{"id":4670,"date":"2007-02-20T00:00:00","date_gmt":"2007-02-19T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/affari-senza-condizioni\/"},"modified":"2017-11-03T15:43:01","modified_gmt":"2017-11-03T14:43:01","slug":"affari-senza-condizioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/02\/affari-senza-condizioni\/","title":{"rendered":"Affari senza condizioni"},"content":{"rendered":"<p>Si \u00e8 concluso da pochi giorni il tour del presidente cinese Hu Jintao che ha toccato otto paesi africani: Camerun, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, Sud Africa, Mozambico e le Seychelles. Il tour segna un\u2019altra importante tappa nella politica di espansione cinese in Africa, perseguita con estrema determinazione ed efficacia. Il segno dell\u2019importanza strategica che il continente africano ha assunto per Pechino era gi\u00e0 emerso dai precedenti viaggi del 2004 e del 2006 e, soprattutto, dell\u2019inedito e imponente \u201cForum sulla Cooperazione tra Cina e Africa\u201d svoltosi a Pechino all\u2019inizio del novembre 2006 con la partecipazione di delegazioni di 48 paesi africani su un totale di 53. Forse il primo caso al mondo di un paese che ospita un intero continente.<\/p>\n<p><b>Sete di petrolio<\/b><br \/>Le ragioni dell\u2019interesse della Cina per l\u2019Africa sono ovvie e sono le stesse che hanno attratto da sempre i paesi occidentali, sia di quelli europei che degli Stati Uniti: le risorse naturali. Con un\u2019economia che ha tassi di crescita annui del 9-10%, la Cina \u00e8 diventata un vorace consumatore di materie prime, petrolio in primis, ma anche carbone, ferro, bauxite, oro, rame, cobalto, legname. Dal 2003 il paese ha contribuito per il 40% alla crescita della domanda mondiale di greggio ed \u00e8 divenuto il secondo consumatore di petrolio al mondo, superando il Giappone e attestandosi dietro agli Stati Uniti. Un fabbisogno che \u00e8 destinato a crescere ulteriormente se, come recitano le previsioni, entro il 2030 la Cina diverr\u00e0 la prima economia del mondo. Met\u00e0 di esso \u00e8 oggi soddisfatto dalle importazioni dall\u2019estero, di cui una quota crescente proviene dall\u2019Africa. Una scelta dovuta alla necessit\u00e0 di limitare la dipendenza dai paesi arabi, sia per questioni di prezzo e sicurezza degli approvvigionamenti, sia a causa del controllo esercitato sull\u2019area dagli Stati Uniti. <\/p>\n<p>I primi passi di tale strategia risalgono a una decina di anni fa quando i cinesi misero piede nei campi petroliferi di Muglad in Sudan. Da allora il rapporto non ha fatto che intensificarsi, dapprima lentamente, poi in modo esponenziale. Nel 2000 l\u2019interscambio commerciale tra Cina e paesi africani era di 10 miliardi di dollari, nel 2005 era quadruplicato e nel 2006 ha superato i 55 miliardi di dollari, gran parte dei quali dovuti al petrolio. <\/p>\n<p>La Cina \u00e8 ormai il terzo partner commerciale dell\u2019Africa dopo Stati Uniti e Francia e dovrebbe diventare il primo entro il 2010, quando gli interscambi raggiungeranno i 100 miliardi di dollari. Oggi un terzo delle importazioni di petrolio del colosso asiatico provengono dall\u2019Africa, e in particolare da: Sudan, Angola, Nigeria, Algeria, Gabon, Ciad, Guinea Equatoriale e Repubblica del Congo. <\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. In tutti questi paesi le societ\u00e0 cinesi stanno entrando nel capitale delle societ\u00e0 petrolifere locali o stanno formando joint-venture cos\u00ec da controllare direttamente la produzione ed evitare spiacevoli sorprese da un lato, e accrescere la produttivit\u00e0 fornendo assistenza tecnica dall\u2019altro. Il caso pi\u00f9 recente \u00e8 quello della cinese Cnooc che in Nigeria ha acquisito il 45% della propriet\u00e0 di giacimenti petroliferi off-shore; ma esemplari sono anche il caso dell\u2019Angola, dove la Cina ha scalzato gli Stati Uniti come primo acquirente di petrolio, e del Sudan che da modesto produttore \u00e8 divenuto, in buona parte grazie ai cinesi, un paese che esporta 500.000 barili al giorno, il 64% dei quali \u00e8 diretto verso Pechino.