{"id":4830,"date":"2007-03-14T00:00:00","date_gmt":"2007-03-13T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-storia-infinita-del-commercio-illegale-di-armi\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:59","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:59","slug":"la-storia-infinita-del-commercio-illegale-di-armi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/03\/la-storia-infinita-del-commercio-illegale-di-armi\/","title":{"rendered":"La storia infinita del commercio illegale di armi"},"content":{"rendered":"<p>La regione mediorientale \u00e8 uno dei teatri pi\u00f9 lucrosi per la domanda di armamenti: alcune stime parlano del 28% del totale delle importazioni mondiali (ma includendo la Turchia si giungerebbe al 33%). Di questa percentuale, componente rilevante \u00e8 il mercato delle armi leggere che genera ogni anno 4 miliardi di dollari di profitti. Il declino dei conflitti di tipo tradizionale e la proliferazione dei conflitti intra-statali ha mutato la logistica di guerra, contribuendo enormemente alla crescita della domanda di tali armi. Gli attuali combattenti (generalmente gruppi paramilitari) prediligono la facilit\u00e0 di trasporto e la maneggevolezza di piccole armi e armi leggere rispetto alle grandi attrezzature da combattimento.<\/p>\n<p>Il Medio Oriente costituisce uno scenario emblematico nella proliferazione di questo commercio. L\u2019uso crescente di eserciti privati che provvedono autonomamente alle loro armi o di gruppi paramilitari armati grazie a connivenze governative, ha reso la richiesta di armi leggere una domanda potenzialmente infinita.<\/p>\n<p><b>Produzione, incontri e strategie <\/b><br \/>Due caratteristiche principali del mercato delle piccole armi sono la sua nascita nel mercato legale e il suo aspetto di mercato globalizzato. Per queste ragioni non si possono ignorare i flussi commerciali (legali) esistenti e allo stesso tempo non si pu\u00f2 circoscrivere l\u2019attenzione alla regione mediorientale, in quanto i flussi hanno spesso le loro origini altrove.<\/p>\n<p>Le fonti di maggiore produzione si trovano nei paesi asiatici, Cina e India soprattutto, Pakistan, Indonesia, Iran, Filippine e Vietnam, che hanno eroso l\u2019oligopolio delle grandi multinazionali della difesa occidentali. La produzione rientra nel mercato legale, ma successivamente sfocia nel circuito illecito, non raramente con la connivenza dei governi (il cosiddetto mercato grigio).<\/p>\n<p>Le migliori occasioni di incontro per i \u201cbusinessman\u201d del settore sono le <a href= \"http:\/\/web.amnesty.org\/library\/index\/engact300082006\" target= \"blank\"><b><u>mostre internazionali <\/u><\/b><\/a> di armi, gestite da compagnie private, dove i criteri di trasparenza non sempre vengono rispettati e i controlli appaiono talvolta lacunosi. Due sono le categorie di partecipanti a queste manifestazioni: una ufficiale, in rappresentanza dei paesi meno \u201ccontroversi\u201d, e una seconda ufficiosa, costituta da invitati speciali che di solito rappresentano i paesi coinvolti in violazioni di diritti umani o intermediari dediti a traffici illeciti. <\/p>\n<p>Una seconda tecnica usata per favorire il traffico di armi \u00e8 la produzione su licenza: subappaltando le commesse a industrie straniere \u00e8 possibile far arrivare armamenti in zone dove le leggi nazionali ne vieterebbero l\u2019esportazione. Il quadro della produzione di armi si complica se si considera che le varie milizie operanti in Medio Oriente dispongono di una capacit\u00e0 di fabbricazione autonoma: sono in grado di produrre pistole e fucili simili agli AK47 russi (kalashnikov) per pochi dollari.<\/p>\n<p><b>Enormi giacenze all\u2019Est<\/b><br \/>Molti traffici coinvolgono le nazioni dove sono tuttora concentrate le maggiori giacenze di armi leggere accumulate ai tempi della Guerra Fredda. Le repubbliche balcaniche e caucasiche possiedono un ampio surplus di armamenti, fonte di elevati profitti. La ex-Jugoslavia, per citare qualche esempio, ha intrattenuto rapporti commerciali con l\u2019Iraq di Saddam Hussein sin dai tempi di Milosevic e li aveva ancora nel novembre 2002, quando il quotidiano <i>Blic <\/i>di Belgrado dichiar\u00f2 che la Serbia esportava munizioni e esplosivi verso l\u2019Iraq (anche se la Serbia si proponeva come un baluardo contro l\u2019avanzare dell\u2019onda musulmana). <\/p>\n<p>La Transnistria, conta sui profitti del commercio delle armi come unica fonte di entrate, e la direzione dei suoi traffici \u00e8 indissolubilmente legata alle strutture governative. Un altro esempio: la Bielorussia guadagnava il 15% di commissioni svolgendo il ruolo di intermediario per le commesse russe e indagini hanno messo in luce i suoi traffici illegali verso Siria e Iraq. In genere, la maggior parte del trasporto delle armi avviene per via aerea o via mare, attraverso l\u2019uso di societ\u00e0 registrate in paesi strategici o spedizioni in destinazioni di comodo. L\u2019aeroporto di Sharjah in Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono i maggiori crocevia del commercio est-ovest. <\/p>\n<p>I punti cruciali dei traffici sommersi nel quadro mediorientale sembrano comunque essere l\u2019Iran e la Siria. Anche il Libano \u00e8 stato per decenni al centro di grandi traffici ed \u00e8 stato dimostrato che i missili usati da Hizbollah nelle recenti vicende libanesi-israeliane provenivano s\u00ec dal vicino confine siriano, ma erano di produzione iraniana, modellata sulla tecnologia cinese e russa.