{"id":3840,"date":"2006-12-05T00:00:00","date_gmt":"2006-12-04T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/verso-una-politica-estera-bipartisan\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:10","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:10","slug":"verso-una-politica-estera-bipartisan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/12\/verso-una-politica-estera-bipartisan\/","title":{"rendered":"Verso una politica estera bipartisan?"},"content":{"rendered":"<p>La pesante sconfitta del Partito Repubblicano del presidente George W. Bush nelle elezioni di medio termine del novembre scorso ha ravvivato negli Stati Uniti un dibattito che in realt\u00e0 non si era mai chiuso dagli attacchi terroristici del 2001 in poi: come ripensare la sicurezza nazionale americana per il XXI secolo. Tra le proposte pi\u00f9 interessanti va segnalata quella del Princeton Project on National Security (Ppns) della Woodrow Wilson School dell\u2019Universit\u00e0 di Princeton.<\/p>\n<p>Il <a href= \"http:\/\/www.wws.princeton.edu\/ppns\/report\/FinalReport.pdf\"  target= \"blank\"><b><u> rapporto conclusivo<\/u><\/b><\/a>, di oltre sessanta pagine, che l\u2019avveduto gruppo di specialisti di Princeton ha pubblicato proprio nel pieno della scorsa campagna elettorale \u00e8 ora oggetto di vivace dibattito sui mass media d\u2019America e non solo. Proprio di recente, due autorevoli organi della carta stampata di orientamenti politici non necessariamente convergenti, come l\u2019inglese \u201cThe Guardian\u201d e il statunitense \u201cThe Washington Post\u201d, hanno entrambi suggerito che il rapporto del Ppns potrebbe rappresentare la piattaforma programmatica per una nuova politica estera americana dopo la fine dell\u2019era Bush. Cerchiamo di capirne il perch\u00e9.<\/p>\n<p><b>Una questione di sintesi e approccio<\/b><br \/>Una prima ragione va individuata nel metodo seguito dall\u2019ideatrice dell\u2019iniziativa, la specialista di diritto internazionale e preside della Woodrow Wilson School, Anne-Marie Slaughter. Il progetto, lanciato nel 2004, \u00e8 stato fin dalle origini concepito come uno sforzo collettivo in nome di una riflessione bipartisan sulla strategia internazionale degli Stati Uniti. Provengono infatti da diversi settori e da diverse tradizioni politiche le decine di collaboratori che hanno contribuito al progetto nei due anni del suo svolgimento.<\/p>\n<p>Il rapporto conclusivo del Ppns \u00e8 stato emblematicamente presentato come un articolo collettivo, poich\u00e9 ispirato alla celebre sintesi strategica che lo storico statista americano della Guerra Fredda, George Kennan, pubblic\u00f2 sotto pseudonimo sulle pagine di <i>Foreign Affaire<\/i> nel 1947 e in cui per la prima volta furono illustrate, in maniera sistematica e comprensibile al grande pubblico, le ragioni strategiche e le motivazioni ideali per una politica di contenimento dell\u2019Unione Sovietica.<\/p>\n<p>Agli occhi dei promotori del Ppns, la situazione internazionale del 2004 \u00e8 apparsa non meno drammatica di quella dell\u2019immediato dopoguerra. La <a href= \"http:\/\/www.whitehouse.gov\/nsc\/nss.pdf\" target= \"blank\"><b><u> \u201cStrategia Nazionale\u201d <\/u><\/b><\/a>presentata dall\u2019amministrazione Bush nel settembre 2002 aveva gi\u00e0 suscitato nel paese e nel mondo accese polemiche per alcuni dei suoi contenuti, tra cui soprattutto la giustificazione della guerra preventiva a fronte di nuove minacce alla pace come il terrorismo internazionale. Per quanto criticato, il controverso documento strategico del 2002 invitava il popolo americano a prendere atto non solo della fine del bipolarismo ma anche della complessa fase di transizione degli anni \u201890, caratterizzata in America da facili trionfalismi come anche da una crescente incertezza, che gli attentati del 2001 parvero voler chiudere in modo al contempo brusco e drammatico.