{"id":5890,"date":"2007-07-25T00:00:00","date_gmt":"2007-07-24T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/il-gioco-politico-e-nelle-mani-di-israele\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:49","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:49","slug":"il-gioco-politico-e-nelle-mani-di-israele","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/07\/il-gioco-politico-e-nelle-mani-di-israele\/","title":{"rendered":"Il gioco politico \u00e8 nelle mani di Israele"},"content":{"rendered":"<p><b>Intervista a Ibrahim Saif, direttore del Center for Strategic Studies di Amman<\/b><\/p>\n<p>AMMAN &#8211; L\u2019espulsione violenta da Gaza delle forze di Fatah per opera delle milizie di Hamas ha riacceso l\u2019attenzione internazionale sul conflitto israelo-palestinese, rischiando di dividere l\u2019Europa e la comunit\u00e0 internazionale su quale sia la migliore strategia da perseguire per rilanciare il dialogo tra le parti. Mentre il governo Olmert, indebolito da difficolt\u00e0 politiche interne legate anche agli insuccessi del conflitto nel Sud del Libano dell\u2019estate scorsa, ha assunto una forte iniziativa diplomatica nei confronti del presidente palestinese Abu Mazen e ha nettamente isolato Hamas, il Quartetto (Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite e Russia) ha nominato l\u2019ex premier inglese Tony Blair come \u201cinviato speciale\u201d per il Medio Oriente con l\u2019ambizioso mandato di ristabilire l\u2019economia e il buon governo a Ramallah. Come viene vissuta questa ulteriore frattura del tessuto di sicurezza della regione nei paesi dell\u2019area? Ne parliamo con Ibrahim Saif, direttore del <a href= \"http:\/\/www.jcss.org\/SubDefault.aspx?PageId=3&#038;BlockId=9\" target= \"blank\"><b><u> Center for Strategic Studies di Amman<\/u><\/b><\/a>, che incontriamo nell\u2019Universit\u00e0 di Giordania, una delle pi\u00f9 floride e affollate di tutto il Medio Oriente.<\/p>\n<p><b>Dottor Saif, qual \u00e8 il quadro complessivo della situazione in Medio Oriente dal punto di vista della Giordania? <\/b><br \/>Il contesto regionale oggi \u00e8 caratterizzato da tre fronti esplosivi: l\u2019Iraq, il Libano, i territori occupati con il drammatico isolamento di Hamas nella striscia di Gaza. Il minimo comune denominatore dei tre fronti \u00e8 la sostanziale imprevedibilit\u00e0 della loro evoluzione. Queste tre situazioni, soprattutto quella irachena, hanno una forte influenza sul clima interno della Giordania. Dall\u2019inizio della guerra sono arrivati in Giordania circa cinquecentomila rifugiati iracheni, che si aggiungono al milione e mezzo di rifugiati palestinesi: dati molto rilevanti per un paese che conta complessivamente poco pi\u00f9 di cinque milioni di abitanti. Tutte le infrastrutture del paese, fra cui scuole, ospedali e altre strutture di assistenza, risentono moltissimo di questo sovraffollamento. Per non parlare del significativo aumento subito dal prezzo del petrolio e delle altre conseguenze economiche legate alla prossimit\u00e0 con le zone di guerra. L\u2019impatto di tutto questo su un paese piccolo come la Giordania rischia di essere molto destabilizzante. A ci\u00f2 va aggiunta la crescente influenza che l\u2019Iran sta acquisendo nella regione, attraverso i legami che sta sviluppando in Iraq, il rafforzamento dei rapporti con Hezbollah in Libano e con Hamas nella striscia di Gaza.<\/p>\n<p><b>In un quadro cos\u00ec complesso, quali possibilit\u00e0 di successo pu\u00f2 avere Tony Blair nel suo nuovo ruolo di inviato speciale del Quartetto, e da dove si pu\u00f2 pensare di ripartire per rilanciare il processo di pace?