{"id":64026,"date":"2009-02-09T11:42:04","date_gmt":"2009-02-09T10:42:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64026"},"modified":"2017-11-03T15:39:09","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:09","slug":"la-crisi-del-gas-e-la-cortina-di-freddo-dei-balcani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/02\/la-crisi-del-gas-e-la-cortina-di-freddo-dei-balcani\/","title":{"rendered":"La crisi del gas e la cortina di freddo dei Balcani"},"content":{"rendered":"<p>Il 2009 si \u00e8 subito presentato come un <i>annus horribilis <\/i>per i Balcani e non solo per l&#8217;aggravarsi della crisi economica globale. La guerra del gas tra Russia e Ucraina ha in pochi giorni posto i paesi dell&#8217;area balcanica \u2013 in particolare Bosnia, Croazia, Bulgaria e Serbia \u2013 in una situazione di grave emergenza, mettendone in risalto la forte dipendenza energetica da Mosca.<\/p>\n<p>La maggior parte di questi paesi dipende massicciamente dal gas russo non potendo beneficiare ad oggi di fonti di approvvigionamento alternative. L&#8217;interruzione delle forniture di gas attraverso l&#8217;Ucraina, su cui transita l&#8217;80% del gas russo verso l&#8217;Europa, ha lasciato al freddo molte famiglie e costretto all\u2019inattivit\u00e0 numerose industrie locali.<\/p>\n<p><b>I Balcani sotto schiaffo <\/b><br \/>\nLa crisi del gas tra Mosca e Kiev \u00e8 esplosa nel pieno di uno dei pi\u00f9 rigidi inverni degli ultimi anni, colpendo indistintamente famiglie e imprese. I pi\u00f9 danneggiati sono stati i 4,5 milioni di abitanti della Bosnia-Erzegovina. Il ministro degli Affari esteri bosniaco, Sven Alkalaj, li ha definiti &#8220;ostaggi&#8221; della disputa russo-ucraina. Ogni anno la Bosnia deve far fronte a un fabbisogno energetico di 350 milioni di metri cubi di gas naturale, quasi interamente importati dalla Russia attraverso l&#8217;Ucraina. La progressiva riduzione delle forniture, da un iniziale calo del 25% fino al blocco totale, ha messo rapidamente in ginocchio il paese. Una realt\u00e0 resa ancor pi\u00f9 drammatica dalla mancanza di riserve. Risultato: pi\u00f9 di 100.000 famiglie senza riscaldamento e i sistemi industriali delle zone di Sarajevo e Zvornik ridotti all&#8217;inattivit\u00e0 parziale o completa. La Birac, la pi\u00f9 importante industria siderurgica e primo consumatore di energia del Paese, ha dovuto interrompere completamente la produzione di alluminio con rischi reali di danneggiamento degli impianti.<\/p>\n<p>La vicina Serbia ha subito conseguenze meno drammatiche, ma ugualmente allarmanti. Nella provincia autonoma della Vojvodina l&#8217;approvvigionamento fornito da tre centrali idroelettriche alla citt\u00e0 di Novi Sad \u00e8 stato bruscamente interrotto. Con una insufficiente produzione interna di un milione di metri cubi al giorno e la pressocch\u00e9 totale mancanza di riserve, il governo di Belgrado \u00e8 riuscito, tuttavia, ad assicurarsi circa 5 milioni di metri cubi di gas al giorno grazie ad accordi di emergenza stipulati con la vicina Ungheria e con la Germania, che gli hanno anche consentito di aiutare la Bosnia. Nonostante ci\u00f2, 80.000 famiglie sono rimaste senza riscaldamento e importanti impianti produttivi del Paese si sono dovuti fermare. Secondo l&#8217;Unione dei datori di lavoro serbi (Ups), i danni all&#8217;intero sistema economico nazionale ammonterebbero a circa mezzo miliardo di euro.<\/p>\n<p>Anche la Romania, dotata di maggiori riserve degli altri paesi dell\u2019area, ha decretato lo stato di emergenza a seguito della totale interruzione delle forniture. Bucarest importa annualmente dalla Russia il 40% del suo fabbisogno di gas, per un ammontare compreso tra i 3 e 3,5 miliardi di metri cubi. Stessa situazione in Bulgaria, costretta a ridurre di un terzo la fornitura di gas alle imprese e ad adottare un piano di emergenza per assicurare l&#8217;approvvigionamento energetico innanzitutto alle scuole, agli ospedali, agli uffici pubblici, alle utenze domestiche e agli impianti dotati di un ciclo produttivo continuo. La Bulgaria non possiede vie alternative per assicurarsi il gas naturale necessario e dispone solo di limitare riserve locali.