{"id":6110,"date":"2007-09-20T00:00:00","date_gmt":"2007-09-19T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/voci-di-guerra-serve-uneuropa-piu-unita\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:22","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:22","slug":"voci-di-guerra-serve-uneuropa-piu-unita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/09\/voci-di-guerra-serve-uneuropa-piu-unita\/","title":{"rendered":"Voci di guerra: serve un\u2019Europa pi\u00f9 unita"},"content":{"rendered":"<p>Nell\u2019ultimo anno l\u2019amministrazione Bush aveva dapprima fatto intendere di essere preparata ad attaccare militarmente l\u2019Iran, se questo paese non avesse accettato una serie di modifiche alla sua politica estera, dallo sviluppo di una capacit\u00e0 nucleare militare all\u2019aiuto all\u2019insurrezione irachena. Questo atteggiamento sembrava essere gradualmente confluito verso un confronto diplomatico, presumibilmente grazie all\u2019influenza del segretario di Stato, Condoleezza Rice, e per contro alla parziale emarginazione dell\u2019ala dura dell\u2019amministrazione con le dimissioni del segretario alla difesa, Rumsfeld. <\/p>\n<p>\u00c8 in questa prospettiva che furono generalmente interpretati i due incontri, a Baghdad (10 marzo) e Sharm el-Sheik (4 maggio), fra i capi delle rispettive diplomazie.  In realt\u00e0, quegli incontri misero in luce che la diplomazia americana non si stava orientando verso l\u2019apertura regionale auspicata dal rapporto di dicembre 2006 dell\u2019<a href= \"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=385\"><b><u>  Iraq Study Group<\/u><\/b><\/a>, guidato dai senatori Baker e Hamilton, ma intendeva negoziare con Teheran semplicemente per ottenere che avessero termine gli interventi iraniani di fiancheggiamento dell\u2019insurrezione irachena. Questi colloqui, proseguiti dall\u2019ambasciatore americano a Baghdad, Ryan Crooker, non solo non hanno dato frutti, ma hanno ancor pi\u00f9 convinto l\u2019amministrazione americana del prevalere a Teheran della volont\u00e0 di scontro, secondo la volont\u00e0 del presidente Ahmadinejad.<\/p>\n<p><b>Radicali contro pragmatici<\/b>Questi colloqui hanno meglio messo in evidenza le diversit\u00e0 di approccio dei due paesi. Da una parte, la volont\u00e0 della diplomazia iraniana di essere pronta a compromessi a patto che gli Usa riconoscano al paese il ruolo regionale che i dirigenti di Teheran credono congruo; dall\u2019altra, esattamente l\u2019assenza di qualsiasi predisposizione a riconoscere alcunch\u00e9. <\/p>\n<p>Chi conduce la diplomazia dell\u2019Iran appartiene a quell\u2019ala conservatrice ma pragmatica, che l\u2019analista americano Ray Takeyh individua accanto all\u2019ala conservatrice radicale rappresentata dal presidente Ahmadinejad, vale a dire figure come Ali Lariani e il ministro degli Esteri, Mottaki. Takeyh ha messo bene in luce la divisione che esiste nel campo dei conservatori e sostiene che questi ultimi sono per l\u2019Occidente un interlocutore valido, a condizione che gli Usa e gli altri paesi dell\u2019Occidente lascino spazio ad un ruolo regionale appropriato dell\u2019Iran; secondo lui, con questa contropartita, l\u2019Iran si convincerebbe a sviluppare un\u2019industria nucleare a fini pacifici saldamente incastonata nel regime di non proliferazione.<\/p>\n<p>Se le opinioni di Takey e dei molti altri analisti che la pensano come lui sono valide, lo scenario pu\u00f2 essere visto come una lotta parallela, a Washington come a Teheran, fra pragmatici e radicali. In realt\u00e0, mentre \u00e8 difficile esprimersi nel dettaglio circa gli iraniani, per quanto riguarda l\u2019amministrazione americana possiamo dire che le differenze fra radicali e pragmatici, fra la vicepresidenza e il segretariato di Stato, sono pi\u00f9 tattiche che strategiche. In effetti, come Cheney, la Rice non sembra intenzionata a riconoscere all\u2019Iran un ruolo nella regione, ma a differenza del suo collega di governo spera di estrarre le concessioni che oggi servono all\u2019Amministrazione con la diplomazia e, semmai, con la coercizione delle sanzioni pi\u00f9 che delle armi.