<\/p>\n<p>Il gruppo di Princeton ha visto nella Strategia Nazionale del 2002 non un punto di arrivo ma di partenza. L\u2019idea \u00e8 stata di produrre una sintesi strategica pi\u00f9 elevata di quella esistente e una delle precondizioni \u00e8 stata vista nel coinvolgimento di culture politiche diverse \u2013 proprio come accadde nel secondo dopoguerra, quando l\u2019amministrazione Truman cerc\u00f2 un consenso bipartisan almeno sulle principali decisioni di politica internazionale.<\/p>\n<p>In questo senso, il progetto \u00e8 stato oltremodo preveggente: la recente sconfitta di Bush ha evidenziato una profonda insoddisfazione tra gli americani circa il modo partigiano e confuso in cui gli Stati Uniti hanno inteso promuovere il proprio interesse nel mondo, dopo essere stati cos\u00ec gravemente attaccati nel 2001. La sintesi strategica del Ppns pare entrare nel cuore del problema offrendo un\u2019alternativa bipartisan all\u2019infelice politica estera americana degli ultimi anni.<\/p>\n<p><b>Un nuovo asse politico?<\/b><br \/>Una seconda ragione che motiva l\u2019interesse per l\u2019iniziativa riguarda, ovviamente, i suoi contenuti. L\u2019originalit\u00e0 del rapporto si deve in particolare a un aspetto: il tentativo di conciliare alcuni dei principi cardine della politica estera dei neoconservatori con un recupero della tradizione \u201cliberal\u201d americana, con la sua enfasi posta sulla valorizzazione delle istituzioni multilaterali e del diritto internazionale. Non \u00e8 un caso che il rapporto del Ppns sia intitolato \u201cForging a World of Liberty Under Law\u201d e che l\u2019ideale cos\u00ec caro ai neoconservatori dell\u2019esportazione della democrazia sia qui riproposto, ma come un obiettivo di lungo termine e in ogni caso indissociabile dalla contemporanea promozione di un \u201cordine internazionale\u201d in cui le regole internazionali siano rispettate.<\/p>\n<p>Questa associazione, a dire il vero per niente nuova nella tradizione strategica del paese, tra libert\u00e0 e diritto \u2013 tra \u201cliberty\u201d and \u201claw\u201d \u2013 si deve soprattutto all\u2019interessante collaborazione tra due analisti politici di rispettata fama internazionale, ma di cultura politica diversa come G. John Ikenberry e Francis Fukuyama. Lo scienziato politico di Princeton, noto per la sua strenua difesa del carattere \u201cliberale\u201d dell\u2019egemonia americana e distintosi negli ultimi anni per una dura critica alla strategia di Bush che non ha esitato a definire \u201cimperiale\u201d, ha infatti deliberatamente cercato un confronto con il collega e cordiale amico, Francis Fukuyama, l\u2019autore del celebre \u201cLa fine della storia\u201d, che fino di recente non aveva fatto mistero delle sue simpatie neoconservatrici, salvo poi chiamarsi fuori dopo i primi fallimenti della politica estera di Bush.<\/p>\n<p>Altre mediazioni di rilievo tra orientamenti politici diversi riguardano inoltre questioni di grande attualit\u00e0 come il futuro dell\u2019Onu, delle relazioni transatlantiche e la dottrina della guerra preventiva.<\/p>\n<p><b>La centralit\u00e0 dell\u2019Onu<\/b><br \/>Il rapporto del Ppns non lascia spazio a equivoci nel riaffermare la centralit\u00e0 del sistema delle Nazioni Unite. Al contempo, tuttavia, raccoglie un malcontento diffuso tra le \u00e9lite politiche del paese, in particolare nel fronte conservatore, nel ribadire la necessit\u00e0 di una riforma radicale dell\u2019Onu. Tra le proposte principali vi si trova l\u2019assegnazione di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, ma senza diritto di veto, a paesi come l\u2019India, il Giappone, il Brasile e la Germania, nonch\u00e9 a due stati africani. Secondo il rapporto, inoltre, il controverso diritto di veto dovrebbe essere abolito quando in ballo vi \u00e8 l\u2019autorizzazione di azioni, anche militari, in diretta risposta a una crisi internazionale. Altro punto centrale \u00e8 la \u201cresponsability to protect\u201d, un concetto di cui