<\/b><br \/>La gestione politica resta nelle mani di Israele, che a mio avviso ha ancora molte carte da giocare. Da parte di Tony Blair ci si attende un serio e consistente impegno politico, che deve avere l\u2019obiettivo di ridare forza ai palestinesi moderati per permettergli di avviare un dialogo e un possibile negoziato con Israele. Il vero punto da cui ripartire sono gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che determinano un crescente livello di sofferenza nella popolazione palestinese, sempre pi\u00f9 inaccettabile anche per le altre popolazioni arabe dell\u2019area. Da questo punto di vista l\u2019iniziativa di pace saudita, nata nel 2002 e rilanciata durante l\u2019ultimo summit dei paesi arabi a Riad (che prevede il pieno riconoscimento dello Stato di Israele in cambio del suo ritiro entro i confini precedenti il conflitto del 1967, ndr.), costituisce un buon presupposto per la ripresa del dialogo fra le parti. Blair dovrebbe attivarsi il pi\u00f9 possibile per far procedere questa iniziativa negoziale. Ad oggi, essa costituisce l\u2019unico vero orizzonte politico credibile.<\/p>\n<p><b>In seguito all&#8217;espulsione violenta da Gaza delle forze di Fatah, in Europa si \u00e8 aperto un dibattito sulla strategia da assumere nei confronti di Hamas. La preoccupazione \u00e8 che il totale isolamento di Hamas nella striscia di Gaza  possa ulteriormente rafforzare le componenti pi\u00f9 radicali e disperate di quel movimento, motivando iniziative terroristiche anche di altri gruppi ed anche al di fuori di Gaza. A suo avviso quale strategia bisogna avere nei confronti di Hamas?<\/b><br \/> Non condivido affatto la scelta compiuta da Israele e da molta parte della comunit\u00e0 internazionale, di chiudere qualunque forma di dialogo nei confronti di Hamas. Da ci\u00f2 potr\u00e0 nascere solo un ulteriore rafforzamento delle sue componenti pi\u00f9 estremiste. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la leadership di Hamas \u00e8 divisa fra una parte pi\u00f9 radicale ed una pi\u00f9 moderata che invece non esclude il riconoscimento dello Stato di Israele e la soluzione dei due Stati. La Comunit\u00e0 internazionale sbaglia a boicottare personalit\u00e0 ufficialmente elette dalla maggioranza della popolazione palestinese. Credo che definire il perimetro e le condizioni per il dialogo sarebbe molto pi\u00f9 utile che escluderlo in modo cos\u00ec netto e radicale. Dialogare solo con il Presidente Abu Mazen non \u00e8 detto che contribuisca a rafforzarne la legittimit\u00e0 e a sostenere il processo di pace.<\/p>\n<p> <b>Il 25 aprile scorso, prima della rottura violenta tra Hamas e Fatah, gli Stati Uniti hanno sottoposto ai dirigenti di Israele e alla Presidenza dell&#8217;Anp un piano di lavoro elaborato dal coordinatore della sicurezza Usa, il generale Keith Dayton e dall\u2019ambasciatore in Israele, Israel Dick Jones, volto a favorire la ripresa del processo di pace con immediati passi concreti. Pensa che alcune parti di questo piano rimangano attuali anche oggi?<\/b><br \/>Il piano presentato dagli americani contiene alcuni punti che possono essere recuperati, anche se il quadro complessivo \u00e8 molto pi\u00f9 difficile e compromesso. Il piano chiede a Israele di rimuovere in tempi brevi i principali posti di blocco in Cisgiordania, di aumentare il volume di lavoro di tre valichi di Gaza e di istituire un corridoio terrestre fra Gaza e la Cisgiordania, sospeso da tempo per ragioni di sicurezza. Israele dovr\u00e0 inoltre consentire il passaggio di forniture di armi, munizioni ed equipaggiamenti destinati alle forze di polizia fedeli ad Abu Mazen. Molto pi\u00f9 complessa, alla luce di quanto accaduto, \u00e8 la parte che chiedeva ai servizi di sicurezza palestinesi di mettere a punto piani attendibili per porre fine ai lanci di razzi Qassam da Gaza verso Israele e per la cessazione del contrabbando di armi dal Sinai egiziano verso Gaza. Subito dopo la presentazione del piano, Israele aveva comunicato di non poterlo accogliere integralmente per motivi di sicurezza. Ma al di l\u00e0 dei dettagli negoziali, a mio avviso Israele deve dimostrare di volersi impegnare realmente nel processo di pace. Se si dimostrer\u00e0 disponibile in questo senso la Giordania, e sono certo anche altri paesi arabi, saranno disposti a sostenerlo.<\/p>\n<p><b>Ritiene che la strategia degli Stati Uniti verso il Medio Oriente negli ultimi tempi sia diventata pi\u00f9 aperta e propositiva?