{"id":5250,"date":"2007-05-07T00:00:00","date_gmt":"2007-05-06T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/a-sharm-el-sheik-un-insuccesso-che-preoccupa\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:55","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:55","slug":"a-sharm-el-sheik-un-insuccesso-che-preoccupa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/05\/a-sharm-el-sheik-un-insuccesso-che-preoccupa\/","title":{"rendered":"A Sharm el-Sheik un insuccesso che preoccupa"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019attesa conferenza bicipite di Sharm el-Sheik si \u00e8 conclusa con lo scontato successo della riunione per il cos\u00ec detto International Compact for Iraq (ICI) del 3 maggio e un risultato invece sostanzialmente deludente dell\u2019incontro ministeriale del giorno successivo. L\u2019ICI \u00e8 un piano quinquennale di ricostruzione e sviluppo, sponsorizzato dall\u2019Onu e appoggiato dalla Banca Mondiale, che l\u2019Iraq ha lanciato nel luglio del 2006 con l\u2019intento di ottenere aiuti internazionali e cancellazioni del debito come indispensabile fattore di ricostituzione della sicurezza e dello sviluppo del paese. La riunione di Sharm el-Sheik ha raccolto ben 30 miliardi di dollari Usa fra aiuti e remissioni. L\u2019Italia \u00e8 impegnata a condonare 2,4 miliardi di debito, a concedere 270 milioni di dollari per la ricostruzione civile e addestrare due battaglioni militari e 10.000 poliziotti. Cos\u00ec, l\u2019ICI \u00e9 effettivamente decollata.<\/p>\n<p>La conferenza ministeriale \u00e8 anch\u2019essa un\u2019iniziativa del governo iracheno, che ha per\u00f2 una finalit\u00e0 squisitamente politica, cio\u00e8 di ottenere la solidariet\u00e0 dei vicini regionali al fine di assicurare l\u2019integrit\u00e0 del paese e aiutarlo a porre termine ai confitti interni che lo dilaniano. La conferenza fa seguito a quella che si tenne Baghdad il 10 marzo scorso (si veda l\u2019articolo \u201cMedio Oriente: la diplomazia torna in campo\u201d pubblicato su Affarinternazionali del 14 marzo 2007) con l\u2019intenzione di aprire un processo di dialogo e negoziato, grazie in particolare all\u2019apertura di contatti fra gli Usa, da una parte, e Iran e Siria, dall\u2019altra.<\/p>\n<p>La conferenza di Baghdad si tenne a breve distanza dalla pubblicazione del rapporto dell\u2019Iraq Study Group &#8211; la commissione \u201cbipartisan\u201d presieduta dai senatori James Baker e Lee Hamilton &#8211; che aveva suggerito un\u2019iniziativa diplomatica degli Usa a tutto campo verso i due avversari chiave, Iran e Siria, in vista di apportare una soluzione al conflitto iracheno passando per la sua dimensione regionale. <\/p>\n<p>L\u2019interesse da parte dell\u2019amministrazione Usa alla conferenza fu perci\u00f2 interpretato dalla generalit\u00e0 degli osservatori come l\u2019inizio di un processo diplomatico multilaterale idoneo a sbloccare a monte i contenziosi regionali esistenti e creare le premesse per avviare a termine i conflitti in Iraq. La conferenza sembr\u00f2 poter essere una svolta nella politica dell\u2019amministrazione Bush.<\/p>\n<p><b>Nulla di fatto<\/b><br \/>In realt\u00e0, nessuna prospettiva si \u00e8 aperta nella conferenza. Il contatto fra la Rice e il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Muallim, \u00e8 stato nient\u2019altro che un breve riepilogo delle rivendicazioni e aspettative reciproche, e quello con il ministro degli Esteri iraniano &#8211; malgrado le astuzie protocollari degli anfitrioni egiziani &#8211; si \u00e8 ridotto a qualche convenevole fra i componenti delle due delegazioni.<\/p>\n<p>Non poteva essere altrimenti, posto che la conferenza di Sharm el-Sheik non \u00e8 stata preceduta da nessun processo diplomatico volto a preparare qualche risultato. L\u2019idea suscitata dalla convocazione della conferenza di Baghdad, che l\u2019amministrazione Bush avesse cambiato rotta e intendesse adottare i suggerimenti della commissione Baker-Hamilton, si \u00e8 rivelata sbagliata. Si intu\u00ec a Baghdad e si \u00e8 avuta la conferma a Sharm el-Sheik che l\u2019Amministrazione intende avere niente di pi\u00f9 che un\u2019occasione per chiedere a Damasco e Teheran di astenersi dall\u2019appoggio materiale che essa crede i due paesi provvedano alle fazioni in Iraq, e non per avviare pi\u00f9 generali colloqui sui rispettivi interessi e punti di vista nella regione. Quando, qualche mese fa, il Dipartimento di Stato diceva che nella conferenza si sarebbe strettamente attenuto all\u2019Iraq diceva la verit\u00e0. \u00c8 chiaro che questo non soddisfa n\u00e9 interessa Iran e Siria.