{"id":63929,"date":"2008-07-29T10:16:03","date_gmt":"2008-07-29T08:16:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=63929"},"modified":"2017-11-03T15:40:33","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:33","slug":"il-paradosso-britannico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/07\/il-paradosso-britannico\/","title":{"rendered":"Il paradosso britannico"},"content":{"rendered":"<p>In Gran Bretagna, i leader politici e i commentatori, quasi senza eccezione, preferirebbero archiviare il lungo e penoso dibattito sulla struttura istituzionale dell\u2019Ue per potersi concentrare sulle politiche e i risultati concreti. La Dichiarazione di Laeken, da cui scatur\u00ec la proposta di un trattato costituzionale, proponeva &#8211; saggiamente secondo molti osservatori britannici &#8211; di semplificare i trattati, rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali, forse anche trasferire nuovamente poteri regolatori su questioni specifiche da Bruxelles ai governi nazionali e regionali. Ad impadronirsi della Convenzione Ue furono invece i \u201ccrociati della causa\u201d, che spinsero per portare a compimento la visione originaria di una federazione europea con poteri sempre maggiori concentrati a Bruxelles e si adoperarono per difendere le prerogative del Parlamento europeo e della Commissione contro la proposta di rafforzare il ruolo dei parlamenti nazionali, senza curarsi del problema del consenso popolare. Il trattato che produssero era illeggibile e con molta probabilit\u00e0 sarebbe stato respinto da qualsiasi elettorato nazionale all\u2019interno dell\u2019Ue, non solo da quelli di Francia e Olanda. <\/p>\n<p>Europeismo pragmatico<br \/>\nIl Parlamento britannico ha ratificato il Trattato di Lisbona, di fronte ad un\u2019opposizione conservatrice profondamente ambivalente, nella speranza che questo avrebbe posto fine al ciclo di negoziati istituzionali che hanno assorbito l\u2019attenzione dei membri Ue negli ultimi 25 anni (dall\u2019Atto unico europeo, passando attraverso i Trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza) e avrebbe permesso di concentrarsi invece sull\u2019attuazione di politiche comuni efficaci &#8211; ma hanno dovuto subire il \u201cno\u201d del referendum irlandese, e di conseguenza un nuovo prolungamento del dibattito sulla riforma istituzionale.<\/p>\n<p>I toni negativi del dibattito pubblico britannico sull\u2019integrazione istituzionale europea contrastano nettamente con l\u2019attitudine a cooperare che si riscontra quotidianamente sia nella politica di governo che, pi\u00f9 in generale, nella vita sociale ed economica. Il Regno Unito ha formalmente deciso di non partecipare al sistema Schengen delle frontiere aperte; ma la polizia britannica e i funzionari doganali giocano un ruolo attivo e costruttivo in vari settori della gestione dei confini, del contro-terrorismo, della cooperazione giudiziaria e del crimine transnazionale, nei quali il governo britannico ha silenziosamente deciso di rientrare. <\/p>\n<p>Il Parlamento e la stampa menzionano raramente la Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd); eppure nel 2007 il capo dello staff militare dell\u2019Ue e il direttore esecutivo dell\u2019Agenzia europea di difesa, cos\u00ec come il capo del Segretariato dell\u2019Alto rappresentante per la politica estera europea Javier Solana, erano britannici, mentre truppe britanniche hanno contribuito a diverse operazioni Pesd e allo sviluppo di battlegroups (i>transnazionali dell\u2019Ue. I ministri e i funzionari britannici sono attivamente impegnati a Bruxelles su temi come il cambiamento climatico, le relazioni esterne, la regolazione del sistema finanziaria e la salute pubblica. Le ambasciate britanniche in molti Stati extra-europei condividono le strutture con altri Stati membri dell\u2019Ue, soprattutto con i tedeschi.