<\/b><br \/>Da quando le difficolt\u00e0 della missione americana in Iraq sono divenute pi\u00f9 evidenti, l\u2019amministrazione americana ha avviato una serie di iniziative diplomatiche in Medio Oriente, fra cui la recente proposta di una conferenza internazionale di pace. Fino ad oggi questo parziale cambiamento di rotta non ha prodotto risultati concreti, perch\u00e9 l\u2019amministrazione Usa ha perso credibilit\u00e0 in tutta l\u2019area. La debolezza americana, tuttavia, ha fatto si che la politica verso i palestinesi sia stata gestita quasi esclusivamente da Israele, le cui condizioni politiche interne sono altrettanto deboli e incerte. Non \u00e8 chiaro infatti quali conseguenze potranno avere le attuali difficolt\u00e0 del governo Olmert, e c\u2019\u00e8 il rischio che una crisi di governo possa portare al potere una coalizione ancora pi\u00f9 radicale, con tutte le complicazioni che questo comporterebbe.<\/p>\n<p><b> L&#8217;Unione europea si \u00e8 spesso mostrata debole e divisa nei confronti del Medio Oriente. Come viene percepita l\u2019iniziativa europea da parte dalle popolazioni locali e quale \u00e8, se c&#8217;\u00e8, la valutazione specifica che viene data del ruolo italiano?<\/b><br \/>Fino ad oggi l\u2019Europa in Medio Oriente non ha giocato il ruolo che potrebbe. Gli europei lo sanno, ma non sembrano in grado di assumere iniziative rispetto alla progressiva radicalizzazione culturale e politica che si registra in tutta la regione, con una crescente chiusura e avversione da parte delle popolazioni locali non solo verso gli americani, ma anche verso gli stessi europei, in passato percepiti come pi\u00f9 vicini alle ragioni degli arabi. La politica italiana viene genericamente percepita all\u2019interno di quella europea, anche se in Giordania \u00e8 stato molto apprezzato lo specifico ruolo svolto la scorsa estate in occasione del conflitto fra Israele e le milizie di Hezbollah nel Sud del Libano, con l\u2019invio di oltre duemila militari italiani, insieme ad altri europei, sotto la bandiera dell\u2019Onu. Da parte dell\u2019Unione europea, in realt\u00e0, la gente di qui si aspetterebbe un\u2019iniziativa analoga anche in Cisgiordania e a Gaza, con l\u2019invio di una forza multinazionale delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p><b>Perch\u00e9 si \u00e8 interrotto il lento processo di democratizzazione della Giordania che era stato avviato negli ultimi anni?<\/b><br \/>Nei prossimi mesi in Giordania si svolgeranno le elezioni amministrative e alla fine dell\u2019anno quelle per l\u2019elezione del Parlamento. La Giordania si sta muovendo verso una graduale democratizzazione. Ma \u00e8 chiaro che il paese non \u00e8 indifferente a quello che accade nell\u2019area circostante, e le crescenti minacce alla sicurezza interna (penso ad esempio agli attentati terroristici contro tre alberghi di Amman nel 2005) ed esterna, fanno anteporre la stabilit\u00e0 e la richiesta di sicurezza alle istanze di apertura democratica. La dicotomia tra stabilit\u00e0 politica e democrazia \u00e8 un paradosso, ma in questo momento i cittadini giordani sono disposti ad accettare anche un rallentamento del processo di democratizzazione in cambio di una maggiore stabilit\u00e0 politica. L\u2019esempio di molti paesi vicini, infatti, insegna che le aperture democratiche non sempre coincidono con la stabilit\u00e0 politica.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Ibrahim Saif, direttore del Center for Strategic Studies di Amman AMMAN &#8211; L\u2019espulsione violenta da Gaza delle forze di Fatah per opera delle milizie di Hamas ha riacceso l\u2019attenzione internazionale sul conflitto israelo-palestinese, rischiando di dividere l\u2019Europa e la comunit\u00e0 internazionale su quale sia la migliore strategia da perseguire per rilanciare il dialogo [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5890"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5890"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5890\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":67008,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5890\/revisions\/67008"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5890"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5890"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5890"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}