<\/p>\n<p>Controlli pi\u00f9 severi alimentano la ricerca di alternative: a ridosso del confine tra la Striscia di Gaza e l\u2019Egitto il traffico di armi e munizioni prospera attraverso lunghi tunnel sotterranei. E i profitti compensano ampiamente i costi di costruzione: il prezzo di un caricatore per AK-47 acquistato in Egitto a 9 centesimi di dollaro pu\u00f2 salire a 3 dollari dopo il passaggio in Palestina attraverso i tunnel di Rafah.<\/p>\n<p><b>Forniture al nemico<\/b><br \/>Il caso iracheno ha messo in evidenza le pericolose trame che possono insinuarsi nelle nuove logistiche di guerra. I trasferimenti sempre pi\u00f9 spesso vengono appaltati a contractor, talvolta a discapito della trasparenza. Cos\u00ec, per trasportare le armi al nuovo esercito iracheno \u00e8 stata ingaggiata la compagnia Aerocom, la stessa che le Nazioni Unite avevano accusato di violare l\u2019embargo in Liberia nel 2002. Di alcune di queste consegne inoltre, si sono perse le tracce e ci sono sospetti che il destinatario finale  possa essere stato addirittura Al Qaida.<\/p>\n<p>Inoltre, sta assumendo importanza il traffico di tecnologia <i>dual-use <\/i>(tecnologia civile che pu\u00f2 essere facilmente convertita ad uso militare). Tali componenti non necessitano di licenze di esportazione e sono perci\u00f2 pi\u00f9 difficili da controllare. Inoltre, la visibilit\u00e0 politica delle esportazioni di strumentazioni elettroniche \u00e8 molto meno evidente e controversa rispetto a contratti per armamenti militari e quindi i governi possono mantenere la parvenza di innocui intenti.<\/p>\n<p>Talvolta gli scambi assumono aspetti amaramente grotteschi: negli scontri con Israele, i palestinesi usano armi che lo stesso Israele ha contribuito a fornir loro (attraverso intermediari legati alla Mafia russa immigrati in Israele) quando, fino allo scoppio della Seconda Intifada,  tollerava i contrabbandieri di armi nella West Bank, nella convinzione che questo avrebbe indebolito l\u2019Autorit\u00e0 Palestinese.<\/p>\n<p>Un altro esempio viene dall\u2019Iran che sostiene gli armeni separatisti con armi precedentemente ricevute da Israele all\u2019epoca dello Shah, mentre Israele vende le sue attrezzature ai miliziani in Azerbaijan. Questo testimonia il cambiamento avvenuto dopo la Guerra Fredda: le rotte delle armi non rispondono pi\u00f9 a logiche ideologiche, ma seguono solo il richiamo del profitto.<\/p>\n<p><b>Disimpegno internazionale<\/b><br \/>Dal momento che le armi leggere non sono particolarmente significative per la \u201cbalance of power\u201d internazionale, permane una spiccata indifferenza da parte dei governi su questi temi. La <a href= \"http:\/\/www.un.org\/events\/smallarms2006\/index.html\" target= \"blank\"><b><u> Conferenza delle Nazioni Unite sulle Piccole Armi <\/u><\/b><\/a> (New York, luglio 2006), ha lanciato un messaggio significativo, ma non ha raggiunto i risultati sperati. Aspre resistenze emergono per gli impegni vincolanti e i dinieghi degli Stati pi\u00f9 influenti (Stati Uniti, per esempio) offrono alibi per i meno potenti. Nessuna restrizione \u00e8 stata concepita per gli attori non-statali, che invece sono quelli pi\u00f9 spesso coinvolti nel traffico illegale.<\/p>\n<p>Controlli lacunosi sulle destinazioni finali lasciano ai broker ampi margini d\u2019azione nelle loro trattative; le legislazioni nazionali, inoltre, spesso non molto efficaci, permettono loro di agire nell\u2019impunit\u00e0. Gli effetti del disimpegno internazionale hanno costi salati in termini di vite umane e per lo \u201csviluppo negato\u201d che attanaglia le zone coinvolte: la pericolosit\u00e0 e il <a href= \"http:\/\/www.controlarms.org\" target= \"blank\"><b><u> senso di pubblica insicurezza <\/u><\/b><\/a> erodono gli investimenti, le scuole vengono chiuse nelle zone pericolose, le strade distrutte per prevenire i traffici e la frustrazione giovanile trascina i giovani verso l\u2019arruolamento nei gruppi militanti. Ci\u00f2 che viene dopo \u00e8 ben conosciuto e suggerisce la necessit\u00e0 di un impegno pi\u00f9 energico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La regione mediorientale \u00e8 uno dei teatri pi\u00f9 lucrosi per la domanda di armamenti: alcune stime parlano del 28% del totale delle importazioni mondiali (ma includendo la Turchia si giungerebbe al 33%). Di questa percentuale, componente rilevante \u00e8 il mercato delle armi leggere che genera ogni anno 4 miliardi di dollari di profitti. 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