<\/p>\n<p>Infine, a seguito dell\u2019interruzione totale delle forniture, la Croazia, che importa il 60% del proprio fabbisogno energetico dalla Russia, ha dovuto ridurre le forniture ai grandi gruppi industriali per salvaguardare quelle ai privati.<\/p>\n<p><b>La guerra dei gasdotti<\/b><br \/>\nA esattamente tre anni di distanza dall&#8217;ultima grave crisi energetica, che provoc\u00f2 il taglio delle forniture di gas naturale dalla Russia all\u2019Ucraina nei primi quattro giorni del gennaio 2006, l&#8217;Europa non ha posto in essere iniziative rilevanti per ridurre la propria dipendenza energetica dalla Russia. Sembra, tuttavia, che quest&#8217;ultima interruzione possa aver dato nuova linfa al progetto di costruzione del gasdotto \u201cNabucco\u201d che, attraverso la Turchia e i Balcani, porter\u00e0 gas non russo dall&#8217;Asia centrale direttamente in Europa occidentale. Il progetto infrastrutturale, fortemente sostenuto da Ue e Usa, prevede un gasdotto di 3.300 km da 30 miliardi di metri cubi l&#8217;anno che, partendo dalla regione del Caspio, attraverser\u00e0 Turchia, Bulgaria, Romania e Ungheria fino a un hub distributivo in Austria.<\/p>\n<p>Rappresentanti dell\u2019Ue e dei paesi dell&#8217;Asia centrale si sono incontrati lo scorso 27 gennaio a Budapest con l&#8217;obiettivo di individuare nuove risorse a sostegno del progetto (che ha un costo stimato intorno agli 8 miliardi di euro), ma anche per superare le difficolt\u00e0 negoziali che ne hanno rallentato fino ad oggi la realizzazione. Un primo scoglio \u00e8 la posizione di Ankara che, oltre a richiedere la facolt\u00e0 di trattenere il 15% del gas transitante sul proprio territorio, collega il proprio sostegno al progetto Nabucco all\u2019evoluzione dei negoziati di adesione all&#8217;Ue.<\/p>\n<p>Il secondo ostacolo \u00e8 rappresentato dal \u201cSouth Stream\u201d, un progetto rivale, frutto dell&#8217;accordo tra l&#8217;italiana Eni e la russa Gazprom, che prevede la realizzazione di un gasdotto di 900 km che, attraverso il territorio bulgaro e il Mar Nero, porter\u00e0 il gas russo sui mercati dell&#8217;Europa meridionale grazie ad un hub distributivo previsto in Serbia, tradizionalmente vicina alle posizioni di Mosca. La Bulgaria assume, dunque, una posizione strategica, essendo al centro dei due grandi progetti infrastrutturali, anche se, ad oggi, la firma di importanti accordi con Mosca per la realizzazione di un oleodotto e di un impianto nucleare sul proprio territorio sembra indebolire il progetto Nabucco.<\/p>\n<p><b>La Russia arbitro del futuro dei Balcani?<\/b><br \/>\nIn conclusione, la crisi del gas tra Russia e Ucraina ha nuovamente colto alla sprovvista l&#8217;Unione europea, mettendone in luce la lentezza nel portare avanti efficaci strategie di diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, in grado sia di ridurre la dipendenza dal gas russo che di sottrarre all\u2019influenza di Mosca i paesi a cui l\u2019Ue ha offerto la prospettiva dell\u2019adesione. I recenti avvenimenti hanno evidenziato quanto i paesi balcanici siano esposti alle crisi energetiche a causa della dipendenza dal gas in transito dall&#8217;Ucraina e dalla mancanza di riserve interne. Le economie dell&#8217;area hanno subito ingenti perdite e, in mancanza di una chiara politica energetica dell\u2019Ue, lo stesso processo di stabilizzazione e associazione, che dovrebbe guidare le economie dei Paesi balcanici verso l&#8217;Europa, rischia di dipendere dalle mosse della Russia. La quale si \u00e8 dimostrata capace di utilizzare strategicamente lo strumento energetico per frenare l\u2019erosione della propria influenza in un\u2019area in cui le sue politiche sono di fatto in competizione con quelle sia dell\u2019Ue sia della Nato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 2009 si \u00e8 subito presentato come un annus horribilis per i Balcani e non solo per l&#8217;aggravarsi della crisi economica globale. 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