{"id":4210,"date":"2007-01-11T00:00:00","date_gmt":"2007-01-10T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-partnership-for-peace-un-cedimento-o-una-mossa-lungimirante\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:05","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:05","slug":"la-partnership-for-peace-un-cedimento-o-una-mossa-lungimirante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/01\/la-partnership-for-peace-un-cedimento-o-una-mossa-lungimirante\/","title":{"rendered":"La Partnership for Peace: un cedimento o una mossa lungimirante?"},"content":{"rendered":"<p>Lo scorso 14 dicembre i presidenti di Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro hanno sottoscritto a Bruxelles il Framework Document per l\u2019accesso al programma Nato Partnership for Peace. La firma d\u00e0 seguito all\u2019invito ai tre Paesi ad associarsi rivolto a conclusione del summit Nato lo scorso 29 novembre a Riga.<\/p>\n<p><b>Reazioni contrastanti<\/b><br \/>L\u2019invito, e la successiva firma a Bruxelles hanno suscitato reazioni contrastanti nell\u2019ambito della comunit\u00e0 internazionale, soprattutto per quel che riguarda la Serbia. Da un lato vi \u00e8 chi ha ritenuto l\u2019accesso al programma Nato un cedimento rispetto alla politica di fermezza verso Serbia e Bosnia-Erzegovina nell\u2019adempiere ad alcune condizioni minime per poter avviarsi sulla strada dell\u2019integrazione europea, prima tra tutti quella della consegna dei criminali di guerra. Un esempio illuminante in tal senso \u00e8 stata la reazione del procuratore del Tribunale Internazionale per i Crimini nella Ex-Jugoslavia, Carla Del Ponte, che ha severamente criticato la decisione Nato. Dall\u2019altro vi \u00e8 chi ha giudicato l\u2019apertura venuta da Riga come un passo avanti verso la progressiva e necessaria integrazione di Serbia e Bosnia-Erzegovina nell\u2019area euro-atlantica. <\/p>\n<p>Le stesse posizioni d\u2019altronde si erano fronteggiate anche all\u2019interno del Dipartimento di Stato americano e tra i Paesi della Nato, con Italia, Spagna, Ungheria e Slovenia a perorare la causa dei tre Paesi dei Balcani, e Gran Bretagna, Olanda Francia e Germania che mantenevano un atteggiamento pi\u00f9 cauto se non ostile alla proposta. <\/p>\n<p>A tali posizioni in Serbia hanno fatto da contraltare posizioni speculari da parte dei leader serbi. Il premier nazionalista Voijslav  Kostunica ha dato sostanza ai timori della Del Ponte, decidendo di interpretare l\u2019accesso al programma Nato come una vittoria della Serbia, mentre il presidente Boris Tadic ha dichiarato che la Partnership for Peace rappresenta solo l\u2019inizio di un percorso per compiere il quale la Serbia deve darsi da fare, a cominciare proprio dalla cattura e consegna dei criminali di guerra, primi fra tutti Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Dichiarazioni che riflettono gli schieramenti che si fronteggeranno nelle elezioni che si terranno il prossimo 21 gennaio.<\/p>\n<p><b>La sfida dell\u2019integrazione<\/b><br \/>Se i timori del procuratore Del Ponte, e di quanti con lei temono che qualsiasi allentamento della pressione sulla Serbia possano indebolire la posizione della comunit\u00e0 internazionale nei confronti del governo di Belgrado, non sono del tutto infondati, a ben vedere, tuttavia, l\u2019accesso al programma Partnership for Peace rappresenta forse una mossa finalmente lungimirante, particolarmente dopo l\u2019alt e il rinvio <i>sine die<\/i> imposto dall\u2019Unione Europea al percorso di integrazione e in vista della definizione dello status del Kosovo. <\/p>\n<p>La sfida nei confronti soprattutto di Serbia e Bosnia, infatti, \u00e8 quella di favorirne l\u2019integrazione nell\u2019ambito euro-atlantico. Si tratta dell\u2019unica via per stabilizzare definitivamente l\u2019area, oggi ancora attraversata da forti tensioni. Ma \u00e8 una sfida che va perseguita con decisione, facendo s\u00ec che le perverse logiche nazionaliste ancora forti in entrambi i Paesi, non vengano premiate, ma anzi ne venga sancito il definitivo superamento e la loro sconfitta. E soprattutto senza divisioni, cos\u00ec da non lasciare alcuno spazio alla tentazione serba di riprendere a giocare sui contrasti dei paesi occidentali come gi\u00e0 fece per gran parte degli anni \u201890.<\/p>\n<p>\u00c8 in questo quadro che l\u2019offerta e la conseguente adesione alla Partnership for Peace pu\u00f2 giocare un ruolo positivo per \u201cagganciare\u201d la Serbia, stato chiave dell\u2019area, favorire il processo di evoluzione democratica di tutti e tre i Paesi, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro, e promuovere la stabilizzazione dell\u2019area.<\/p>\n<p><b>Le implicazioni per Serbia e Bosnia-Erzegovina<\/b><br \/>Nata nel 1994 per integrare nell\u2019orbita atlantica le repubbliche dell\u2019Europa Orientale e quelle nate dallo sfaldamento dell\u2019Unione Sovietica, la Partnership for Peace \u00e8 un programma di cooperazione bilaterale tra singoli Stati e la Nato. Il tipo e l\u2019intensit\u00e0 della cooperazione vengono decisi dai Paesi partner in accordo con la stessa Nato. Vi sono tuttavia alcuni principi di base ai quali i Paesi che accedono al programma devono aderire e che si devono impegnare a perseguire. Tra di essi vi sono: l\u2019impegno a preservare i principi basilari della democrazia, a rispettare le leggi internazionali, la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, a non aggredire altri stati, a rispettare i confini e a risolvere pacificamente le controversie internazionali.