{"id":3930,"date":"2006-12-13T00:00:00","date_gmt":"2006-12-12T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/se-il-talebano-rialza-la-testa\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:10","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:10","slug":"se-il-talebano-rialza-la-testa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2006\/12\/se-il-talebano-rialza-la-testa\/","title":{"rendered":"Se il Talebano rialza la testa"},"content":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un punto su cui maggioranza e opposizione \u2013 nelle persone del ministro degli Esteri Massimo D\u2019Alema e dell\u2019ex ministro della Difesa Antonio Martino \u2013 si trovano d\u2019accordo: la missione della Nato in Afghanistan, che attualmente comprende quasi quarantamila uomini di una ventina di nazioni, tra cui quasi duemila italiani, durer\u00e0 \u201cmolti anni\u201d. Il suo compito \u00e8 di stabilizzare il governo del presidente Karzai e di respingere la nuova offensiva dei Talebani nelle province sudorientali, che ha ripreso inaspettato vigore nel corso del 2006. N\u00e9 D\u2019Alema, n\u00e9 Martino si sono peraltro pronunciati su quale dovrebbe essere l\u2019obiettivo finale della spedizione, la prima dell\u2019Alleanza atlantica fuori dai suoi tradizionali confini e la prima in cui le sue truppe sono seriamente impegnate sul terreno, con uno stillicidio quasi quotidiano di perdite. La situazione, infatti, \u00e8 cos\u00ec grave e le possibili complicazioni sono talmente numerose, che tutti preferiscono evitare prese di posizione troppo nette.<\/p>\n<p><b>Ripresa fondamentalista<\/b><br \/>In Afghanistan bisogna restare per impedire che Al Qaeda torni a impadronirsene e che ne facciano di nuovo una palestra per l\u2019addestramento dei terroristi di tutto il mondo, ma prevedere quando questo pericolo verr\u00e0 meno \u00e8 praticamente impossibile.<\/p>\n<p>Karzai \u00e8 stato meno prudente: a una recente riunione di governatori locali, ambasciatori occidentali e militari atlantici a Kandahar ha dichiarato che \u201cun fallimento nel pacificare l\u2019Afghanistan distruggerebbe l\u2019intera regione\u201d e ha accusato il vicino Pakistan di essere il principale responsabile della ripresa della minaccia fondamentalista. \u201cQui noi combattiamo\u201d ha aggiunto \u201ci sintomi del terrorismo, non le sue radici, che si trovano oltre frontiera\u201d.<\/p>\n<p>La requisitoria del presidente afgano coincide con un reportage esclusivo del New York Times, che rivela la nascita di un vero e proprio mini-Stato talebano, colpevolmente tollerato dalle autorit\u00e0 pachistane, nella regione di frontiera del Nord Waziristan dove si presume che siano nascosti anche Osama Bin Laden e il suo numero due, il medico egiziano Al Zawahiri. In questa montagnosa enclave, in cui i Talebani hanno sottomesso anche i potenti capi tribali, Al Qaeda sta riproducendo, su scala pi\u00f9 ridotta, le attivit\u00e0 che svolgeva in Afghanistan prima del 2001: indottrinamento di nuove reclute e addestramento di terroristi e di attentatori suicidi da inviare poi in giro per il mondo. <\/p>\n<p>Secondo fonti pachistane vicine agli Stati Uniti, ai Talebani si sarebbero gi\u00e0 uniti dai 1.500 ai 2.000 combattenti stranieri provenienti da tutto il mondo islamico e l\u2019afflusso sarebbe in continuo aumento. \u00c8 a loro che bisogna attribuire la proliferazione dei kamikaze in Afghanistan, dove questa pratica, cos\u00ec diffusa in Iraq e in Palestina era, fino a poco tempo fa, del tutto sconosciuta. Secondo gli analisti, nel mini-Stato talebano si sarebbero concentrati un certo numero di comandanti talebani \u2013 Jalajuddin Haqqani, Beitullah Mesud, Saddiq Noor, Mullah Dadullah e altri &#8211; i quali starebbero in questo momento preparando una massiccia offensiva di primavera che potrebbe mettere in serie difficolt\u00e0 una Nato divisa e dotata per ora di mezzi insufficienti.