{"id":63998,"date":"2009-05-11T11:15:10","date_gmt":"2009-05-11T09:15:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=63998"},"modified":"2017-11-03T15:38:56","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:56","slug":"le-tigri-asiatiche-di-fronte-alla-crisi-economica-globale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/05\/le-tigri-asiatiche-di-fronte-alla-crisi-economica-globale\/","title":{"rendered":"Le tigri asiatiche di fronte alla crisi economica globale"},"content":{"rendered":"<p>Un paio di mesi fa alcuni economisti erano ancora fiduciosi che, nonostante il collasso del sistema finanziario globale e il conseguente crollo del commercio e degli investimenti internazionali, la recessione in gran parte dell\u2019Asia &#8211; in particolare Cina e India &#8211; sarebbe stata molto meno grave che altrove. Secondo questo quadro roseo, la regione se la sarebbe cavata meglio che durante la crisi finanziaria del 1997.<\/p>\n<p>Ora sappiamo che queste aspettative erano sbagliate, e che l\u2019Asia sta soffrendo oggi anche di pi\u00f9 che nel 1997. Il crollo economico della regione \u00e8 stato talmente veloce e spietato da scioccare anche i pessimisti. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede per il 2009 una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) in Asia di almeno il 2.5%, contro una crescita del 9% nel 2007 &#8211; laddove invece i dati del Fmi mostrano che anche durante il picco della crisi finanziaria del 1997 l\u2019Asia aveva continuato a crescere intorno al 3.7%! Smentiti gli ottimisti, occorre guardare al potenziale impatto di lungo termine della crisi.<\/p>\n<p><b>Il ripiegamento delle tigri asiatiche<\/b><br \/>\nUna caratteristica importante della crisi attuale \u00e8 che pi\u00f9 un paese esporta, pi\u00f9 \u00e8 vulnerabile. I paesi che hanno avuto pi\u00f9 successo, come Cina, Taiwan, Corea e Singapore sono infatti quelli in cui si registra il crollo pi\u00f9 grave delle esportazioni e delle importazioni, della produzione e degli investimenti industriali, come pure l\u2019aumento maggiore della disoccupazione.<\/p>\n<p>A febbraio le esportazioni della Corea sono crollate del 26% rispetto a un anno prima, mentre le importazioni sono precipitate del 40%. A Taiwan, un altro esempio di grande paese esportatore che ha adottato il modello della \u201cfabbrica globale\u201d, le esportazioni sono scese del 42% a gennaio rispetto allo stesso mese del 2008, e un calo analogo si era verificato gi\u00e0 a dicembre. E che dire della Cina, un paese, che, diventando la \u201cfabbrica globale\u201d per eccellenza, \u00e8 stata catapultata in pochi anni nel club esclusivo delle potenze economiche globali? I dati recenti sul commercio mostrano che le esportazioni cinesi hanno sofferto il crollo maggiore dell\u2019ultimo decennio &#8211; 7% a gennaio &#8211; , mentre le importazioni sono crollate quasi del 36%.<\/p>\n<p>A preoccupare il governo cinese \u00e8 soprattutto l\u2019aumento della disoccupazione fra i lavoratori migranti e i laureati. Il governo stima che 20 milioni di lavoratori migranti hanno perso il lavoro o non sono riusciti a trovare un impiego nel 2008, e che il quadro potrebbe peggiorare ulteriormente nel 2009. Secondo l\u2019Accademia cinese delle scienze sociali 7,8 milioni di laureati cercheranno lavoro nel 2009. Di questi fino al 40% &#8211; circa 3 milioni &#8211; non lo troveranno. Pieter Bottelier, un noto esperto di Cina, calcola che 48 milioni di cinesi potrebbero cercare lavoro quest\u2019anno mentre il numero dei nuovi posti di lavoro probabilmente sar\u00e0 inferiore ai 7 milioni.<\/p>\n<p><b>Un modello in crisi che va riformato<\/b><br \/>\nQuanto profonda e lunga sar\u00e0 la crisi asiatica? Se l\u2019economia mondiale, come probabile, impiegher\u00e0 anni e non mesi per riprendersi, saranno necessari profondi aggiustamenti nel modello di sviluppo asiatico basato sulle esportazioni.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso della Cina. Dal 1998 la sua dipendenza dal commercio internazionale \u00e8 raddoppiata: dal 30% del Pil al 60% nel 2008. Nello stesso periodo le esportazioni sono passate dal 16.5% al 33% del Pil. Per 30 anni un\u2019economia globale in rapida espansione ha determinato un boom delle esportazioni cinesi &#8211; dal 1982, la crescita del commercio internazionale \u00e8 stata in media quasi due volte quella del Pil globale. Quest\u2019anno invece sia il commercio che gli investimenti internazionali stanno andando a picco. Per affrontare questi cruciali problemi di natura esterna sono necessari aggiustamenti profondi.<\/p>\n<p>La questione fondamentale per l\u2019Asia \u00e8: i governi saranno capaci di fare della crisi un\u2019opportunit\u00e0 per il cambiamento? Per migliorare, le economie asiatiche, si dice, hanno bisogno di innovazione. E in effetti, senza un mutamento di strategia non sar\u00e0 possibile soddisfare i grandi bisogni della regione nel campo dell\u2019alimentazione, delle abitazioni, dei servizi sanitari, delle infrastrutture, n\u00e9 si potr\u00e0 contrastare il degrado ambientale.<\/p>\n<p>Pochi passi avanti sono stati fatti finora e l\u2019Asia non \u00e8 pronta a mobilitare risorse per la ripresa economica. Come quota del Pil , i programmi di incentivi annunciati in Asia sono decisamente pi\u00f9 ridotti di quelli degli Usa, del Giappone (6%) e della stessa Germania (3%), con due eccezioni: Singapore (3,2%) e la Cina (7,1%). Ci\u00f2 che distingue la Cina dai suoi vicini asiatici \u00e8 il fatto che ha un basso livello di indebitamento netto e grandi riserve e dispone quindi di ampie risorse per continuare a sostenere l\u2019economia.<\/p>\n<p>Tuttavia, anche in Cina vi sono notevoli ostacoli a una rapida ripresa. Ad esempio, il crollo della domanda globale e la capacit\u00e0 produttiva in eccesso possono portare alla deflazione e a una riduzione dei salari. Quest\u2019ultimo fattore deprimer\u00e0 i consumi e porter\u00e0 anche alla svalutazione del tasso di cambio reale rispetto a quei paesi che hanno un mercato del lavoro meno flessibile, compresi gli Usa. Tutto ci\u00f2 probabilmente spinger\u00e0 ancor pi\u00f9 verso politiche protezionistiche. Uno scenario da far tremare le vene ai polsi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un paio di mesi fa alcuni economisti erano ancora fiduciosi che, nonostante il collasso del sistema finanziario globale e il conseguente crollo del commercio e degli investimenti internazionali, la recessione in gran parte dell\u2019Asia &#8211; in particolare Cina e India &#8211; sarebbe stata molto meno grave che altrove. 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