{"id":4820,"date":"2007-03-14T00:00:00","date_gmt":"2007-03-13T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/medio-oriente-la-diplomazia-torna-in-campo\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:59","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:59","slug":"medio-oriente-la-diplomazia-torna-in-campo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/03\/medio-oriente-la-diplomazia-torna-in-campo\/","title":{"rendered":"Medio Oriente: la diplomazia torna in campo"},"content":{"rendered":"<p>La conferenza regionale convocata dal governo iracheno si \u00e8 svolta come previsto a Baghdad il 10 marzo. Essa ha raccolto i sei paesi vicini dell\u2019Iraq (Giordania, Siria, Turchia, Iran, Arabia Saudita e Kuwait), i cinque membri del Consiglio di Sicurezza, la Lega Araba, e i rappresentanti di altri organismi e paesi \u2013 fra cui l\u2019Italia &#8211; per un totale di 69 partecipanti. Nella conferenza il primo ministro Nour al Maliki ha chiamato i paesi vicini a collaborare per aiutare l\u2019Iraq a superare i conflitti interni e recuperare la sua stabilit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Dannose interferenze<\/b><br \/>La micidiale esplosione delle segmentazioni strutturali del paese, come conseguenza dell\u2019introduzione di istituzioni democratiche e quindi del venir meno dello storico dominio della minoranza sunnita sui curdi e gli sciiti, crea ben note minacce e opportunit\u00e0 per i vicini. Questo li porta ad interferenze che certamente non facilitano la stabilizzazione dell\u2019Iraq, quando addirittura non l\u2019impediscono. Le interferenze, inclusa quella di al Qaida, sono non poco alla radice della polarizzazione settaria del paese. Il governo iracheno \u00e8 perci\u00f2 interessato a negoziare gli interessi dei vicini e raggiungere i necessari compromessi. A ci\u00f2 gli Stati Uniti sono interessati almeno quanto il governo iracheno, poich\u00e9 la stabilizzazione del paese \u00e8 condizione di una loro uscita onorevole e non troppo costosa dall\u2019Iraq.<\/p>\n<p>La conferenza di Baghdad \u00e8 stata solo un prologo che per\u00f2, avendo fissato un successivo incontro nella prima met\u00e0 di aprile a livello dei ministri degli Esteri \u2013 forse a Istanbul \u2013 segna comunque un successo. Se questo successo iniziale sia destinato a consolidarsi, se cio\u00e8 la conferenza di Baghdad si dimostrer\u00e0 l\u2019innesco del processo di ricomposizione di cui il Medio Oriente ha disperato bisogno \u00e8 difficile a dirsi. <\/p>\n<p>In principio pu\u00f2 darsi, ma occorre rendersi conto che il processo \u00e8 complesso e aleatorio, perch\u00e9 la crisi dell\u2019Iraq si congiunge con altri contenziosi: ora con il pi\u00f9 generale timore dei paesi sunniti moderati che l\u2019Iraq diventi un paese cliente dell\u2019Iran, nel quadro di una solidariet\u00e0 sciita che si saldi poi con il Libano; ora con il timore di Turchia, Iran e Siria che i curdi iracheni acquistino una marcata autonomia e questa attragga le loro minoranze curde; ora con il conflitto che oppone gli Usa alla Siria e all\u2019Iran e ha nella crisi irachena motivi che si aggiungono ad altri e pi\u00f9 generali contrasti, in Libano e Palestina e nello sviluppo nucleare che Teheran tenacemente persegue. <\/p>\n<p>Dunque, metodologicamente \u00e8 corretto il proposito sottolineato da pi\u00f9 parti che il processo iniziato a Baghdad si limiti strettamente alla questione irachena, perch\u00e9 altrimenti, sotto la pressione delle inestricabili connessioni con le altre crisi, il processo salterebbe subito. Perci\u00f2, la conferenza di Baghdad non solo si \u00e8 strettamente limitata alla crisi in Iraq, ma ha anche adottato un approccio limitato e tecnico: ha istituito tre gruppi di lavoro nei quali esperti appartenenti esclusivamente all\u2019Iraq e ai paesi vicini discuteranno la sicurezza dei confini, le importazioni di carburante e i rifugiati. Per\u00f2, non si pu\u00f2 ignorare che la crisi irachena non \u00e8 isolabile dal resto in quanto esistono forti connessioni fra crisi e conflitti in atto e si deve dunque presentire che tali connessioni non mancheranno di volteggiare pesantemente nell\u2019aria.