{"id":6160,"date":"2007-10-01T00:00:00","date_gmt":"2007-09-30T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/cosa-possono-fare-le-istituzioni-internazionali\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:20","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:20","slug":"cosa-possono-fare-le-istituzioni-internazionali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/10\/cosa-possono-fare-le-istituzioni-internazionali\/","title":{"rendered":"Cosa possono fare le istituzioni internazionali?"},"content":{"rendered":"<p>Cosa pu\u00f2 fare la comunit\u00e0 internazionale, e in particolare le sue istituzioni, per porre fine ai massacri perpetrati dal regime dei militari in Birmania, ormai al potere da 45 anni? Non molto! Ma una stretta e continua pressione internazionale contribuirebbe certamente a dare manforte alle forze autoctone per il crollo del regime e aprire la strada del ritorno alla democrazia in un paese che pu\u00f2 vantare di aver dato alle Nazioni Unite un Segretario Generale con la nomina di U Thant nel 1961.<\/p>\n<p><b>\u201cResponsibility to Protect\u201d<\/b><br \/>Al vertice di New York del 2005, l\u2019Assemblea Generale, riunita a livello di Capi di Stato e di Governo, ha adottato una risoluzione in cui si stabilisce espressamente la \u201cResponsibility to Protect\u201d. I governanti hanno l\u2019obbligo di proteggere il popolo che amministrano essendo loro proibito di ricorrere a violenza, pratiche di genocidio ed altri misfatti. E\u2019 controverso se la \u201cresponsabilit\u00e0 di protezione\u201d possa aprire la porta ad interventi umanitari, come quella della Nato in Kosovo nel 1999. A parere di chi scrive, l\u2019intervento umanitario, cio\u00e8 l\u2019intervento mediante l\u2019uso della forza, deve essere autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds), condizione politicamente impossibile nel caso concreto. Ma anche un intervento unilaterale (da parte di chi?) per provocare un cambiamento di regime sarebbe impensabile, oltre che illegittimo.<\/p>\n<p>Il 12 gennaio 2007 gli Stati Uniti ed altri paesi occidentali hanno proposto una risoluzione al Cds di condanna del regime Birmania. Ma Cina e Russia hanno posto il veto. Anche il Sud Africa ha votato contro e tre Stati (Congo, Indonesia e Qatar) si sono astenuti. L\u2019Italia ha votato a favore della risoluzione. La risoluzione chiedeva la liberazione del leader birmano Aung Sun Kyi, la cessazione degli attacchi alle minoranze etniche e una maggiore collaborazione con l\u2019Organizzazione internazionale del lavoro per porre fine al lavoro forzato. La Cina ha argomentato che la situazione birmana non costituiva una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale e che quindi il Cds non era competente. Si sarebbe trattato di un intervento negli affari interni della Birmania.<\/p>\n<p>Investire della questione l\u2019Assemblea Generale, come \u00e8 stato proposto, per comminare sanzioni alla Birmania, non \u00e8 soluzione appropriata. L\u2019Assemblea Generale si \u00e8 gi\u00e0 espressa sulla situazione dei diritti umani in Birmania nel 2006, ma non pu\u00f2 decidere sanzioni vincolanti. Non pu\u00f2 neppure raccomandarle non avendo competenza in materia, a parte qualche esempio contrario della prassi (risoluzioni che durante la decolonizzazione raccomandavano sanzioni al Sud Africa per la sua politica di apartheid). I Paesi del terzo mondo, inclusi quelli appartenenti alla Community of Democracies sotto leadeship Usa, avrebbero buon gioco nel sostenere che non potrebbero votare una risoluzione illegittima e quindi sarebbe difficilmente raggiunta la maggioranza dei 2\/3 necessaria.<\/p>\n<p>Le azioni del Cds e dell\u2019Assemblea Generale sarebbero le pi\u00f9 appariscenti. Ma non sono le sole a disposizione della comunit\u00e0 internazionale.<\/p>\n<p><b>Molteplici opzioni di intervento<\/b><br \/>Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha inviato un proprio rappresentante nella capitale birmana, che si muove tra mille difficolt\u00e0. Un\u2019azione pi\u00f9 decisa dovrebbe essere intrapresa dal Consiglio dei diritti umani. Il Consiglio ha il compito di esaminare la situazione dei diritti umani negli Stati membri delle Nazioni Unite ed ha stilato un programma di lavoro (la Birmania \u00e8 in programma per i prossimi anni). Il Consiglio, di cui attualmente l\u2019Italia fa parte, pu\u00f2 riunirsi in sessione straordinaria, come ha gi\u00e0 fatto altre volte (Territori palestinesi, intervento di Israele in Libano, Sudan). 