{"id":5610,"date":"2007-06-13T00:00:00","date_gmt":"2007-06-12T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-sicurezza-dellitalia-fra-le-maglie-della-politica-interna\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:51","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:51","slug":"la-sicurezza-dellitalia-fra-le-maglie-della-politica-interna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/06\/la-sicurezza-dellitalia-fra-le-maglie-della-politica-interna\/","title":{"rendered":"La sicurezza dell\u2019Italia fra le maglie della politica interna"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 innegabile che i problemi della sicurezza internazionale a seguito dell\u201911 settembre 2001 abbiano complicato i calcoli strategici dell\u2019Italia, cos\u00ec come di tutti paesi europei. Un altro dato oggettivo \u00e8 stato la difficolt\u00e0 di perseguire sia alcuni fondamentali interessi nazionali sia la paziente costruzione di politiche comuni europee, sotto la pressione dell\u2019Amministrazione Bush: una serie di forzature diplomatiche imposte da Washington hanno spinto la discussione transatlantica verso posizioni semplicistiche (di fatto, pro o contro una linea neoconservatrice) rendendo quasi ingestibili anche i rapporti intra-europei. Il parziale rasserenamento del clima euro-americano negli ultimi mesi non cambia la sostanza: l\u2019amministrazione Bush rimarr\u00e0 un partner difficile fino al termine del secondo mandato.<\/p>\n<p>\u00c8 essenziale notare che il problema riguarda entrambi gli schieramenti. Pi\u00f9 precisamente, il centro-destra sembra rifiutare l\u2019idea che l\u2019Italia abbia molto da guadagnare nel giocare le sue carte europee con continuit\u00e0 e convinzione; cos\u00ec facendo dimentica che il paese deve sempre conquistarsi uno spazio tra i \u201cgrandi\u201d, ed \u00e8 instrinsecamente vulnerabile nell\u2019ambito dell\u2019eurozona a causa del suo abnorme debito pubblico. <\/p>\n<p>Dal canto suo, il centro-sinistra non sembra accettare appieno che la Nato rimane una componente assolutamente strutturale (necessaria, sebbene non sufficiente) per la sicurezza italiana, invece di essere soltanto un\u2019opzione tra le altre. Come si \u00e8 visto drammaticamente per i Balcani negli anni \u201990, o per gli accordi Nato-Ue necessari ad avviare lo sviluppo di una Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd), o infine per la questione della difesa antimissile, la vecchia Alleanza Atlantica finisce spesso per tornare utile. Ci\u00f2 accade a causa dell\u2019assenza di una valida \u201copzione europea\u201d immediatamente praticabile in politica estera; anzi, la Nato pu\u00f2 venire in sostegno temporaneo proprio della via europea.<\/p>\n<p><b>I dibattiti che non servono<\/b><br \/>Entrambi gli schieramenti hanno reclamato l\u2019eredit\u00e0 della migliore tradizione italiana in politica estera, quella che riesce a combinare europeismo e atlantismo, senza sottovalutare priorit\u00e0 geopolitiche come il Mediterraneo, i Balcani, le rotte energetiche. E qui si evidenzia un vero paradosso: i recenti governi di coalizione si sono accusati a vicenda di aver abbandonato il solco tradizionale delle politiche di sicurezza per tentare pericolose avventure, ma non si sono quasi avveduti che quel solco va realmente abbandonato, per l\u2019ottima ragione che le sfide del XXI secolo non sono pi\u00f9 quelle della seconda met\u00e0 del XX. <\/p>\n<p>Su questo sfondo, piuttosto che discutere delle responsabilit\u00e0 di breve e brevissimo termine per il declino del paese \u2013 che peraltro sarebbe corretto inserire nel contesto di un declino relativo dell\u2019Occidente su scala mondiale \u2013 \u00e8 urgente stabilire una serie di priorit\u00e0 e dunque accettare l\u2019esigenza di alcune rinunce. Ma gli strumenti concettuali per prendere decisioni in tale logica non sono quelli della fedelt\u00e0 atlantica, dell\u2019ideale europeo, o del semplice rispetto degli impegni internazionali gi\u00e0 assunti. Questi riferimenti risultano irrimediabilmente vaghi per un\u2019analisi basata su costi e benefici (che si pu\u00f2 chiaramente condurre anche in termini di valori e ideali).<\/p>\n<p>Intanto, stiamo rimandando a data da destinarsi ogni vera scelta tra opzioni diverse per le politiche di sicurezza e difesa. Ad esempio la scelta tra la sistematica partecipazione ai progetti a pi\u00f9 alta tecnologia con proiezione globale che ci possono collocare in alcune \u201cnicchie\u201d di specializzazione; o l\u2019enfasi da porre sui probabili impegni regionali ad ampio spettro militare nella grande area mediterranea. L\u2019Italia ha importanti margini discrezionali, a patto per\u00f2 che analizzi espressamente gli inevitabili <i>trade-off<\/i>. <\/p>\n<p>Purtroppo, l\u2019inerzia ha portato finora alla decisione di non decidere, che sta rendendo sempre pi\u00f9 gravi (e pericolose per i nostri contingenti all\u2019estero) le carenze di finanziamento delle Forze Armate. Ma questo vale per la politica estera italiana nell\u2019insieme, come mostrano i dati forniti dal Ministero Affari Esteri, che descrivono una struttura diplomatica sottodimensionata rispetto ai maggiori paesi europei.