<\/p>\n<p><b>Visioni divergenti<\/b><br \/>A causa delle interconnessioni fra i diversi conflitti \u00e8 difficile capire dove sia il bandolo della matassa: occorre concentrarsi sulla regione del Golfo e la crisi dell\u2019Iraq, oppure sulla crisi del Vicino Oriente (che con la guerra fra Israele e Hizbollah si \u00e8 riallargata dall\u2019ambito palestinese a quello israelo-arabo), oppure occorre adottare una strategia complessiva e articolata? Il problema \u00e8 questo, ed \u00e8 tale anche perch\u00e9 su queste opzioni, com\u2019\u00e8 ovvio, ci sono vedute divergenti. La differenza pi\u00f9 rilevante \u00e8 fra la diplomazia americana e quella araba, guidata oggi dal fronte dei regimi sunniti moderati, Arabia Saudita, Giordania ed Egitto in testa.<\/p>\n<p>L\u2019agenda americana si concentra sul Golfo e sull\u2019Iraq. Negli ultimi mesi, l\u2019Amministrazione ha progressivamente compiuto una vera e propria virata nella sua politica mediorientale, riuscendo a moltiplicare le opzioni disponibili e realizzando un opportuno mix di misure coercitive e politiche. L\u2019apertura diplomatica americana completa la non indifferente revisione della condotta politico-militare in Iraq (pressioni per una pi\u00f9 convincente politica di coesione nazionale da parte del governo al Maliki; decisione di migliorare la performance militare a Baghdad e in Iraq e accrescere il livello dell\u2019intervento), e la diversificazione delle misure verso l\u2019Iran, pur restando l\u2019opzione di colpi militari sullo sfondo (una pi\u00f9 aggressiva condotta anti-iraniana in Iraq, il posizionamento navale nel Golfo e, soprattutto, le sanzioni all\u2019Iran finalmente erogate dal Consiglio di Sicurezza).<\/p>\n<p> Questo non significa che gli Usa abbiano cessato di preoccuparsi del Libano, della Siria e della Palestina. Essi intendono tornare su queste crisi ma solo quando si saranno rafforzati nel Golfo. La politica americana non crede che accordi e riavvicinamenti alla Siria, allo Hizbollah e a Hamas servano a tagliare l\u2019erba sotto i piedi dell\u2019Iran o facilitino la soluzione dei problemi in Iraq. L\u2019amministrazione americana vede un serpente e ne vuole tagliare la testa.<\/p>\n<p>La diplomazia araba crede invece che occorra affrontare le crisi simultaneamente. Innanzitutto occorre sottolineare che gli attori regionali hanno in genere moltiplicato i loro contatti diplomatici, con una non indifferente partecipazione al gioco da parte della Turchia. Negli ultimi pochi mesi, Turchia, Siria e Iran si sono tenuti in stretto contatto in relazione alla questione curda. Ci sono state visite ufficiali fra Iraq e Siria, sebbene non prive di strumentalizzazioni (dei curdi iracheni) e di ambiguit\u00e0 (siriane, in merito ai rifugiati baathisti). All\u2019inizio di marzo c\u2019\u00e8 stata una visita ufficiale di Ahmadinejad a Riyadh (che invero \u00e8 apparsa piuttosto inconcludente). <\/p>\n<p>Oltre l\u2019attivismo della diplomazia intra-regionale, una linea consistente emerge dagli sforzi dell\u2019Arabia Saudita, della Lega Araba e dell\u2019Egitto. Questa linea ritiene che la crisi irachena non possa essere  stabilizzata separatamente dagli altri problemi regionali. Essi hanno lo stesso avversario finale degli Usa, cio\u00e8 l\u2019Iran, ma a differenza degli Usa ritengono che, da un lato, occorra migliorare le politiche volte ad assicurare la coesione dell\u2019Iraq; dall\u2019altro, che una soluzione del problema arabo-israeliano sia imperativa e pregiudiziale, onde tagliare l\u2019erba sotto i piedi degli estremisti e permettere ai regimi sunniti moderati di avvantaggiarsi dell\u2019alleanza con gli Usa senza che ci\u00f2 costituisca un onere all\u2019interno.