bashar al-Asad \u00e8 infatti da tempo sospesa tra un\u2019opzione libica e una irachena: consegnare le chiavi del paese a Stati Uniti e potenze europee in cambio della sopravvivenza del regime come ha scelto di fare il colonnello Gheddafi, oppure proseguire la propria politica di confronto con la Casa Bianca e col suo alleato Israele rischiando di perdere il potere esponendo il paese a periodi di violenze e instabilit\u00e0. Nelle ultime settimane per\u00f2 si sono registrati importanti segnali di cambiamento sia da parte dei vertici di Damasco, sia da parte delle dirigenze politiche di Washington e Londra. Per il momento solo timide aperture, ma osservatori locali non escludono che queste potrebbero annunciare la fine di una stagione estremamente difficile per il potere degli al-Asad. <\/p>\n<p>Dalla seconda met\u00e0 del 2002, il regime siriano \u00e8 precipitato in un profondo isolamento internazionale e regionale, con punte di crisi registratesi durante e dopo la caduta dell\u2019Iraq di Saddam nella primavera del 2003, dopo l\u2019approvazione della risoluzione 1559 sul Libano dell\u2019autunno 2004 e in seguito all\u2019assassinio dell\u2019ex premier libanese Rafiq Hariri nel febbraio successivo. <\/p>\n<p>Privato degli importanti guadagni derivanti dalla vendita del greggio iracheno, che fino al 2003 acquistava a basso costo dai colonnelli del regime di Baghdad, e senza pi\u00f9 la capacit\u00e0 di influenzare gli affari politici interni del paese dei Cedri (il ritiro delle truppe siriane dal Libano \u00e8 avvenuto definitivamente nell\u2019aprile 2005), Bashar al-Asad \u00e8 rimasto a capo di un sistema sempre pi\u00f9 ripiegato su se stesso, accusato da Stati Uniti ed Europa di fomentare il \u201cterrorismo internazionale\u201d sia in Iraq che in Palestina. <\/p>\n<p>Lo scorso 14 novembre, il quotidiano governativo \u2018Tishrin\u2019 rompeva gli indugi e annunciava: \u201cLa Siria \u00e8 pronta al dialogo con gli Stati Uniti in nome della sicurezza e della stabilit\u00e0 della regione e per arrivare a una pace giusta e globale\u201d. Parole analoghe erano state pronunciate due giorni prima dal ministro degli Esteri di Damasco, Walid al-Mu\u2018allim, in visita ufficiale al Cairo: \u201cSiamo pronti a parlare con Washington per portare stabilit\u00e0 in Medio Oriente. Sosteniamo il processo politico in Iraq e ci opponiamo alla strategia terrorista nel paese a noi vicino\u201d. <\/p>\n<p>Il 6 di novembre, ancora il responsabile della diplomazia siriana annunciava la disponibilit\u00e0 del proprio governo a riprendere i negoziati con Israele nel 2007 \u201cper risolvere la questione in modo equo e globale. (\u2026) Rifiutiamo \u2013 diceva Mu\u2018allim \u2013 la logica della violenza e proponiamo agli israeliani di sederci quanto prima attorno a un tavolo\u201d. Quindi, il ministro degli Esteri iniziava a scoprire le carte: \u201cSotto le direttive del presidente al-Asad, abbiamo avviato una campagna diplomatica alle Nazioni Unite e abbiamo intensificato i contatti con i paesi europei per allargare questa ristretta prospettiva di pace\u201d.<\/p>\n<p><b>Segnali di apertura<\/b><br \/>In effetti, da settembre anche da Londra e Washington erano giunti segnali d\u2019apertura verso Damasco. Come riferiva il <i>New York Times<\/i> lo scorso 18 novembre, l\u2019ex segretario di Stato americano James Baker, incaricato assieme all\u2019ex deputato democratico Lee H. Hamilton dall\u2019amministrazione Bush di trovare una soluzione alla crisi irachena, incontrava negli Stati Uniti il ministro Mu\u2018allim e rivolgeva a quest\u2019ultimo la domanda cruciale: \u201cCosa vuole la Siria per aiutarci in Iraq?\u201d. Nelle settimane successive, l\u2019Iraq Study Group di Baker e Hamilton incontrava altre volte l\u2019ambasciatore siriano a Washington valutando concrete possibilit\u00e0 di cooperazione tra i due paesi. Dal 2003, gli Stati Uniti avevano congelato le relazioni con la Siria ritirando il proprio ambasciatore e vietando contatti di alto livello con le autorit\u00e0 di Damasco. Ora invece, canali d\u2019apertura vengono aperti persino col principale alleato regionale di al-Asad, nonch\u00e9 altro paese in grado di influire sugli affari iracheni, l\u2019Iran. <\/p>\n<p>All\u2019iniziativa americana si affiancava anche il <i>Foreign Office <\/i>di Londra. Il 31 ottobre atterrava a Damasco, anche in questo caso dopo anni di gelo tra i due paesi, l\u2019inviato speciale del premier Blair, Sir Nigel Sheinwald, per incontrare il ra\u00ecs al-Asad. Secondo il quotidiano <i>al-Hayat<\/i> del 2 novembre, il rappresentante britannico avrebbe rivolto ai siriani quattro richieste principali: 1) sostegno al governo iracheno guidato da Nuri al-Maliki; 2) appoggio all\u2019esecutivo di unit\u00e0 nazionale palestinese Hamas-Fath e cessazione del sostegno alle formazioni pi\u00f9 radicali della resistenza palestinese; 3) impegno nel