<\/p>\n<p>Dunque, la conferenza ministeriale di Sharm el-Sheik lascia la crisi irachena, nella sua essenziale dimensione regionale, intatta. Essa ha fatto venir meno la speranza che ci fosse una svolta nel momento in cui emerge invece con chiarezza il fallimento del \u201csurge\u201d militare lanciato alla fine del 2006 dall\u2019amministrazione Bush, con la convinzione che l\u2019intensificazione dell\u2019intervento potesse finalmente contrastare e ridurre tanto le resistenze quanto le guerre settarie.<\/p>\n<p><b>Effetti a catena<\/b><br \/>Appare con altrettanta chiarezza l\u2019irrimediabile debolezza e inettitudine del governo al-Maliki, che da ultimo non sa o non vuole mettere sul tavolo una convincente legislazione sul petrolio e la suddivisione delle sue ricchezze fra le componenti del paese. Si avvicina, inoltre il referendum su Kirkuk, mentre ai curdi viene lasciata mano libera nell\u2019epurare l\u2019area dagli elettori arabi e turcomanni. <\/p>\n<p>L\u2019evoluzione a Kirkuk e nel Curdistan iracheno avviene mentre in Turchia si \u00e8 aperta una crisi costituzionale dovuta alla radicalizzazione nei rapporti fra nazionalisti e religiosi. A luglio ci saranno elezioni legislative anticipate. Se la radicalizzazione non sar\u00e0 fermata, la Turchia, che finora ha agito con cautela e moderazione nei confronti della crisi irachena, potrebbe invece andare ad accrescere il novero degli attori problematici della crisi, accanto all\u2019Iran e alla Siria, ma anche all\u2019Arabia Saudita. Quest\u2019ultima ha minacciato di mandare rinforzi ai sunniti dell\u2019Iraq se la guerra settaria in quel paese non dovesse placarsi: dati i precedenti, questa non sarebbe certo una buona notizia.<\/p>\n<p>L\u2019insuccesso della conferenza di Sharm el-Sheik \u00e8 preoccupante. Non si tratta solo del perdurare e peggiorare della spaventosa crisi irachena, ma dell\u2019approssimarsi della conflagrazione regionale che questa crisi si porta fatalmente in seno. La Rice ha affinato la tattica dell\u2019Amministrazione senza che siano cambiate le finalit\u00e0 della politica del presidente Bush. Questa politica sta portando fatalmente la crisi irachena a provocare altre crisi nella regione, crisi che toccano gli Stati della regione, ma provvedono anche un incentivo al terrorismo jihadista, cio\u00e8 a una situazione peggiore di quella attuale e ancor meno controllabile.<\/p>\n<p><b>Dannose illusioni<\/b><br \/>I paesi europei e gli altri alleati degli Usa non dovrebbero continuare a illudersi che c\u2019\u00e8 una diplomazia in atto, che episodi come quello della conferenza di Sharm el-Sheik siano comunque positivi e che basti creare occasioni d\u2019incontro e di dialogo per avviare le crisi a soluzione. I tempi sono ormai ridottissimi e Bush non sembra desistere dal piegare la realt\u00e0 alle sue visioni. Difficilmente l\u2019azione parlamentare dei Democratici riuscir\u00e0 a fermarlo.<\/p>\n<p>Politiche come quelle volte a favorire una ripresa del dialogo siro-americano o dare spazio al governo palestinese di unit\u00e0 nazionale nel tentativo di rinsaldare il fronte sunnita moderato non sono destinate a dare frutti tempestivi e sono oggi marginali rispetto all\u2019epicentro iracheno della crisi. <\/p>\n<p>Politiche che potrebbero invece avere un impatto, per quanto anch\u2019esse marginali rispetto alla questione centrale, riguardano la Turchia, la cui crisi deve essere imbrigliata, e lo sviluppo delle stagnanti relazioni con i paesi del Golfo, sia l\u2019Iran sia quelli del Consiglio di Cooperazione del Golfo. <\/p>\n<p>Queste politiche sono fattibili e l\u2019Ue potrebbe concretarle in tempi relativamente brevi. Occorre per\u00f2 unitariet\u00e0 a livello europeo &#8211; piuttosto che sparse iniziative bilaterali &#8211; e il coraggio di compiere, se necessario, passi anche alternativi rispetto a quelli dell\u2019amministrazione Bush, almeno per guadagnare tempo in attesa di una possibile vittoria democratica a Washington.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019attesa conferenza bicipite di Sharm el-Sheik si \u00e8 conclusa con lo scontato successo della riunione per il cos\u00ec detto International Compact for Iraq (ICI) del 3 maggio e un risultato invece sostanzialmente deludente dell\u2019incontro ministeriale del giorno successivo. 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