{"id":6300,"date":"2007-10-10T00:00:00","date_gmt":"2007-10-09T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lopportunita-di-un-piano-di-intervento-militare-umanitario\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:18","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:18","slug":"lopportunita-di-un-piano-di-intervento-militare-umanitario","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/10\/lopportunita-di-un-piano-di-intervento-militare-umanitario\/","title":{"rendered":"L\u2019opportunit\u00e0 di un piano di intervento militare umanitario"},"content":{"rendered":"<p>La guerra civile in Darfur ha causato uno dei pi\u00f9 gravi disastri umanitari dalla fine della Guerra Fredda. Il conflitto ha avuto inizio nel 2003 con una serie di attacchi da parte di ribelli dell\u2019esercito di liberazione del Sudan contro installazioni militari governative nella Regione. Il governo sudanese ha risposto con una campagna di contro-guerriglia, in cui forze armate regolari e milizie arabe (i janjaweed) hanno indiscriminatamente attaccato centinaia di villaggi nel Darfur, seguendo una strategia che il governo aveva in precedenza adottato con successo per reprimere ribellioni nel sud del paese e nello stesso Darfur. Le milizie arabe, da parte loro, hanno accettato con entusiasmo la \u201clicenza\u201d offerta loro da Khartoum di saccheggio, stupro e omicidio ai danni delle comunit\u00e0 africane, loro rivali storici. Le conseguenze sono state raccapriccianti: oltre due milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni per cercare rifugio in altre aree del Darfur o in Ciad, e almeno 250.000 hanno perso la vita direttamente in seguito a violenza  o a causa di malnutrizione e malattie  accentuate dal conflitto.<\/p>\n<p><b>Debolezza dell\u2019azione diplomatica<\/b><br \/>Gli sforzi della comunit\u00e0 internazionale di trovare una soluzione diplomatica al conflitto non hanno avuto successo; allo stesso tempo, il contingente di pace dell\u2019Unione africana, dispiegato nella regione dal 2004, si \u00e8 dimostrato incapace di avere un impatto significativo sulle sorti del conflitto, date le sue dimensioni ridotte (attualmente 7.000 soldati) e un mandato limitato. Nel luglio del 2007, il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato il dispiegamento di una forza ibrida dell&#8217;Unione Africana e dell&#8217;Onu decisamente pi\u00f9 \u201crobusta\u201d (26.000 soldati), col mandato di proteggere civili in Darfur e facilitare la distribuzione di aiuti umanitari. Successivamente, nel mese di settembre il Consiglio di sicurezza ha approvato una missione congiunta  dell&#8217;Ue  e dell&#8217;Onu (circa 3.300 truppe) con un mandato analogo da espletare nelle zone del Ciad e della Repubblica Centrafricana al confine col Darfur.<\/p>\n<p> Per pure ragioni logistiche, dispiegare una forza di pace di queste dimensioni in una area remota come il Darfur potrebbe richiedere diversi mesi. In aggiunta, forti incognite rimangono circa la possibilit\u00e0 che la forza internazionale riesca a ottenere le risorse necessarie (sia in termini di truppe ben addestrate sia di equipaggiamento e veicoli) per raggiungere piena operativit\u00e0, data l&#8217;insistenza di Khartoum che il contingente mantenga un carattere \u201cprincipalmente africano\u201d. \u00c8 evidente, tuttavia, che un forte supporto logistico e la messa a disposizione di una forza di reazione rapida da parte di paesi occidentali saranno indispensabili.<\/p>\n<p><b>Tre obiettivi per la \u201cforza di pace\u201d<\/b><br \/> \u00c8 comunque importante chiedersi che cosa sia lecito attendersi dalla forza internazionale, se e quando questa raggiunger\u00e0 piena capacit\u00e0 operativa. \u00c8 irrealistico pensare che la forza internazionale sia in grado di pacificare l\u2019intera regione. Storicamente, l\u2019esecuzione di missioni di <i>peace-enforcement<\/i> in contesti caratterizzati da un alto livello di instabilit\u00e0 e violenza (come \u00e8 il caso del Darfur oggi) ha richiesto il dispiegamento di almeno 10 (e in molti casi 20) soldati per ogni migliaio di abitanti. Data la popolazione del Darfur di circa 6 milioni, sarebbero dunque necessari almeno 60.000 soldati  per \u201cimporre\u201d la pace, il doppio di quelli promessi dalla comunit\u00e0 internazionale. La  forza internazionale farebbe meglio ad adottare un piano meno ambizioso, centrato su tre obiettivi: <br \/>&#8211;\tla protezione dei campi profughi in Darfur e in Ciad;<br \/>&#8211;\tla prevenzione della militarizzazione dei campi;<br \/>&#8211;\tla protezione dei convogli umanitari nella regione.<\/p>\n<p> La protezione dei campi \u00e8 cruciale perch\u00e9 questi ospitano oltre un terzo della popolazione della Regione, che tuttavia continua a essere attaccata dai <i>janjaweed<\/i>. La superiorit\u00e0 in termini di mobilit\u00e0 e potenza di fuoco della forza internazionale rispetto alle milizie arabe dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare la maggior parte dei loro attacchi. \u00c8 comunque necessario che il contingente internazionale sia pronto a difendere i campi e dimostri chiaramente la volont\u00e0 di usare la forza necessaria nei casi in cui la deterrenza non funzioni e i <i>janjaweed<\/i> decidano di attaccare.