<\/p>\n<p><b>Spregiudicatezza cinese<\/b><br \/>Angola, Gabon, Nigeria, Congo, Zambia, Egitto, Guinea, Etiopia, Sud Africa, Ghana, Kenya, Tunisia, Marocco, Senegal: i cinesi sono dappertutto. E non si tratta solo di petrolio e neanche solo di minerali e legname. Le imprese cinesi stanno investendo in misura crescente nel tessile-abbigliamento, nell\u2019agro-industria, nelle telecomunicazioni, nelle costruzioni e nelle infrastrutture. Stanno costruendo la rete ferroviaria in Botswana, l\u2019autostrada tra Tunisia e Marocco, un teatro in Senegal, una diga in Ghana. Oltre novecento imprese cinesi sono presenti in 49 paesi del continente. Dalla Cina i prodotti a basso prezzo stanno invadendo i mercati africani, spesso a scapito delle industrie locali, meno efficienti e competitive (a meno naturalmente che esse non siano gi\u00e0 state rilevate da imprese cinesi). <\/p>\n<p>A sentire il premier etiope Meles Zenawi, il 90% delle merci del principale mercato di Addis Abeba proviene dalla Cina. L\u2019Africa rappresenta inoltre un ottimo trampolino di lancio per l\u2019Europa e l\u2019America: grazie agli accordi commerciali preferenziali concessi ai paesi africani, le imprese cinesi che producono in Africa, possono eludere le barriere commerciali imposte a Pechino, particolarmente per quanto riguarda tessile e abbigliamento.<\/p>\n<p>Ma com\u2019\u00e8 stato possibile che le porte dell\u2019Africa si siano cos\u00ec rapidamente aperte al gigante asiatico ridimensionando, se non in alcuni casi scalzando, la tradizionale presenza dei paesi europei e degli Stati Uniti? Il motivo \u00e8 semplice: i cinesi fanno affari senza fare domande, senza porre condizioni; e per stringere accordi sono disposti a donare aiuti consistenti e anche in questo caso senza porre condizioni di sorta. Nessun riferimento alla necessit\u00e0 di riforme democratiche, trasparenza, lotta alla corruzione, lotta alla povert\u00e0, sviluppo sostenibile, e soprattutto nessun riferimento ai diritti umani. Pechino d\u2019altronde ritiene che questi ultimi siano una questione soggetta al relativismo culturale, che quindi vada interpretata a seconda della situazione e del paese, e che sopra ogni cosa debba valere il diritto di non ingerenza da parte dei paesi stranieri nelle \u201cfaccende interne\u201d di un paese sovrano. <\/p>\n<p>Ma contano anche i soldi. A conclusione del Forum sino-africano dello scorso novembre il presidente cinese Hu Jintao ha messo a disposizione dei paesi africani per i prossimi tre anni 3 miliardi di dollari di prestiti e 2 miliardi di crediti alle esportazioni, ha annunciato la creazione di un fondo di sviluppo di 5 miliardi di dollari per incoraggiare gli investimenti delle imprese cinesi, si \u00e8 impegnato a raddoppiare gli aiuti allo sviluppo entro il 2009 e a cancellare 10 miliardi di debito bilaterale di 33 paesi africani. Sono stati inoltre chiusi accordi per un valore di circa 1,9 miliardi di dollari tra cui: una rete telefonica nelle aree rurali in Ghana, una fabbrica di alluminio in Egitto e una ferrovia in Nigeria. Immediatamente prima di intraprendere il suo recente tour, inoltre, egli ha messo sul piatto 3 miliardi di linee di credito agevolate, e prestiti a interesse zero.<\/p>\n<p>Tale politica  ha permesso di raccogliere sempre maggiori consensi tra i governi africani, stanchi del paternalismo e dell\u2019ingerenza dei paesi occidentali e delle organizzazioni internazionali, Fondo Monetario e Banca Mondiale in testa. Essa ha inoltre avvantaggiato le imprese cinesi rispetto a quelle occidentali necessariamente meno disinvolte, se non vincolate dalle sanzioni internazionali. <\/p>\n<p>Infine, oltre a fornire aiuti e ad essere un buon cliente, la Cina, \u00e8 anche un fornitore disponibile e affidabile di un tipo di merce molto in voga tra i governanti africani: le armi. Noncurante di qualsiasi sanzione internazionale, e soggetta a sanzioni essa stessa, la Cina rifornisce di armi numerosi paesi del continente. \u00c8 il caso dell\u2019Etiopia ed Eritrea, alle quali, nel corso dell\u2019ultimo conflitto che ha visto i due paesi opporsi l\u2019uno all\u2019altro, ha venduto armi per un miliardo di dollari; o del Sudan, al quale ha venduto caccia ed elicotteri per un miliardo di dollari (questi ultimi utilizzati contro i civili nel Darfur); o dello Zimbabwe di Robert Mugabe, al quale sono stati venduti caccia e veicoli militari per 200 milioni di dollari.