{"id":36930,"date":"2016-11-13T00:00:00","date_gmt":"2016-11-12T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/corte-penale-internazionale-gli-africani-che-vogliono-abbandonarla\/"},"modified":"2017-11-03T15:15:04","modified_gmt":"2017-11-03T14:15:04","slug":"corte-penale-internazionale-gli-africani-che-vogliono-abbandonarla","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/11\/corte-penale-internazionale-gli-africani-che-vogliono-abbandonarla\/","title":{"rendered":"Corte penale internazionale, gli africani che vogliono abbandonarla"},"content":{"rendered":"<p>Continua lo scacco alla Corte Penale Internazionale, Cpi, da parte degli stati africani. Pi\u00f9 volte \u00e8 stata considerata in seno all\u2019Unione Africana, Ua, l\u2019ipotesi di un \u201crecesso di massa\u201d dallo Statuto di Roma.<\/p>\n<p>Sebbene durante l\u2019ultimo vertice dell\u2019Ua alcuni Paesi tra cui Botswana, Nigeria, Senegal, Costa d\u2019Avorio e Tunisia si siano pubblicamente opposti all&#8217;idea, nelle ultime settimane Burundi, Sudafrica e Gambia hanno manifestamente espresso la loro volont\u00e0 di abbandonare la Corte.<\/p>\n<p>In ogni caso, il recesso entrer\u00e0 in vigore a decorrere da un anno dalla notifica al Segretario Generale delle Nazioni Unite, che ne \u00e8 depositario in conformit\u00e0 all\u2019art. 127 dello Statuto di Roma.<\/p>\n<p>\u00c8 bene tener presente che a norma dello stesso articolo, il recesso di uno Stato non lo esonera dagli obblighi posti a suo carico quando ne era parte, n\u00e9 compromette qualsiasi cooperazione concordata con la Corte in occasione d\u2019inchieste e procedure penali alle quali lo Stato che recede aveva il dovere di cooperare e iniziate prima della data in cui il recesso \u00e8 divenuto effettivo.<\/p>\n<p>Tale atto di rinuncia non impedisce neppure di continuare a esaminare qualsiasi questione di cui la Corte era gi\u00e0 investita prima della data in cui il recesso \u00e8 divenuto effettivo. Di conseguenza, i crimini che si sono commessi in precedenza alla data della notifica di recesso restano comunque perseguibili.<\/p>\n<p><b>Burundi, Sudafrica e Gambia votano il recesso dallo Statuto di Roma<\/b><br \/>Il Parlamento del Burundi ha votato a favore del recesso dallo Statuto di Roma il 12 ottobre 2016, a poco pi\u00f9 di un mese dalla pubblicazione del rapporto della Commissione di Indagine Indipendente delle Nazioni Unite in Burundi (Uniib), il quale registra prove di manifeste violazioni dei diritti umani e la potenziale commissione di crimini contro l\u2019umanit\u00e0 da parte del governo di Bujumbura e degli organi agenti a proprio titolo.<\/p>\n<p>Appena una settimana dopo l\u2019approvazione del recesso da parte del parlamento in Burundi, il 19 ottobre 2016, la Repubblica Sudafricana ha notificato al Segretario Generale delle Nazioni Unite la propria volont\u00e0 di recesso con documento firmato dal Ministro degli Esteri Maite Nkoana-Mashabane.<\/p>\n<p>Le prime divergenze tra Sudafrica e Cpi sono nate lo scorso anno, quando Pretoria ha ignorato l\u2019ordinanza d\u2019arresto della Corte nei confronti del presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, accusato di genocidio e crimini di guerra in Darfur.<\/p>\n<p>Il governo sudafricano, inoltre, sostiene che l\u2019effettiva implementazione dello Statuto della Cpi del 2002 si ponga in conflitto con le previsioni disposte dal proprio <i>Diplomatic Immunities and Privileges Act<\/i> n. 37 del 2001, e le sue obbligazioni riguardo alla risoluzione pacifica dei conflitti siano incompatibili con l\u2019interpretazione proposta dalla Corte.