far rispettare la risoluzione 1701 sul sud del Libano e nel sostenere il governo presieduto di Fu\u2019ad Sinora; 4) intercedere presso l\u2019Iran per convincere Teheran ad adottare una politica pi\u00f9 conciliatoria sulla questione del nucleare. <\/p>\n<p>Di fatto, le richieste di Sheinwald non sotto affatto diverse da quelle che nel maggio 2003 l\u2019allora segretario di Stato Usa, Colin Powell, rivolse allo stesso Bashar al-Asad: sostegno in Iraq, cessazione dell\u2019influenza siriana in Libano, arresto dell\u2019appoggio al \u201cterrorismo palestinese\u201d. Tre anni fa per\u00f2 gli Stati Uniti erano in una posizione di maggior forza e preferirono offrire alla Siria pi\u00f9 bastoni che carote. Oggi, con l\u2019Iraq nel caos, con l\u2019opposizione prosiriana in Libano rafforzata dalla \u2018Vittoria di Dio\u2019 del Partito di Dio di Hasan Nasrallah e con una piazza palestinese lontana dall\u2019esser domata dalla debole politica israeliana, il regime di Damasco appare alle cancellerie europee e nordamericane come uno dei due \u201cpompieri\u201d in grado di spengere l\u2019incendio mediorientale. Il primo ministro britannico esplicitava questa scelta lo scorso 12 ottobre: \u201cPer fare la pace nella regione \u2013 affermava a Londra \u2013 servono sia la Siria che l\u2019Iran\u201d.<\/p>\n<p><b>Nuovo ruolo di Damasco<\/b><br \/>Le \u201ccarote\u201d che Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero aver gi\u00e0 offerto a Damasco riguarderebbero tutti gli scenari in cui la Siria gioca da sempre le sue carte. In Iraq si potrebbe definire presto un calendario del ritiro delle truppe di occupazione, con la possibilit\u00e0 non remota che \u201ccaschi verdi\u201d di Damasco possano entrare a \u201cpacificare\u201d le zone sunnite pi\u00f9 difficili da controllare. <\/p>\n<p>Nei territori palestinesi, il governo multicolore Hamas-Fath del tecnocrate Muhammad Shbeir dovrebbe intraprendere una strategia pi\u00f9 pragmatica e meno radicale, arrivando a un graduale riconoscimento dello Stato ebraico anche da parte delle fazioni pi\u00f9 radicali. <\/p>\n<p>In Libano, l\u2019influenza siriana potrebbe tornare ad aumentare, senza il dispiegamento delle divise e dei servizi di sicurezza come in passato, a discapito dei sogni di nuove \u201cprimavere\u201d di Beirut. Il presidente siriano, secondo quanto assicurano autorevoli fonti diplomatiche britanniche a Beirut, avrebbe anche avuto l\u2019assicurazione di non vedere il proprio nome e quelli dei suoi pi\u00f9 fedeli colonnelli iscritti nella lista degli imputati che si dovranno presentare alla sbarra del tribunale internazionale sull\u2019omicidio Hariri.<\/p>\n<p>Nella questione diretta con Israele, Bashar al-Asad avrebbe chiesto di ottenere la restituzione delle Alture del Golan, antico obiettivo politico del padre Hafez. Non tanto per un\u2019esigenza strategica, quanto per una necessit\u00e0 di legittimare il proprio potere all\u2019interno del paese, fino ad oggi conservato grazie alla soppressione dei diritti fondamentali della propria gente. <\/p>\n<p>Per il momento si tratta solo di ipotesi, alcune delle quali sono per\u00f2 state di recente confermate da prese di posizioni siriane: nella sua prima visita a Baghdad, il 19 e 20 novembre scorsi, il ministro Mu\u2019allim ha assicurato che \u201cla Siria sosterr\u00e0 il governo di Maliki\u201d, che \u201cs\u2019impegner\u00e0 per la stabilit\u00e0 dell\u2019Iraq e per la cessazione degli atti terroristici\u201d, chiedendo in cambio la \u201cdefinizione del calendario del ritiro delle truppe anglo-americane dal paese\u201d. Una settimana prima, Abu Marzuq, vice segretario politico di Hamas in esilio proprio a Damasco, benediceva l\u2019avvento del prossimo governo di unit\u00e0 nazionale palestinese di Shbeir. Per quanto riguarda l\u2019evoluzione politica del paese dei Cedri, non si registra ancora alcuna soluzione politica e l\u2019opposizione prosiriana sembra mantenere un profilo di estrema rigidit\u00e0 nei confronti del governo Siniora. Osservatori locali affermano a Beirut che, la questione libanese, cos\u00ec legata alla sopravvivenza dell\u2019ala armata di Hezbollah, non \u00e8 nelle mani della Siria bens\u00ec dell\u2019Iran e che, quindi, le chiavi della crisi non sono da cercare a Damasco bens\u00ec a Tehran. <\/p>\n<p>In ogni caso, tornando a passeggiare nel viale alberato di Abrummane, si ha oggi l\u2019impressione che Damasco si voglia avviare verso un\u2019opzione libica e che il regime di Bashar sia disposto nel medio termine a fare importanti concessioni, in cambio della sua sopravvivenza come minipotenza regionale all\u2019ombra dei due giganti, Israele e Iran.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A Damasco, in Siria, l\u2019ambasciata libica \u00e8 poco distante da quella americana e da quella del nuovo Iraq post-Saddam. 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