<\/p>\n<p>Il recente vertice di Riga non ha infatti centrato i due obiettivi che il segretario generale De Hoop Scheffer si era proposto: primo, ottenere l\u2019invio di consistenti rinforzi per fare fronte a compiti sempre pi\u00f9 onerosi; secondo, convincere Italia, Germania, Francia e Spagna, che hanno avuto la fortuna di essere assegnate alle province meno turbolente, a consentire all\u2019impiego delle loro truppe anche sul fronte sud-orientale, dove inglesi, americani, olandesi e canadesi sono invece impegnati in una vera e propria guerra. <\/p>\n<p>I nostri potranno andare in aiuto degli alleati solo in circostanze estreme, entro 72 ore, e dopo esplicita autorizzazione del Governo. Questo ha non solo causato una vistosa spaccatura nell\u2019alleanza, ma mandato anche un segnale sbagliato ai Talebani, inducendo Ahmed Rashid, uno dei massimi esperti della Jihad, a scrivere sull\u2019International Herald Tribune: \u201dNella storia della diffusione dell\u2019estremismo islamico e di Al Qaeda nel mondo, il vertice della Nato sar\u00e0 annoverato come lo spartiacque negativo, come il momento in cui l\u2019Occidente ha rinunciato a impegnarsi a fondo per impedire ai Talebani di prendersi la rivincita del 2001\u201d.<\/p>\n<p><b>Equilibri interni<\/b><br \/>La vera ragione per cui Prodi, Chirac, la Merkel e Zapatero hanno rifiutato un impegno supplementare \u00e8 che non sarebbe stato politicamente sostenibile sul piano interno. Formalmente, tuttavia, hanno preferito trincerarsi dietro l\u2019argomento che la forza, da sola, non \u00e8 in grado di risolvere nulla e che \u00e8 necessario intensificare la cooperazione allo sviluppo e ricercare una soluzione politica. Di qui l\u2019idea italiana di una conferenza regionale e quella francese (accettata in linea di massima) della creazione di un \u201cgruppo di contatto\u201d con il coinvolgimento di tutte le parti in causa, compresi i confinanti Pakistan ed Iran. <\/p>\n<p>Che cosa queste iniziative diplomatiche possano risolvere, \u00e8 tutt\u2019altro che chiaro, visto che il Pakistan, pur formalmente alleato degli Stati Uniti, \u00e8 in realt\u00e0 la principale base dei Talebani, e l\u2019Iran, che gi\u00e0 li starebbe aiutando sottobanco, non ha alcun interesse a che la Nato riesca a consolidare il governo Karzai. Ma si tratta di iniziative che si vendono bene all\u2019opinione pubblica e servono a far guadagnare tempo. <\/p>\n<p>L\u2019amara verit\u00e0 \u00e8 che, nonostante alcuni sviluppi positivi \u2013 elezioni democratiche e qualche progresso economico \u2013 la situazione dell\u2019Afghanistan rimane estremamente precaria e n\u00e9 qualche migliaio di soldati occidentali in pi\u00f9, n\u00e9 il coinvolgimento di vicini che hanno tutto da guadagnare dal caos possono imprimerle una svolta decisiva. Con 30 o 40 mila uomini non si controlla un Paese montagnoso e privo di strade, grande il doppio dell\u2019Italia, dove i \u201csignori della guerra\u201d sono tuttora i padroni delle province e non esistono un esercito, una polizia e una burocrazia affidabili. <\/p>\n<p>La produzione dell\u2019oppio, che costituisce pi\u00f9 di un terzo del Pil \u00e8 in continuo aumento, fino a costituire, con 6.100 tonnellate nel 2005, il 90 per cento del totale mondiale, e con i suoi proventi alimenta non solo la guerriglia, ma anche un\u2019illecita economia parallela che corrode il Paese come un cancro. Tutti gli sforzi per sradicare questa piaga sono finora naufragati, anche perch\u00e9, se si distruggessero le piantagioni senza fornire un\u2019alternativa, si condannerebbero milioni di contadini a morire di fame.<\/p>\n<p>Perch\u00e9, allora, rimanere in Afghanistan \u201cper molti anni\u201d? Con i mezzi disponibili, si pu\u00f2 puntare solo a un\u2019opera di contenimento, ed evitare di perdere una battaglia cruciale in quella che il generale Abizaid, comandante delle forze americane in Medio Oriente, ha chiamato la Terza guerra mondiale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019\u00e8 un punto su cui maggioranza e opposizione \u2013 nelle persone del ministro degli Esteri Massimo D\u2019Alema e dell\u2019ex ministro della Difesa Antonio Martino \u2013 si trovano d\u2019accordo: la missione della Nato in Afghanistan, che attualmente comprende quasi quarantamila uomini di una ventina di nazioni, tra cui quasi duemila italiani, durer\u00e0 \u201cmolti anni\u201d. 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