17 membri del Consiglio ne hanno chiesto la convocazione e la riunione della sessione speciale \u00e8 stata fissata per marted\u00ec 2 ottobre. Il Consiglio pu\u00f2 adottare una risoluzione di condanna e istituire una commissione d\u2019inchiesta, che dovrebbe recarsi in Birmania e fare un rapporto circostanziato.<\/p>\n<p>I governanti che si sono resi responsabili di gravi crimini potrebbero essere sottoposti alla giurisdizione della Corte penale internazionale, sempre che si tratti di crimini internazionali. Ma la Birmania non ha ratificato lo Statuto della Corte e, in questo caso, l\u2019unica possibilit\u00e0 di attivarla \u00e8 di competenza del Cds. Speranza poco concreta, poich\u00e9 il veto cinese o di altro membro permanente del Consiglio \u00e8 sempre in agguato. Ma lo spettro di sottoporre i responsabili a processo penale dovrebbe essere ventilato, una volta attuato il cambiamento di regime, magari mediante l\u2019istituzione di un tribunale penale internazionale ad hoc sull\u2019esempio di quelli gi\u00e0 esistenti.<\/p>\n<p>Gli Stati occidentali dovrebbero inoltre valutare attentamente se la Birmania abbia violato la Convenzione sul genocidio del 1948, a causa dei maltrattamenti contro gruppi etnici. La Convenzione consente di convenire lo Stato responsabile di fronte alla Corte internazionale di giustizia. La clausola che ne attribuisce il potere non \u00e8 stata oggetto di riserva da parte della Birmania e l\u2019instaurazione di un procedimento dinanzi alla Corte costituirebbe un formidabile strumento di pressione. \u00c8 una strada da percorrere, quantunque le diplomazie siano notoriamente restie, qualora gli interessi nazionali non vengano direttamente coinvolti.<\/p>\n<p><b>Il ruolo dell\u2019Unione europea<\/b><br \/>Resta sempre la possibilit\u00e0 per gli Stati, singolarmente o raggruppati in un\u2019organizzazione internazionale come l\u2019Unione Europea, di imporre sanzioni, senza che sia necessaria un\u2019autorizzazione da parte del Cds. Gli Stati Uniti le hanno gi\u00e0 imposte e l\u2019Unione Europea dovrebbe inasprirle. La giunta birmana si arricchisce con le esportazioni di gas naturale, legname e rubini. Un\u2019altra piaga \u00e8 il narcotraffico. Le sanzioni dovrebbero essere \u201cmirate\u201d per impedire che misure di carattere generale finiscano per portare ancora pi\u00f9 sofferenze al popolo birmano. Ne costituiscono un esempio il congelamento dei depositi e titoli finanziari all\u2019estero o il divieto d\u2019ingresso in territorio straniero. La leadership birmana probabilmente non ha conti nelle banche americane o dell\u2019Europa occidentale e quindi sanzioni economiche di questo tipo non colpirebbero nel segno. Ma \u00e8 tutto da verificare. Tra l\u2019altro sanzioni economiche mirate potrebbero essere comminate dagli Stati appartenenti alla Community of Democracies, che sono numerosi e rappresentano tutte le aree geografiche e che in questo modo dimostrerebbero che la Community non \u00e8 una scatola vuota.<\/p>\n<p>Sanzioni pi\u00f9 efficaci potrebbero essere proposte nei confronti delle imprese straniere che hanno rapporti d\u2019affari con la Birmania (ad es. imprese indiane che operano anche nei paesi occidentali). Ma qui si tocca il nervo scoperto dei rapporti commerciali e difficilmente proposte del genere sarebbero attuate.<\/p>\n<p>Non esiste una ricetta magica per la situazione birmana, che possa essere imposta dall\u2019esterno. \u00c8 per\u00f2 da sperare che una continua e incessante  pressione internazionale, unita all\u2019aperta ribellione del popolo birmano, provochi un cambiamento di regime. La pressione internazionale dovrebbe innanzitutto costringere Cina, India e Russia ad abbandonare il sostegno alla giunta birmana. A quel punto la questione potrebbe ritornare al Cds per l\u2019adozione di sanzioni efficaci.   <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cosa pu\u00f2 fare la comunit\u00e0 internazionale, e in particolare le sue istituzioni, per porre fine ai massacri perpetrati dal regime dei militari in Birmania, ormai al potere da 45 anni? Non molto! 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