<\/p>\n<p><b>L\u2019altro lato della medaglia<\/b><br \/>In futuro le relazioni tra Cina e Africa diverranno sempre pi\u00f9 intense. Non solo commercio di materie prime (dall\u2019Africa verso la Cina), ma anche di prodotti finiti (dalla Cina verso l\u2019Africa), accompagnati da crescenti investimenti produttivi e infrastrutturali. Relazioni commerciali alle quali si accompagneranno rapporti politici sempre pi\u00f9 stretti con conseguente ridimensionamento dell\u2019influenza dei paesi occidentali e, grazie ai generosi aiuti concessi, anche di quella del Fondo Monetario e della Banca Mondiale. <\/p>\n<p>Gi\u00e0 oggi la Cina ha 1.500 soldati impegnati in operazioni di peace-keeping in Africa e sta divenendo il punto di riferimento nel Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite per i paesi del continente, o almeno per quelli di pi\u00f9 dubbia reputazione (nel 2004 Pechino non ha esitato a bloccare una risoluzione Onu sulla tragedia del Darfur dal contenuto piuttosto duro, riuscendo a sostituirla con una versione pi\u00f9 annacquata). Un rapporto, quello alle Nazioni Unite, che pu\u00f2 essere reciprocamente utile se si tiene conto che i paesi africani insieme rappresentano un quarto dei voti dell\u2019assemblea. <\/p>\n<p>Ma se da un lato legami economici sempre pi\u00f9 stretti con la Cina possono risultare un fattore di crescita per l\u2019Africa, dall\u2019altro essi pongono anche alcune incognite, e non di poco conto. La prima riguarda il possibile spiazzamento di quel poco di industria locale che esiste in Africa. Sommersi dalle merci cinesi, i paesi africani potrebbero finire col ridursi a meri esportatori di materie prime. La seconda riguarda l\u2019introduzione di nuove forme di sfruttamento, di cui si sono gi\u00e0 avuti alcuni esempi, con il venir meno dei diritti minimi dei lavoratori, il ricorso a paghe estremamente basse e l\u2019ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro. La terza e, forse pi\u00f9 grave, riguarda le conseguenze che l\u2019atteggiamento cinese potrebbe avere sui governi africani, inducendoli ad abbandonare qualsiasi politica di riforma, alimentando la corruzione e togliendo qualsiasi freno ad aggressioni verso altri Paesi e a repressioni e abusi sul fronte interno. Preoccupazioni queste ultime che accomunano neocon come il presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz e Ong come Amnesty International. <\/p>\n<p>Insomma, non \u00e8 detto che il bilancio finale per l\u2019Africa sia positivo. Alcuni parlano di una nuova e inedita alleanza finalmente svincolata da Europa e Stati Uniti. Altri parlano di neo-colonialismo in salsa cinese. In realt\u00e0 non sembra esserci molto di nuovo rispetto alla politica perseguita per decenni dai governi occidentali. Sfruttamento delle risorse, stravolgimento del mercato interno, vendita di armi, corruzione: nulla di tutto ci\u00f2 rappresenta una novit\u00e0 nel rapporto tra Africa e paesi terzi. Forse cambier\u00e0 il palo a cui il cavallo \u00e8 attaccato, ma \u00e8 probabile che per l\u2019Africa la corda rimanga sempre la stessa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si \u00e8 concluso da pochi giorni il tour del presidente cinese Hu Jintao che ha toccato otto paesi africani: Camerun, Liberia, Sudan, Zambia, Namibia, Sud Africa, Mozambico e le Seychelles. Il tour segna un\u2019altra importante tappa nella politica di espansione cinese in Africa, perseguita con estrema determinazione ed efficacia. 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