l\u2019uscente Segretario Generale dell\u2019Onu, Kofi Annan, \u00e8 il principale ispiratore e che si traduce in un dovere da parte della comunit\u00e0 internazionale di intervenire negli affari interni di uno stato sovrano, se questo non provvede autonomamente alla protezione dei suoi cittadini in caso di catastrofi umanitarie o ambientali. <\/p>\n<p>Questa riaffermazione delle prerogative dell\u2019Onu non va confusa, tuttavia, con un universalismo a ogni costo o con una difesa di principio del diritto internazionale vigente. Al contrario, il rapporto suggerisce che nel caso non troppo ipotetico di un fallimento della riforma delle Nazioni Unite, le democrazie del sistema internazionale sarebbero autorizzate a creare un forum alternativo con il potere di autorizzare un\u2019ampia gamma di misure per la risoluzione delle crisi internazionali, incluso il ricorso all\u2019uso della forza.<\/p>\n<p>L\u2019istituzione di un \u201cconcerto delle democrazie\u201d sulle basi di un vero e proprio trattato internazionale costituisce, infatti, l\u2019elemento forse pi\u00f9 innovativo e potenzialmente controverso della proposta del PPNS. Se lo scopo dichiarato \u00e8 quello di favorire la cooperazione tra le democrazie anche in funzione di una rivitalizzazione dell\u2019Onu, \u00e8 lecito sospettare che in pratica questo strumento potrebbe tradursi nella creazione di un sistema alternativo alle Nazioni Unite. Un altro rischio, inoltre, \u00e8 quello di una marginalizzazione del ruolo di altre organizzazioni internazionali che si vantano di avere fatto del principio democratico un criterio di appartenenza, e su tutte la Nato.<\/p>\n<p><b>I rapporti transatlantici in una cornice globale<\/b><br \/>Se le raccomandazioni del rapporto si pongono, infatti, nello spirito di una riconciliazione tra Europa e Stati Uniti, dopo gli aspri dissensi emersi in occasione dell\u2019intervento militare in Iraq del 2003, questa rinnovata intesa sembra essere rientrare in una riconsiderazione complessiva degli equilibri strategici dell\u2019attuale sistema internazionale dove \u00e8 l\u2019adesione ai valori della democrazia e del libero mercato, pi\u00f9 che l\u2019appartenenza alla comune casa dell\u2019Occidente, a costituire il vero discrimine.<\/p>\n<p>Il prezioso contributo della Nato alla difesa della sicurezza americana \u00e8 ad esempio ribadito, ma anche in questo caso viene sottolineata l\u2019urgenza di una riforma profonda dell\u2019organizzazione, tale da rendere l\u2019Alleanza Atlantica uno strumento pi\u00f9 flessibile e soprattutto sempre pi\u00f9 aperto a partenariati con paesi, come Israele, che condividono la tradizione politica dell\u2019Occidente, ma che giacciono al di fuori dall\u2019area euro-americana.<\/p>\n<p>Considerate nel loro complesso, proposte come quella di un \u201cconcerto delle democrazie\u201d cos\u00ec come quella di estendere le partnership della Nato a paesi non appartenenti all\u2019area transatlantica, sembrano voler trovare un difficile compromesso tra l\u2019unilateralismo di Bush delle cosiddette \u201ccoalizioni dei volenterosi\u201d e un multilateralismo tradizionale tutto centrato sulle Nazioni Unite e sul diritto internazionale vigente.<\/p>\n<p>La sintesi politica bipartisan che il gruppo di Princeton propone, in sostanza, rigetta le tentazioni unilateraliste dei neoconservatori, ma dissocia il multilateralismo dalla preservazione delle istituzioni multilaterali nella loro forma esistente. Inoltre, recupera l\u2019idea centrale della tradizione politica statunitense, secondo cui l\u2019esercizio del potere internazionale da parte dei suoi membri, e in particolare di quelli pi\u00f9 potenti, deve essere disciplinato dal diritto internazionale, ma non identifica quest\u2019ultima responsabilit\u00e0 con un\u2019adesione incondizionata alla norme vigenti che invece invita a riconsiderare.