{"id":6010,"date":"2007-09-04T00:00:00","date_gmt":"2007-09-03T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/timidi-segnali-di-miglioramento\/"},"modified":"2017-11-03T15:42:41","modified_gmt":"2017-11-03T14:42:41","slug":"timidi-segnali-di-miglioramento","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/09\/timidi-segnali-di-miglioramento\/","title":{"rendered":"Timidi segnali di miglioramento"},"content":{"rendered":"<p>Gli eventi in Darfur sono sempre presenti nelle opinioni pubbliche e nelle agende politiche dei paesi occidentali. L\u2019arrivo al potere di Sarkozy a Parigi e di Brown a Londra, li hanno riportati in primo piano come la pi\u00f9 grave questione umanitaria nel mondo attuale. Gli appelli umanitari si susseguono. La Cina \u00e8 stata sollecitata ad assumere in questa vicenda un ruolo adeguato alla sua posizione di difensore del governo sudanese e di nuova potenza che agisce nello scenario africano. A questo punto qualcosa si \u00e8 mosso nel Sudan stesso. Ma si \u00e8 vicini ad una soluzione del problema e le condizioni di vita dei suoi sventurati abitanti sono adesso meno gravi ?<\/p>\n<p><b>Gli ultimi eventi<\/b><br \/>Khartum ha finalmente accettato in luglio l\u2019invio nella regione di un corpo di spedizione misto, delle Nazioni Unite e dell\u2019Unione africana, di 26.000 persone. Una cifra, osservano tutti, non sufficiente a controllare una regione semidesertica con una dimensione equivalente a due volte la Francia. Ma comunque un notevole passo in avanti, rispetto agli attuali 7.000 soldati, mal diretti e mal equipaggiati, della sola Unione africana. La presenza di queste truppe sar\u00e0 un intralcio notevole alla libert\u00e0 di uccidere di cui attualmente  sembrano disporre tutti in Darfur, sospinti dal Governo o meno. Tuttavia il presidente sudanese, Bashir, \u00e8 uno specialista di accordi accettati e successivamente impunemente ignorati. E l\u2019attuale Segretario Generale dell\u2019Onu, Ban Ki Moon, ha mostrato una tendenza ad accettare rispettosamente le assicurazioni di Bashir. In effetti l\u2019Unione africana ha gi\u00e0 dichiarato, sicuramente su spinta di Khartum, che non v\u2019e bisogno dei militari francesi, danesi ed indonesiani, basteranno quelli africani. Il che non \u00e8 vero. <\/p>\n<p>Comunque, se non sopraggiungono ulteriori ostacoli il nuovo Corpo di spedizione sar\u00e0 presente sul terreno a fine anno. Nel frattempo si \u00e8 tentato di sistemare un altro importante tassello della questione Darfur. All\u2019inizio di agosto i capi dei principali movimenti di opposizione al governo sudanese hanno raggiunto un accordo di principio ad Arusha, in Tanzania. Essi hanno deciso di nominare un \u201cleader\u201d, o un \u201ccomitato\u201d, che dovrebbe condurre le negoziazioni per un accordo con Khartum. Questo \u00e8 una problema ancor pi\u00f9 difficile da trattare. Infatti i movimenti di guerriglia anti-governativi si sono frazionati e sono aumentati dagli originali due a oltre tredici, spesso in conflitto tra loro. Tra l\u2019altro i loro mezzi di lotta non sono diversi da quelli usati dai predoni armati dal governo sudanese per devastare i villaggi degli abitanti ritenuti di razza non araba. Il governo sudanese, poi, non ha alcuna voglia di trattare con loro, ammesso che ci\u00f2 divenga possibile. Tuttavia i colloqui di Arusha, con la presenza di rappresentanti Onu e di paesi occidentali, potrebbero far diminuire gli attacchi dei movimenti ribelli ai convogli di aiuti umanitari.<\/p>\n<p><b>Piccoli passi<\/b><br \/>Le condizioni sul terreno potrebbero dunque migliorare. Si tratter\u00e0 di piccoli passi, che il governo sudanese potrebbe accettare, anche perch\u00e9 giungono nuove allarmanti notizie di anarchici scontri tra le stesse milizie considerate arabe. A questo punto, del resto, Khartum ha ampiamente dimostrato alla popolazione locale che gli interventi esterni non cambiano la situazione politica. In questi anni di razzie e uccisioni, il governo sudanese avrebbe cos\u00ec raggiunto l\u2019obiettivo primario: chiarire ai sudanesi nelle altre regioni del suo enorme territorio che quanto avvenuto al Sud nel 2005, la fine della guerra civile con la nascita di una nuova entit\u00e0 autonoma ed autogovernata, non si ripeter\u00e0 altrove.<\/p>\n<p>Se quindi tutto va bene, una parte degli abitanti del Darfur e i circa due milioni di persone raccolte nei campi dei rifugiati, non saranno pi\u00f9 in immediato pericolo di vita. E poich\u00e9 intanto territori a suo tempo abbandonati da terrorizzati abitanti sono occupati da altri, una maggioranza di loro dovr\u00e0 trovare altrove nuovi luoghi e mezzi per sopravvivere. Magari aumentando la popolazione delle bidonville che circondano la capitale, in pieno boom economico grazie ai redditi del petrolio. <\/p>\n<p>Ma come mai la ribellione in Darfur non ha avuto un successo analogo a quella del sud del Sudan? Eppure anche l\u00ec il governo sudanese aveva utilizzato lo strumento delle milizie locali e del terrorismo, anzi nel sud l\u2019esercito regolare stesso era impegnato a fondo. Il punto \u00e8 che in quel caso la divisione delle forze in campo era chiara: musulmani arabizzati di Khartum contro africani animisti