<\/p>\n<p>Analogamente, a pochi giorni dalla notifica, il governo del Gambia si \u00e8 schierato a sfavore della Corte, pronunciandosi duramente contro l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019organo, accusato di essere uno strumento umiliante nei confronti degli africani e il cui mirino \u00e8 rivolto esclusivamente a questo continente, dislocando l\u2019attenzione da altri episodi criminosi diffusi in diverse aree del globo.<\/p>\n<p><b>\u201cCorte caucasica internazionale\u201d<\/b><br \/>La Cpi \u00e8 stata perfino definita \u201cCorte caucasica internazionale\u201d alludendo alle ingerenze dei Paesi Occidentali e dei loro interessi negli affari della Corte. In questo clima di tensione sarebbe pi\u00f9 che mai opportuno riconsiderare gli equilibri e soprattutto gli squilibri in seno alla Cpi e agli organi da cui discende.<\/p>\n<p>La critica non \u00e8 recente: gi\u00e0 in passato gli stati dell\u2019Ua avevano biasimato la parzialit\u00e0 dell\u2019organo, mal tollerando l\u2019elevata concentrazione d\u2019indagini sul territorio africano.<\/p>\n<p>Lo scorso settembre, la Procuratrice della Corte penale internazionale Fatou Bensouda ha pubblicato a tal proposito una dichiarazione concernente i parametri di selezione e classificazione dei casi dei quali la Procura \u00e8 chiamata ad occuparsi.<\/p>\n<p>Oltre a chiarire il potere discrezionale dell\u2019ufficio, il documento precisa i parametri che indirizzano la Procura nella scelta dei casi sui quali indagare, tra cui: la gravit\u00e0 dei crimini, il grado di responsabilit\u00e0 e i capi di imputazione in conformit\u00e0 ai principi di indipendenza, imparzialit\u00e0 e obiettivit\u00e0 a fondamento dell\u2019attivit\u00e0 della Corte.<\/p>\n<p>L\u2019ufficio istruttorio ha condotto negli ultimi anni indagini in Uganda; Repubblica Democratica del Congo; Darfur, Sudan; Repubblica Centrafricana, mediante due distinte investigazioni; Kenya; Libia; Costa d\u2019Avorio, Mali e Georgia. La Procura ha altres\u00ec indetto indagini preliminari riguardo alle situazioni in Afghanistan; Colombia; Guinea; Iraq\/UK; Palestina, Nigeria e Ucraina.<\/p>\n<p><b>Rischio reazione a catena<\/b><br \/>La preoccupazione principale alla luce degli ultimi avvenimenti \u00e8 che tali episodi possano provocare una reazione a catena, per cui ogni Stato che si trovi in posizione di dissenso con la Corte Internazionale sarebbe portato a notificare l\u2019atto di rinuncia dallo Statuto.<\/p>\n<p>Il concreto recesso da parte di uno Stato membro rappresenterebbe un grave passo indietro, specialmente riguardo agli sforzi compiuti in virt\u00f9 dell\u2019universalit\u00e0 dell\u2019Istituzione.<\/p>\n<p>In un momento simile frutterebbe se tutti gli Stati lavorassero congiuntamente, invitando i membri insofferenti a riconsiderare la propria posizione e avviando un nuovo dialogo, per sostenere la Cpi, ma soprattutto assicurarne efficacia e attendibilit\u00e0 per tutelare il sistema di giustizia universale garantito alle vittime di atrocit\u00e0 di massa e contrastare l\u2019impunit\u00e0 innanzi alla brutalit\u00e0 di tali crimini, al di l\u00e0 dei dissapori e i vezzi politici di singoli capi di Stato.<\/p>\n<p>Sebbene imperfetta, la Cpi resta uno strumento cruciale di accesso alla giustizia internazionale, essenziale ad assicurare lo stato di diritto e la tutela dei diritti fondamentali per le vittime delle pi\u00f9 gravi violazioni di diritto umanitario.<\/p>\n<p>Con i suoi 124 stati membri, dal 2002, \u00e8 il primo organismo giudiziario con giurisdizione internazionale permanente per la persecuzione di genocidio, crimini contro l\u2019umanit\u00e0 e crimini di guerra; in assenza di corti regionali con giurisdizione penale, \u00e8 l\u2019unica garanzia giudiziale sovranazionale per chi \u00e8 vittima di crimini internazionali.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Continua lo scacco alla Corte Penale Internazionale, Cpi, da parte degli stati africani. 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