{"id":6280,"date":"2007-10-08T00:00:00","date_gmt":"2007-10-07T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/potere-militare-e-calcolo-economico\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:19","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:19","slug":"potere-militare-e-calcolo-economico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/10\/potere-militare-e-calcolo-economico\/","title":{"rendered":"Potere militare e calcolo economico"},"content":{"rendered":"<p>I generali birmani sembrano aver superato un\u2019altra rivolta popolare. Essi potranno cos\u00ec proseguire con il progetto di risolvere il problema dell\u2019isolamento internazionale adottando la nuova \u201ccostituzione disciplinata\u201d, una relativa democratizzazione con tempi indefiniti che garantisce loro un lungo periodo di controllo formale o sostanziale del potere. <\/p>\n<p>Alcune caratteristiche della ribellione popolare non sono diverse da quelle delle volte precedenti. Innanzitutto una decisione di politica economica con pesanti riflessi sulla parte pi\u00f9 povera della popolazione. Alla fine degli anni Ottanta, con il precedente dittatore Ne Wi, vi fu l\u2019improvvisa demonetizzazione delle banconote, questa volta l\u2019adozione di riforme che hanno comportato l\u2019aumento del prezzo del petrolio ed ancor pi\u00f9 del gas, indispensabile ai birmani per cucinare. Anche l\u2019opposizione ha visto protagoniste le medesime forze, con la ricomparsa di alcuni leader reduci da lunghi periodi di carcerazione. In aggiunta naturalmente alla presenza nello sfondo della carismatica e affascinante figura della \u201cdame\u201d, come viene chiamata anche dai birmani la prigioniera Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Ma che \u00e8 anche  figlia dell\u2019eroe della indipendenza Aung San, assassinato nel 1947, ma mai dimenticato dai  birmani. Questa volta, inoltre, i rispettatissimi duecentocinquantamila monaci buddisti, soprattutto i pi\u00f9 giovani, erano in prima fila a galvanizzare le colonne di manifestanti. Pochi regimi politici al mondo avrebbero resistito ad una tale miscela di opposizione. Ma non in Birmania, o Myanmar, come i generali hanno ribattezzato il paese.<\/p>\n<p><b>Le basi del potere militare<\/b><br \/>La Giunta militare che dirige il paese non da segni di sbandamento. I suoi membri sono ovviamente tenuti insieme dall\u2019interesse di casta a mantenere i vantaggi economici ed il prestigio sociale inerenti alla gestione del potere. Crescenti, in un paese la cui popolazione rimane  povera, ma che beneficia di fonti di valuta estera in grande aumento. Non vi \u00e8 per\u00f2 soltanto questo. <\/p>\n<p>I birmani veri e propri costituiscono l\u00b480% circa della popolazione e controllano vasti territori periferici i cui abitanti in passato sono stati pi\u00f9 volte indipendenti o inglobati nei reami dei paesi confinanti. La produzione e il commercio dell\u2019oppio fornivano ai ribelli di queste aree inesauribili fonti di finanziamento per una endemica guerriglia che ha messo in difficolt\u00e0 tutti i precedenti Governi. Ma l\u2019attuale gruppo dirigente \u00e8 riuscito a porre fine a queste ribellioni, con l\u2019approvazione dei paesi confinanti non pi\u00f9 interessati a mantenere focolai di disordine alle loro frontiere. L\u2019esercito birmano si \u00e8 sempre sentito difensore della integrit\u00e0 territoriale del paese e l\u2019attuale Giunta ha vinto la guerra. Un dato che rende difficile i dissensi in seno ai militari. Tra i buddisti, infine, non mancano forse dirigenti anziani i quali ricordano che alle pagode non sono mancati finanziamenti governativi per il loro mantenimento.<\/p>\n<p>Vi sono poi i metodi classici e brutali di tutte le dittature: censura, arresti, uccisioni, squadre di picchiatori e schiere di informatori. La Giunta birmana li usa tutti e con una spietatezza\u2026\u2026asiatica. Giungono cos\u00ec dalla Birmania dati terribili in relazione a questo aspetto, sulla cui fondatezza numerica non si hanno elementi certi di valutazione, ma \u00e8 probabile che siano dell\u2019ordine di centinaia di morti e di arrestati. Il mondo internazionale \u00e8 quindi giustamente allarmato ed indignato. Ma quale influenza ha avuto in Birmania questo elemento e quale potr\u00e0 esso avere in futuro ?