<\/p>\n<p>Se questo \u00e8 vero, l\u2019Amministrazione, malgrado alcuni conati retorici alla fine della scorsa primavera, continua proprio a non condividere il senso del dialogo regionale invocato dal rapporto sull\u2019Iraq del gruppo di studio Baker-Hamilton, il quale chiedeva di parlare col nemico e considerare le loro esigenze in vista di un possibile compromesso per la stabilizzazione della regione e non una diversa e futile composizione nella miscela di coercizione e diplomazia di cui necessariamente la politica estera consiste. Perci\u00f2, la Rice mostra dei migliori sentimenti, ma non una migliore strategia rispetto a Cheney.<\/p>\n<p><b>Unione europea in ordine sparso<\/b><br \/>Su questo sfondo, di per s\u00e9 confuso, si sono inserite le notizie del \u201cNew York Times\u201d \u2013 dopotutto non nuove \u2013  circa lo scontro in seno all\u2019Amministrazione fra le due correnti, ma soprattutto le dichiarazioni del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, sulla necessit\u00e0 di prepararsi a uno scontro diventato negli ultimi tempi assai pi\u00f9 probabile. Il tono di quelle dichiarazioni \u2013 nelle quali la Francia appariva sottovalutare la gravit\u00e0 della prospettiva e soprattutto rassegnata ad accettare checch\u00e9 venisse da Washington \u2013 \u00e8 stato corretto da Kouchner il giorno dopo. Tuttavia, quelle dichiarazioni, comunque un po\u2019 superficiali, hanno tradito la debolezza della posizione europea e il rischio che gli Usa mettano l\u2019Unione di fronte al fatto compiuto e che l\u2019Unione il giorno dopo si divida, esattamente come accadde con l\u2019Iraq.<\/p>\n<p>La Germania sostiene un aggravamento delle sanzioni, un po\u2019 per rafforzare la posizione del Dipartimento di Stato, un po\u2019 perch\u00e9 i pragmatici di Teheran saranno s\u00ec pragmatici in senso ideologico ma non lo sono affatto in senso comune. In fondo, sono essi che hanno assicurato l\u2019insuccesso del negoziato con il gruppo EU-3 e fatto di tutto perch\u00e9 la posizione iraniana apparisse vieppi\u00f9 inaffidabile. Oggi, anche con la migliore buona volont\u00e0, sarebbe difficile per l\u2019Ue riprendere un\u2019iniziativa diplomatica. <\/p>\n<p>In queste condizioni, l\u2019aggravamento delle sanzioni \u00e8 un\u2019opzione valida, anche se tutti sappiamo che l\u2019effetto delle sanzioni si determina in un periodo lungo e provoca gravi danni strada facendo. Tuttavia, occorre anche mettere i pragmatici di fronte alle loro responsabilit\u00e0: se davvero hanno una posizione diversa dalla leadership, che si misurino loro con quest\u2019ultima e tornino a negoziare quando effettivamente rappresenteranno di pi\u00f9. Da parte europea, la scommessa \u00e8 inevitabile: o i pragmatici riescono a diventare qualche cosa di pi\u00f9 di una speranza oppure \u00e8 inutile parlarci. Le sanzioni, ben gestite, possono essere il segnale giusto.<\/p>\n<p>Tuttavia, questa posizione europea, convergente con una parte dell\u2019amministrazione Usa, pu\u00f2 trovarsi, anche gi\u00e0 domani, di fronte a un\u2019Amministrazione che sceglie la coercizione violenta e abbandona quella diplomatica ed economica. In questa prospettiva, sar\u00e0 bene che gli europei si uniscano e premano per le sanzioni, per le quali anche la Francia \u00e8 d\u2019accordo. L\u2019Italia dovrebbe seguire questo corso. \u00c8 comunque importante che gli europei agiscano sin da ora uniti in modo che, precipitando le cose, gli Stati Uniti sappiano che questa volta, a differenza dell\u2019Iraq, li troveranno tutti dall\u2019altra parte, o almeno tutti quelli pi\u00f9 \u201canziani\u201d e che contano di pi\u00f9 nel continente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell\u2019ultimo anno l\u2019amministrazione Bush aveva dapprima fatto intendere di essere preparata ad attaccare militarmente l\u2019Iran, se questo paese non avesse accettato una serie di modifiche alla sua politica estera, dallo sviluppo di una capacit\u00e0 nucleare militare all\u2019aiuto all\u2019insurrezione irachena. 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