<\/p>\n<p>Tuttavia, la protezione dei campi non accompagnata da sistematici sforzi per mantenerne il carattere civile, rischia di essere estremamente controproducente. I ribelli, infatti, avrebbero un forte incentivo ad usare i campi, sotto protezione internazionale e con accesso facilitato a risorse essenziali quali cibo e medicine, come basi per continuare la loro guerra contro  le forze governative. Se i campi divenissero basi ribelli, Khartoum avrebbe un incentivo ad attaccarli direttamente, complicando cos\u00ec enormemente l\u2019obiettivo della loro protezione. Una dinamica simile si \u00e8 verificata nel conflitto in Bosnia, durante il quale i Serbo-Bosniaci continuarono ad attaccare le citt\u00e0 protette dal contingente Onu perch\u00e9 quest\u2019ultimo non aveva rispettato l\u2019impegno di impedire attivit\u00e0 della guerriglia bosniaco-musulmana in queste aree. Inoltre, il controllo dei campi profughi in Ciad da parte dei ribelli del Darfur rischierebbe di provocare una vera e propria guerra tra Ciad e Sudan, cos\u00ed come nel 1996 la presenza in Congo di basi di ribelli \u201cmimetizzate\u201d nei campi rifugiati Hutu del Ruanda, provoc\u00f2 un\u2019invasione da parte del Ruanda, dando il via a una guerra che cost\u00f2 la vita a tre milioni di persone. Se i campi profughi rimangono demilitarizzati, \u00e8 improbabile che Khartoum si opponga violentemente al contingente internazionale. Infatti, il governo sudanese non sembra interessato allo sterminio della popolazione africana del Darfur come fine a se stesso, ma piuttosto ad eliminare la minaccia rappresentata dai ribelli, come illustrato dal fatto che la campagna di brutale e sistematica violenza del governo \u00e8 iniziata dopo l\u2019offensiva dei ribelli del 2003 e non prima. In aggiunta, se l\u2019obiettivo di Khartoum fosse stato l\u2019annientamento dell\u2019intera popolazione africana del Darfur, probabilmente avremmo assistito a un genocidio ad \u201calta velocit\u00e0\u201d, come quello in Ruanda nel 1994, dove la gran parte delle 800.000 vittime vennero uccise nelle prime tre settimane di violenza. Di conseguenza, \u00e8 improbabile che il governo sudanese attacchi i campi se il contingente internazionale ne impedisce l\u2019uso militare da parte dei ribelli.<\/p>\n<p><b>L\u2019obiettivo dei ribelli<\/b><br \/>D\u2019altra parte, i ribelli potrebbero opporsi agli sforzi internazionali di prevenire la militarizzazione dei campi, ma la forza di pace ha verosimilmente un numero di truppe sufficiente per far fronte a questa opposizione. \u00c8 comunque tutt\u2019altro che evidente che i ribelli abbiano interesse a lanciare una campagna sistematica di guerriglia contro il contingente internazionale. Un ritiro della forza internazionale causato da attacchi ribelli, infatti, implicherebbe una riduzione notevole del supporto internazionale nei loro confronti, che invece i ribelli probabilmente vedono come essenziale per raggiungere i loro obiettivi, in una contesa contro un nemico militarmente superiore. Questo, tuttavia, non significa che non si verificher\u00e0 alcun attacco ribelle contro la forza internazionale (come quello di settembre di una fazione africana contro truppe dell\u2019Unione africana), perch\u00e9 negli ultimi due anni i gruppi ribelli si sono notevolmente frammentati, e alcune fazioni a questo punto sono pi\u00f9 simili a banditi che a organizzazioni militari disciplinate. In aggiunta, alcune fazioni ribelli, mosse da una \u201clogica di saccheggio\u201d potrebbero attaccare con pi\u00f9 frequenza i convogli umanitari, viste le ridotte possibilit\u00e0 di \u201cestorcere\u201d risorse dai campi profughi sotto controllo internazionale. Di qui \u00e8 evidente la necessit\u00e0 della protezione dei flussi umanitari, la terza componente del piano proposto.<\/p>\n<p>Come detto, l\u2019intervento discusso non ha l\u2019obiettivo di far terminare tutta la violenza al di fuori dei campi profughi n\u00e9  di imporre una soluzione di lungo periodo al conflitto. Una pace duratura richieder\u00e0 o una vittoria militare da parte di uno dei belligeranti (cosa che inevitabilmente causerebbe molte altre vittime civili) o un accordo di pace tra tutti i principali attori locali. Se, e solo se, un accordo di pace comprensivo verr\u00e0 raggiunto, con una conseguente notevole riduzione della violenza, la forza internazionale potr\u00e0 avere un ruolo essenziale di mantenimento della pace in tutto il territorio del Darfur. Un\u2019analisi delle difficolt\u00e0 da superare per raggiungere un tale accordo \u00e8 al di l\u00e0 degli obiettivi di questo articolo, ma \u00e8 importante sottolineare che rinnovate vigorose pressioni internazionali saranno necessarie per spingere Khartoum a fare concessioni, visto che l\u2019intervento proposto avrebbe l\u2019effetto di indebolire militarmente i ribelli, riducendo cos\u00ec gli incentivi del governo sudanese a scendere a compromessi.<\/p>\n<p>In conclusione, l\u2019intervento avrebbe l\u2019importante effetto di ridurre le sofferenze di una parte significativa della popolazione del Darfur, mentre la diplomazia fa il suo corso, sempre che il contingente internazionale riceva le risorse necessarie e sia disposto ad accettare rischi inevitabili in un ambiente di guerra.<\/p>\n<p>.\t<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra civile in Darfur ha causato uno dei pi\u00f9 gravi disastri umanitari dalla fine della Guerra Fredda. 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