<\/p>\n<p><b>I rapporti economici internazionali<\/b><br \/>Generale \u00e8 la convinzione che solo la Cina e gli altri paesi confinanti della Birmania abbiano un potere di pressione sulla Giunta militare. E che gli interessi economici abbiano in questa questione un\u2019influenza determinante. Sappiamo che la Tailandia ha legami economici vitali con la Birmania. Dai dati del Fmi si rileva che il 34% delle importazioni birmane provengono dalla Cina, il 21,4% dalla Tailandia e il 15,8% da Singapore. Delle relazioni convenienti, dunque, per i vicini, ma con cifre d\u2019affari in definitiva minori, a meno che non si prenda in considerazione il potenziale futuro di un paese che ha una popolazione di 47 milioni di abitanti. Ma che attualmente sono poveri e consumano poco. Pi\u00f9 significativi sono i dati delle esportazioni birmane, 43% verso la Tailandia, 12% verso l\u2019India e 5,3% con la Cina. Si tratta di legna, pietre preziose e soprattutto gas e petrolio E in queste cifre rientra il 20% dell\u2019intero consumo di energia della Tailandia, gran parte di esso utilizzato nella stessa Bangkok. <\/p>\n<p>\u00c8 dunque comprensibile che la Tailandia sia impegnata in lavori di costruzione di dighe e altre strutture in Birmania. Seriamente interessati al gas ed al petrolio birmano sono anche India e Malesia. Ma \u00e8 soprattutto la Cina la pi\u00f9 presente nei lavori di sviluppo delle fonti di energia del paese.<\/p>\n<p><b>Il quadro internazionale<\/b><br \/>Mentre gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali applicavano alla Birmania pesanti sanzioni economiche, insistendo nella necessit\u00e0 di rispettare il risultato elettorale del 1990 vinto dal partito di Suu Kye, i paesi vicini hanno piuttosto approfittato dello spazio economico cos\u00ec lasciato a loro. Naturalmente, sia pure per ragioni e con modulazione diverse, i governi cinesi, indiani e tailandesi, ma anche altri, disapprovano i metodi del regime al potere a Rangoon. Quando nel 1997 essi accolsero la Birmania nell\u2019ambito dell\u2019Asean, la <i>Association of South-East Asian Nation<\/i>, in aggiunta a qualche calcolo cinico vi era anche il desiderio di favorire cambiamenti nel paese con una politica di \u201cconstructive engagement\u201d. Tentativo fallito, come del resto pochi risultati hanno avuto le sanzioni economiche.<\/p>\n<p>Realisticamente, dunque, le pressioni future sul governo birmano devono basarsi su un approccio multilaterale che coinvolga pi\u00f9 seriamente i paesi vicini. Questo comporter\u00e0 dei compromessi, visto che questi ultimi non vogliono comunque la caduta del regime al potere. E lo provano bloccando regolarmente il sistema delle Nazioni Unite, allorquando si tenta di  adottare in quella sede misure punitive nei confronti della Birmania.  Perch\u00e9 mai la Cina che garantisce la sopravvivenza anche di regimi paranoici come quello del Nord-Corea dovrebbe adoperarsi seriamente per cambiare una situazione dalla quale essa ricava solo vantaggi? Per stabilire un esempio che potrebbe un giorno essere copiato anche nel loro paese? Un altro tipo di Governo, poi, sarebbe pi\u00f9 vicino non solo alle idee politiche ma, fatalmente, anche agli interessi economici degli Stati Uniti e dell\u2019Europa. L\u2019India, infine, paese convintamente democratico, oltre agli aspetti economici tiene conto del fatto che il governo birmano ha certo legami stretti con la Cina, ma fa attenzione a non divenirne vassallo.<\/p>\n<p>Le sanzioni economiche, infine. In un epoca nella quale \u00e8 la globalizzazione a farla da padrone, questo strumento va rivisto, e non solo nel caso della Birmania. Se le sanzioni non possono essere adottate da tutti, si dovrebbe allora colpire solo interessi specifici dei gruppi dirigenti. Altrimenti l\u2019economia in generale del paese sanzionato si limita a dirottarsi altrove, evoluzione spesso non conveniente per i fini stessi che si vogliono raggiungere. In fondo la recente ribellione popolare ha provato che quando il regime birmano cadr\u00e0, ci\u00f2 avverr\u00e0 perch\u00e9 l\u2019economia del paese \u00e8 molto cambiata e le comunicazioni con il resto del mondo saranno divenute ancora pi\u00f9 intense.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I generali birmani sembrano aver superato un\u2019altra rivolta popolare. Essi potranno cos\u00ec proseguire con il progetto di risolvere il problema dell\u2019isolamento internazionale adottando la nuova \u201ccostituzione disciplinata\u201d, una relativa democratizzazione con tempi indefiniti che garantisce loro un lungo periodo di controllo formale o sostanziale del potere. 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