<\/p>\n<p> Principi come si vede per nulla scontati quando si parla di Balcani. Ma oltre a tali impegni generici, ve ne sono alcuni pi\u00f9 specifici che forse risultano ancora pi\u00f9 interessanti nel caso di Serbia e Bosnia-Erzegovina: l\u2019impegno a promuovere la trasparenza della politica e del bilancio della difesa e soprattutto il controllo democratico delle forze armate e a consultarsi con Paesi partner che sentano minacciata la loro integrit\u00e0 territoriale. Un meccanismo, quest\u2019ultimo, utilizzato da Albania ed Ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia nel corso della crisi del Kosovo.<\/p>\n<p>L\u2019adesione alla Partnership for Peace implica, quindi, alcuni elementi che, soprattutto nel caso di Serbia e Bosnia-Erzegovina possono giocare un ruolo positivo nel processo di evoluzione democratica, di stabilizzazione e integrazione. In particolare l\u2019accento posto sul controllo trasparente e democratico delle forze armate e sulla loro estraneit\u00e0 rispetto alla battaglia politica rappresenta un fattore rilevante sia in Serbia, dove l\u2019intreccio tra potere politico e forze armate, e in casi non rari anche con la criminalit\u00e0, rappresenta un nodo ancora da sciogliere, che in Bosnia, nella quale di fatto esistono due eserciti al servizio rispettivamente dei governi delle due entit\u00e0 che costituiscono lo stato bosniaco, la Repubblica Srpska e la Federazione croato-bosniaca.<\/p>\n<p>Inoltre, l\u2019impegno a rispettare i confini e a risolvere pacificamente ogni controversia, se non hanno alcun valore per quanto riguarda il Kosovo, che in base al diritto internazionale \u00e8 parte integrante della Serbia, potrebbero avere un qualche ruolo nell\u2019evenienza di una degenerazione della situazione in Bosnia-Erzegovina, a causa di pulsioni secessioniste della Repubblica Srpska.<\/p>\n<p><b>Una Serbia pi\u00f9 euro-atlantica<\/b><br \/>Infine, elemento non trascurabile, l\u2019adesione alla Partnership for Peace avvicina la Serbia all\u2019orbita euro-atlantica, indebolendo il legame storico con la Russia al quale ha periodicamente fatto ricorso il governo di Belgrado per contrastare le pressioni occidentali e bloccare progetti di risoluzioni ritenute ostili o lesive degli interessi nazionali in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E non \u00e8 irrilevante ricordare che solo otto anni fa la Serbia veniva bombardata dagli aerei della stessa organizzazione alla quale oggi ha scelto di legarsi. <\/p>\n<p>Naturalmente, nulla impedirebbe alla Serbia di porre fine alla Partnership for Peace, possibilit\u00e0 espressamente prevista dal programma Nato, e svincolarsi cos\u00ec da ogni impegno, cos\u00ec come non \u00e8 detto che tutti gli impegni presi sulla carta trovino poi effettiva attuazione. Tuttavia, ci\u00f2 implicherebbe una svolta radicale e quasi certamente la rinuncia ad ogni prospettiva di integrazione europea. Un prezzo che sarebbe troppo caro per i cittadini serbi e forse anche per i leader nazionalisti.<\/p>\n<p>L\u2019offerta fatta a Riga ha avuto il merito di \u201cagganciare\u201d Serbia e Bosnia-Erzegovina all\u2019area euro-atlantica e di evitare che il loro perdurante isolamento e l\u2019allontanarsi della prospettiva europea potessero contribuire al degenerarsi della situazione. Chiudere ogni spiraglio avrebbe voluto dire rischiare di fomentare pulsioni nazionaliste o rinunciatarie in un contesto nel quale il richiamo dell\u2019Europa \u00e8 debole e a prevalere \u00e8 ancora una visione locale senza respiro internazionale. In tale contesto non \u00e8 casuale che l\u2019offerta sia stata fatta a meno di due mesi dalle elezioni in Serbia. <\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 attraverso uno strumento \u201cleggero\u201d, per quanto diplomaticamente significativo, e senza sostanziali concessioni sul piano politico. L\u2019adesione, inoltre. non implica alcun annacquamento delle condizioni richieste dalla Ue per poter procedere sul cammino dell\u2019integrazione europea, come ben sa la Turchia, che della Nato \u00e8 non partner, ma membro e da lungo tempo. <\/p>\n<p>In questa partita l\u2019Italia ha giocato un ruolo di primo piano, forse anche oltre il necessario. Un ruolo che con la dovuta attenzione, e senza cedere ad eccessi di \u201camicizia\u201d, potr\u00e0 e dovr\u00e0 continuare a giocare nel prossimo futuro per contribuire a stabilizzare un\u2019area di interesse strategico per il nostro Paese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo scorso 14 dicembre i presidenti di Serbia, Bosnia Erzegovina e Montenegro hanno sottoscritto a Bruxelles il Framework Document per l\u2019accesso al programma Nato Partnership for Peace. La firma d\u00e0 seguito all\u2019invito ai tre Paesi ad associarsi rivolto a conclusione del summit Nato lo scorso 29 novembre a Riga. Reazioni contrastantiL\u2019invito, e la successiva firma [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[75,100],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4210"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=4210"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4210\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":61826,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/4210\/revisions\/61826"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=4210"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=4210"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=4210"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}