<\/p>\n<p>L\u2019amministrazione britannica ha aperto le porte ai cittadini degli altri Stati dell\u2019Ue ad un livello che sarebbe impensabile a Parigi, Berlino o Roma. Le universit\u00e0 britanniche attraggono e assumono professori, cos\u00ec come un gran numero di studenti, da tutta Europa e oltre, in contrasto con la netta preferenza per l\u2019assunzione di connazionali ancora praticata in gran parte del continente. Le banche spagnole, le compagnie energetiche francesi e tedesche giocano un ruolo importante in Gran Bretagna, anche quando i loro governi in realt\u00e0 escludono gli investimenti britannici in settori analoghi delle loro economie. Londra \u00e8 oggi una citt\u00e0 non meno europea che globale, con consistenti comunit\u00e0 francesi, olandesi, svedesi e di altre nazioni europee; durante la campagna elettorale Nicholas Sarkozy ha tenuto un discorso ad alcuni dei 300.000 abitanti francesi di Londra, nel quale ha promesso loro di costruire una Francia nella quale avrebbero avuto voglia di tornare. I cittadini britannici, si sono invece sparsi per tutta l\u2019Ue; probabilmente 5 milioni di britannici, la maggior parte dei quali in pensione, vivono per tutto l\u2019anno, o per gran parte dell\u2019anno, in Francia, Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e a Cipro.<\/p>\n<p>Pregiudizio anti-europeo<br \/>\nDue elementi molto diversi scoraggiano il dibattito sull\u2019integrazione europea in Gran Bretagna: l\u2019atteggiamento sistematicamente negativo della stampa riguardo a tutto ci\u00f2 che \u00e8 europeo e la disillusione della classe politica per quello che essa percepisce come un vacuo sforzo di altri governi di promuovere continue riforme istituzionali. Laddove molti di essi non riescono in realt\u00e0 neppure a rispettare gli impegni esistenti verso le politiche comuni. Il pregiudizio anti-europeo dei giornali in mano a Murdoch \u2013 il Times e il Sun &#8211; e del Daily Mail, il quotidiano britannico politicamente pi\u00f9 influente, ha dettato i termini del dibattito interno sin da quando Margaret Thatcher era primo ministro. <\/p>\n<p>Uno dei pi\u00f9 grandi insuccessi di Tony Blair come primo ministro \u00e8 stata la sua riluttanza a sfidare la stampa di Murdoch: ha lasciato che in Gran Bretagna avessero corso incontrastate le interpretazioni malevole, ancorch\u00e9 scorrette, di ogni iniziativa positiva da lui intrapresa nel campo della cooperazione europea. Il Partito conservatore ha fatto propria questa visione anti-europea, lasciando che i propri portavoce di politica estera oscillassero tra il servilismo nei confronti di Washington e l\u2019accettazione della tesi secondo cui la cooperazione europea \u00e8 nell\u2019interesse della Gran Bretagna, ma solo a patto che siano evitati ulteriori cambiamenti istituzionali. <\/p>\n<p>Gordon Brown, come primo ministro, ha ben poco entusiasmo per i lunghi incontri europei, nei quali i primi ministri del Lussemburgo e della Slovenia &#8211; ad esempio \u2013 discettano sull\u2019economia globale o sulle politiche verso la Russia e la Turchia; preferisce gli incontri \u201cseri\u201d tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu o tra i paesi G8, ovvero con governi che possono fornire davvero soluzioni ai problemi globali.<\/p>\n<p>L\u2019insofferenza di Brown per i lunghi incontri Ue, nei quali troppi governi chiedono istituzioni pi\u00f9 forti ignorando quanto ancora devono fare, attraverso le loro amministrazioni nazionali, per attuare le politiche concordate, \u00e8 molto diffusa nella classe politica britannica. I capi di governo che chiedono una politica estera comune mentre coltivano relazioni bilaterali con la Russia o la Cina, i ministri degli esteri e della difesa che vorrebbero un esercito europeo mentre i loro bilanci per la difesa sono scesi molto al di sotto dei livelli britannici o francesi in proporzione al Pil, i ministri delle finanze che ignorano i termini del Patto di Stabilit\u00e0 e Crescita incorporato nel Trattato di Maastricht \u2013 tutti questi (italiani