<\/p>\n<p><b>I dibattiti che servirebbero<\/b><br \/>Ci sono infatti delle tendenze ricorrenti in operazioni come quella afgana (Isaf) e quella libanese (Unifil II), a dispetto delle ovvie differenze, che devono far riflettere i paesi pi\u00f9 attivi sul piano internazionale, tra i quali l\u2019Italia: non solo il coordinamento tra varie organizzazioni \u00e8 essenziale, ma si ricorre sempre pi\u00f9 spesso a coalizioni e strutture ad hoc. Data questa tendenza, non si pu\u00f2 ridurre la nostra pianificazione di sicurezza alla Nato e alla Ue (n\u00e9 tantomeno all\u2019Onu, che non comanda da tempo le operazioni sul campo). Ma neppure si possono concepire interventi complessi in termini puramente nazionali. <\/p>\n<p>Dunque, ogni governo deve poter presentare all\u2019opinione pubblica, con un mix di obiettivi nazionali e multilaterali, le ragioni per cui accetta dei costi e dei rischi nel perseguimento di un dato obiettivo di sicurezza. Cosa che non pu\u00f2 verificarsi se continua la prassi di nascondere la politica estera dietro una cortina di \u201cimpegni internazionali\u201d o amicizie personali: cos\u00ec diventa impossibile distinguere (e valutare) motivazioni come prestigio di lungo termine, calcolo di <i>realpolitik<\/i> immediata, istinto umanitario e quant\u2019altro.<\/p>\n<p>L\u2019altra importante lezione di questi anni \u00e8 che il passaggio di gran lunga pi\u00f9 difficile sta nella <i>pars construens <\/i>degli interventi di sicurezza: ricostruzione durante e dopo la stabilizzazione.<\/p>\n<p>In un quadro globale tanto complesso e incerto, gli accesi dibattiti che infiammano spesso le nostre tribune politiche, tra antiamericani, euroscettici, onusiani (tutti veri o presunti che siano), sono francamente fuori bersaglio. Nella quasi totalit\u00e0 dei casi, sono irrilevanti rispetto alla situazione nei teatri di crisi e perfino al ruolo dell\u2019Italia negli organismi decisionali.<\/p>\n<p><b>L\u2019 opportunit\u00e0 afgana<\/b><br \/>Se \u00e8 vero che dalle crisi emergono talvolta le opportunit\u00e0, proprio l\u2019Afghanistan potrebbe forzare una revisione dei nostri modi di pensare la politica estera e contribuire a superare l\u2019impasse del nostro dibattito politico. Dovrebbe essere infatti chiaro che la sfida di quella missione \u00e8 non soltanto <i>bipartisan <\/i>in un\u2019ottica nazionale, ma \u00e8 cruciale per la credibilit\u00e0 del nostro intero sistema internazionale di alleanze e dello stesso metodo multilaterale.<\/p>\n<p>In quel lontano teatro di conflitto, le forze italiane inquadrate in Isaf (a guida Nato) possono contare su una solidissima legittimazione internazionale (pienamente sancita dall\u2019Onu), e godono tuttora di un vasto consenso <i>bipartisan<\/i> in patria. Eppure, il loro ruolo pone dei gravi dilemmi all\u2019attuale governo, e per la verit\u00e0 ne porrebbe a qualsiasi governo italiano nelle condizioni che oggi caratterizzano l\u2019Afghanistan. Il quesito fondamentale che sorge dalla nostra missione afgana dovrebbe rilanciare un serio dibattito strategico: quale contributo pu\u00f2 davvero fornire l\u2019Italia per ciascun euro aggiuntivo attribuito al bilancio della Difesa e ciascun soldato o civile aggiuntivo schierato in situazioni di crisi? Finch\u00e9 tale quesito rester\u00e0 privo di risposta, i dilemmi delle nostre decisioni cresceranno senza che aumenti il nostro peso internazionale.<\/p>\n<p>In conclusione, se con un coraggioso esperimento mentale eliminassimo il \u201cfattore Iraq\u201d dalla politica internazionale riscontreremmo una forte continuit\u00e0 tra le scelte del governo Berlusconi e quelle del governo Prodi. Naturalmente, le difficolt\u00e0 incontrate dai due governi sono state diverse, anche in ragione della loro composizione interna. Eppure le priorit\u00e0 di fondo sono cambiate solo marginalmente, mentre il consenso generale nel paese ha consentito, perfino sull\u2019Iraq, degli scatti di vera unit\u00e0 nazionale, come nel momento drammatico della strage di Nassirya. Forse un dibattito pi\u00f9 produttivo deve ripartire appunto dai luoghi e dalle esperienze pi\u00f9 difficili: Nassirya, ma anche Herat e il Libano meridionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 innegabile che i problemi della sicurezza internazionale a seguito dell\u201911 settembre 2001 abbiano complicato i calcoli strategici dell\u2019Italia, cos\u00ec come di tutti paesi europei. 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