<\/p>\n<p><b>La guerra preventiva<\/b><br \/>Un ultimo aspetto degno di nota riguarda la dottrina della guerra preventiva. Anche qui la soluzione pare di compromesso. Da un lato, viene rifiutata l\u2019idea che il ricorso a interventi militari preventivi possa equivalere a una vera e propria \u201cdottrina\u201d strategica. Dall\u2019altro, tuttavia, si ammette che l\u2019uso preventivo della forza contro il terrorismo \u201c\u00e8 uno strumento necessario\u201d per fronteggiare con successo le nuove minacce alla pace mondiale. Ma forse ancora pi\u00f9 controversa \u00e8 la giustificazione dello stesso mezzo anche nei confronti di stati sovrani, in particolare se implicati in attivit\u00e0 terroristiche o dotati di armi di distruzioni di massa. In questi casi, sostiene il rapporto del Ppns, il ricorso all\u2019intervento militare preventivo non pu\u00f2 essere scartato, anche se \u00e8 da adottare solo in ultima istanza e in presenza di un\u2019autorizzazione internazionale da parte dell\u2019Onu o di altre organizzazioni multilaterali \u201campiamente rappresentative\u201d, come la Nato.<\/p>\n<p><b>Reazioni disuguali<\/b><br \/>Nonostante un diffuso interesse per l\u2019iniziativa, il rapporto del Ppns non \u00e8 accolto con eguale favore dal mondo politico americano. Se, per certi aspetti, le raccomandazioni in esso contenute sembrano lanciare un primo ponte tra una certa ala del Partito Repubblicano e quello Democratico, i meno rappresentati dalle posizioni del rapporto sono forse proprio alcuni di quei leader conservatori che stanno tornando alla ribalta dopo la sconfitta elettorale dello scorso novembre. Opinioni come quelle dei realisti alla Kissinger, tradizionalmente diffidenti nei confronti di crociate in nome della libert\u00e0 o della democrazia cos\u00ec come scettici sulla supposta efficacia e virt\u00f9 delle istituzioni internazionali in genere, difficilmente trovano dimora nel nuovo edificio bipartisan di cui il gruppo di Princeton ha gettato le fondamenta. <\/p>\n<p>Queste stesse opinioni trovano ora varco nel dibattito americano, perch\u00e9 si traducono nel caso scottante dell\u2019Iraq nell\u2019appello a un ritiro delle truppe nel nome di una politica estera meno idealista \u2013 e avventurista \u2013 e pi\u00f9 attenta agli interessi strategici reali del paese. Una certa indulgenza all\u2019idealismo, seppur qualificata, unita all\u2019assenza di raccomandazioni nette e immediatamente applicabili su come uscire dall\u2019impasse irachena rischiano di mettere il rapporto del Ppns in una situazione scomoda o privarlo di un sostegno che per altri aspetti si merita.<\/p>\n<p>Non meno importante, ovviamente, \u00e8 l\u2019aspetto delle reazioni sull\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico. Se \u00e8 prevedibile che il proposito di per s\u00e9 nobile di ricucire gli strappi tra Stati Uniti ed Europa venga accolto con favore, sar\u00e0 certamente meno gradito agli europei sapere che il rapporto riserva all\u2019Unione Europea un posto piuttosto marginale nel quadro della strategia internazionale americana. Altri motivi di dissenso potranno scaturire, inoltre, da una certa disinvoltura con cui il Ppns tratta questioni assai delicate come l\u2019autorizzazione all\u2019uso della forza, che il gruppo di Princeton suggerisce non essere di competenza esclusiva delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p>Insomma, il rapporto giunge molto atteso, ma suscita gi\u00e0 una vivace polemica politica. In questo senso, pare avere gi\u00e0 centrato l\u2019obiettivo dichiarato dei suoi promotori: rinfrescare un dibattito che negli ultimi anni si era irrigidito lungo linee di contrapposizione piuttosto definite. La notizia che l\u2019America abbia cominciato un serio riesame della sua strategia internazionale e che le carte si stiano rimescolando va accolta, in ogni caso, con soddisfazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La pesante sconfitta del Partito Repubblicano del presidente George W. 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