inclusi) appaiono profondamente ipocriti quando dichiarano il loro impegno per \u201cun\u2019Europa pi\u00f9 integrata\u201d. <\/p>\n<p>Un esempio illuminante della divergenza tra ambizioni centralizzatrici e capacit\u00e0 amministrative \u00e8 l\u2019introduzione nel Trattato costituzionale della politica della pesca nella lista delle \u201ccompetenze esclusive\u201d dell\u2019Unione; a fronte di ci\u00f2 diversi governi, in particolare quello francese e spagnolo, non riescono a ottenere dai propri pescatori il rispetto delle regole concordate, il che ha prodotto una riduzione costante delle risorse ittiche intorno alle isole britanniche e altrove. Quando i leader di Belgio e Lussemburgo invocano una \u201ccore Europe\u201d pi\u00f9 piccola non fanno che alimentare lo scetticismo britannico: vi si vede il desiderio di negare una partnership piena ai nuovi Stati membri dell\u2019Europa dell\u2019Est, con la speranza che in un ambito politico pi\u00f9 ristretto Stati, come appunto il Belgio o il Lussemburgo, possano avere un peso maggiore senza dover preoccuparsi di contribuire di pi\u00f9.<\/p>\n<p>In attesa di risposte concrete<br \/>\nNon c\u2019\u00e8 perci\u00f2 alcun entusiasmo, nel Regno Unito, per ulteriori esperimenti istituzionali. I politici britannici vorrebbero che si trovasse una soluzione all\u2019attuale impasse sull\u2019abborracciato Trattato di Lisbona, preferibilmente senza referendum in altri Stati membri. Molti sono disposti ad ammettere, sebbene non in pubblico, che tra cinque\u2013dieci anni la Ue potrebbe dover riaprire il capitolo delle riforme istituzionali, anche se magari senza dover rifare un negoziato complessivo sui trattati. Ma insistono sul fatto che i cambiamenti istituzionali dovrebbero venire dopo lo sviluppo delle politiche comuni, e non sostituirvisi. Si farebbero molti pi\u00f9 passi avanti nello sviluppo di una politica estera comune, per esempio, se i governi accettassero di rispettare in concreto le regole della cooperazione che hanno concordato in via di principio. Ed efficaci politiche comuni, a loro volta, darebbero pi\u00f9 forza agli argomenti in favore di un ulteriore rafforzamento istituzionale. <\/p>\n<p>Certamente, anche il dibattito britannico \u00e8 ipocrita. Sono passati dieci anni da quando Tony Blair ha promesso di portare la Gran Bretagna \u201cnel cuore dell\u2019Europa\u201d, ma il governo britannico continua a svolgere solo un ruolo secondario nel dibattito europeo sulle strategie e le priorit\u00e0 dell\u2019Ue. L\u2019unica seria iniziativa europea di Tony Blair \u00e8 stata quella per il lancio della Pesc intrapresa nel 1998 a St. Malo insieme al Presidente francese Chirac. La critica britannica alla vuota retorica dei leader politici degli altri Stati membri non \u00e8 stata sorretta da convincenti proposte alternative. Vi \u00e8 stata una tipica carenza di leadership in Gran Bretagna: i ministri hanno fatto ben poco per contrastare la sfiducia dell\u2019opinione pubblica e l\u2019ostilit\u00e0 della stampa. Ciononostante, la Gran Bretagna \u00e8 in campo, e contribuisce in pieno, per quanto le spetta, al bilancio comunitario e alle politiche comuni. Resta il fatto che, prima di accettare l\u2019idea di ulteriori cambiamenti istituzionali, i politici britannici impegnati nel dibattito sull\u2019Europa hanno bisogno che li si convinca che gli altri governi sono altrettanto impegnati ad attuare politiche che portino a risultati concreti.<\/p>\n<p>Lord William Wallace, gi\u00e0 ordinario alla London School of Economics, \u00e8 vicecapogruppo del partito Liberal Democratico alla Camera dei Lord di Londra.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Gran Bretagna, i leader politici e i commentatori, quasi senza eccezione, preferirebbero archiviare il lungo e penoso dibattito sulla struttura istituzionale dell\u2019Ue per potersi concentrare sulle politiche e i risultati concreti. 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