o superficialmente cristianizzati. Inoltre dal punto di vista geografico gli africani si muovevano tra savane e paludi contro arabi usi solo ad aree aride o semidesertiche. Infine il sud, dopo conflitti interni talvolta sanguinosi, si era dotato di un capo assoluto, John Garang, appartenente al gruppo etnico maggioritario, quello dei Dinka. <\/p>\n<p>In questi condizioni e con l\u2019appoggio prima dell\u2019Urss e dopo, paradossalmente, degli Stati Uniti, i guerriglieri nel sud erano divenuti centomila, ineliminabili quindi con la forza. Quando allora si \u00e8 posto al governo sudanese il problema dello sfruttamento del petrolio, i cui proventi erano divenuti determinanti per la sua stessa sopravvivenza, \u00e8 stato giocoforza accettare un accordo di pace, con cessioni di potere locale e divisione dei redditi del petrolio. I giacimenti, infatti si situano appunto nell\u2019area di confine tra nord e sud. In Darfur, invece, non vi sono pozzi di petrolio.<\/p>\n<p><b>Le azioni internazionali<\/b><br \/>Quanto avvenuto in Darfur prova che le lodevolissime intenzioni dei Capi di governo occidentali, a meno di essere veramente capaci di azioni di forza, conseguono solo quello che permettono le forze in campo locali.<\/p>\n<p>In effetti risulta che Condoleezza Rice ha pi\u00f9 volte frenato il suo Presidente, segnalandogli che, data la situazione in Iraq, non erano possibili ulteriori interventi di forze armate Usa in un altro paese musulmano. Khartum, inoltre, collabora da anni con la Cia nella ricerca e repressione degli estremisti islamici e l\u2019agenzia di spionaggio americano ha da parte sua sempre segnalato, non a torto, che un crollo del regime al potere in Sudan, aprirebbe la porta a una nuova gigantesca Somalia nell\u2019area di confine tra mondo arabo e mondo africano. Interventi autonomi di francesi o inglesi non sono possibili. Infine le sanzioni internazionali, tramite le Nazioni Unite, richiedono l\u2019assenso della Cina che compra il petrolio sudanese e che sostiene, per se e per gli altri, la tesi del rispetto delle singole sovranit\u00e0 nazionali. In questo quadro Khartum  poteva  essere indotta o \u201ccomprata\u201d, ma non forzata a modificare la sua criminale politica.<\/p>\n<p><b>L\u2019incognita del sud<\/b><br \/>La colpa politica dei dirigenti sudanesi \u00e8 quella di non utilizzare parte dei crescenti redditi di petrolio per migliorare le condizioni di vita degli abitanti delle regioni pi\u00f9 povere. Invece di limitarsi ad assassinarli o semplicemente a ignorarli. Alla base v\u2019\u00e8 una arcaica cultura di potere, miscelata a una notevole dose di razzismo, che tuttavia non manca di tenacia e di moltissima abilit\u00e0 diplomatica. Ma problemi seri per Khartum potrebbero venire nuovamente dal sud.<\/p>\n<p>Dal 2005 il sud si autogoverna. Il presidente del governo regionale, Salva Kiir, \u00e8 anche uno dei due vice-presidenti del governo centrale e la regione \u00e8 in pace. Organizzazioni o enti di aiuto umanitario, Nazioni Unite e Unione Europea <i>in primis<\/i>, partecipano allo sforzo di far funzionare embrionali strutture amministrative e sanitarie. Ma parlare di sviluppo economico sarebbe eccessivo e ci\u00f2 sconcerta molti, tenendo conto che la met\u00e0 di quei redditi di petrolio, che stanno arricchendo Khartum, dovrebbe andare al sud. Dove in base all\u2019accordo di pace si decider\u00e0 nel 2011, con un referendum, se accedere o meno all\u2019indipendenza.<\/p>\n<p>Al sud la stragrande maggioranza vuole l\u2019indipendenza. Garang, il leader del movimento Splm che ha vinto la guerra e che mor\u00ec pochi mesi dopo l\u2019accordo di pace, voleva mantenere l\u2019unione col Sudan, coltivando il sogno di diventarne il presidente. Salva Kiir, suo successore, non ha il suo prestigio e potere politico, ma \u00e8 un politico intelligente ed abile. In mancanza di un deciso miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti della regione, egli vorr\u00e0 o dovr\u00e0 cavalcare il movimento maggioritario per l\u2019indipendenza. Intanto nel 2009 vi saranno le elezioni generali in Sudan e l\u2019Splm  potrebbe avere un successo elettorale tale da cambiare il quadro politico del paese. <\/p>\n<p>Che far\u00e0 allora il gruppo dirigente sudanese di fronte a questi eventi? Riaprire il conflitto nel sud, nella zona del petrolio? Scelta difficile, avendo gi\u00e0 persa l\u00ec una guerra di venti anni. Dunque, riconoscere l\u2019indipendenza di un terzo del paese e con ricchezze notevoli. Ma con quali contraccolpi in una comunit\u00e0 araba non usa a concessioni, in un paese dove distanze e differenze di tutti i tipi rendono difficilissimo il mantenimento di una comune organizzazione politica? Forse i futuri eventi nel sud renderanno giustizia alle martoriate vittime del Darfur.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli eventi in Darfur sono sempre presenti nelle opinioni pubbliche e nelle agende politiche dei paesi occidentali. L\u2019arrivo al potere di Sarkozy a Parigi e di Brown a Londra, li hanno riportati in primo piano come la pi\u00f9 grave questione umanitaria nel mondo attuale. Gli appelli umanitari si susseguono. 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