<\/p>\n<p><b>La questione israelo-palestinese<\/b><br \/>Gli arabi moderati hanno approvato la nuova politica americana in Iraq (presentata dalla Rice nel suo recente tour della regione), sperando che interrompa la deriva filo-sciita degli Usa e inauguri invece una politica di coesione nazionale capace di integrare i sunniti. Ma, a differenza degli Usa, ritengono che debbano essere prese iniziative anche nei confronti dei palestinesi e degli israeliani. C\u2019\u00e8 stato l\u2019accordo fra Hamas e Fateh alla Mecca sotto l\u2019ombrello saudita. La carta principale \u00e8, per\u00f2, il rientro in pista del Piano Saudita, approvato originariamente dalla Lega Araba a Beirut nel 2002, confermato a Khartoum nel 2006. Il Piano sar\u00e0 ripreso il 28-29 marzo al vertice della Lega Araba a Riyadh. Esso \u00e8 ben visto da non pochi israeliani. Sembra che ci siano colloqui riservati fra Israele e Arabia Saudita per modifiche o acconce aperture su quei punti che per gli israeliani sono inaccettabili (soprattutto in tema di \u201critorno\u201d dei palestinesi) o superati (l\u2019accordo a sia pur limitati aggiustamenti territoriali negoziati, intervenuto dopo il 1967). Mentre gli Usa possono andare avanti da soli con la loro strategia (anche se a rischio di sbagliare), non \u00e8 cos\u00ec per i sauditi e gli altri regimi arabi: un assenso israeliano ad accettare il Piano Saudita, anche solo come piattaforma di riferimento, \u00e8 condizionato da una luce verde americana.<\/p>\n<p>Dunque, ci sono due linee diverse (anche se non opposte), ma la linea araba non ha autonomia sufficiente: essa abbisogna del sostegno americano o, almeno, deve non trovare l\u2019opposizione degli Usa. C\u2019\u00e8 un punto su cui Usa, Arabia Saudita e Egitto sono d\u2019accordo: l\u2019opposizione (americana) e lo scarso interesse (arabo) per un negoziato bilaterale fra Siria e Israele, che molti osservatori ritengono invece il <i>locus minoris resistentiae<\/i> \u00e8 al tempo stesso il mezzo per rompere la catena che alimenta l\u2019egemonia iraniana nella regione. Egitto e Arabia Saudita preferiscono che il Golan torni in mano siriana come risultato della realizzazione del Piano Saudita. Essi non si illudono che la riconsegna del Golan cambi le mire regionali del regime siriano. <\/p>\n<p>Sui palestinesi c\u2019\u00e8 invece un disaccordo, perch\u00e9 mentre gli arabi ritengono &#8211; come alcuni israeliani &#8211; che la ricomposizione palestinese debba far posto a Hamas in modo da staccarlo da Teheran, gli Usa e gran parte degli israeliani credono che qualsiasi soluzione debba passare per la sconfitta di Hamas e l\u2019emergere di un interlocutore palestinese adeguato. Se questo non \u00e8 possibile oggi, si deve aspettare tenendo duro con l\u2019isolamento di Hamas e preparandosi a tornare sull\u2019argomento quando la situazione del Golfo sar\u00e0 \u2013 sperabilmente \u2013 cambiata. Entro aprile si avranno alcune risposte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La conferenza regionale convocata dal governo iracheno si \u00e8 svolta come previsto a Baghdad il 10 marzo. 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