{"id":64160,"date":"2008-07-02T13:07:27","date_gmt":"2008-07-02T11:07:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64160"},"modified":"2017-11-03T15:40:39","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:39","slug":"le-basi-militari-in-italia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/07\/le-basi-militari-in-italia\/","title":{"rendered":"Le basi militari in Italia"},"content":{"rendered":"<p>Meno basi in Europa occidentale, ma pi\u00f9 grandi e confortevoli per poter essere una valida retroguardia alle basi ancora troppo scomode e insicure per gli standard americani nei vicini fronti caldi del Caucaso, del Golfo e dell&#8217;Africa. \u00c8 una delle esigenze delle forze armate statunitensi in Europa. Il problema \u00e8 che gli accordi con i paesi europei sono rimasti quelli della guerra fredda, fondati essenzialmente sull&#8217;Alleanza atlantica, che per\u00f2 al momento non \u00e8 pi\u00f9 centrale nell&#8217;operato delle forze armate americane. Urge quindi ridefinire il legame militare tra Paesi europei e Stati Uniti anche alla luce dell&#8217;evoluzione dei rapporti con la Russia, oltre che dell&#8217;evolversi delle crisi nel Grande Medio Oriente e in Africa.<\/p>\n<p><b>I due assi operativi delle basi militari in Italia <\/b><br \/>\nDi questo dibattito non c&#8217;\u00e8 quasi traccia in Italia. Da noi si discute poco, se non nei centri specializzati, su come far evolvere il sistema militare a livello individuale e nell&#8217;ambito delle alleanze e di come meglio far valere i nostri <i>assets <\/i>a livello internazionale. Il livello della discussione sembra ancorato a due questioni di fondo: il numero della basi americane in Italia e addirittura la presunta extraterritorialit\u00e0 di dette basi. Non si \u00e8 quindi mai sviluppata una reale discussione sul loro utilizzo ai fini dell&#8217;interesse nazionale.<\/p>\n<p>Nel 1999 in un articolo di <i>Limes<\/i>, la rivista italiana di geopolitica, ho avuto la possibilit\u00e0 di pubblicare il contenuto di tre articoli dell&#8217;accordo segreto del 1954, il Bia (Accordo bilaterale sulle infrastrutture) in cui \u00e8 specificato che:<br \/>\n&#8211; gli Usa non possono servirsi delle basi a scopi bellici se non a seguito di accordi Nato o con il governo italiano;<br \/>\n&#8211; le installazioni sono poste sotto comando italiano e i comandi Usa detengono il controllo militare su equipaggiamento e operazioni;<br \/>\n&#8211; le strutture costruite con fondi Usa su terreni italiani diventano propriet\u00e0 italiana.<\/p>\n<p>Ho avuto poi modo di verificare questa situazione nel corso di un viaggio iniziato nel 2007 nelle principali basi americane in Italia e di cui viene dato conto in una apposita rubrica di <a href=\"http:\/\/www.limesonline.com\/\" target=\"blank\"><b><u>limesonline<\/u><\/b><\/a>, il sito di Limes. Oggi sono sei le principali basi americane in Italia, dopo la chiusura della base nell&#8217;arcipelago della Maddalena in Sardegna, e formano due assi operativi. Il primo \u00e8 quello settentrionale e collega la base dell&#8217;aeronautica di Aviano con quelle dell&#8217;esercito di Camp Ederle (paracadutisti) a Vicenza e di Camp Derby (uno dei pi\u00f9 importanti depositi di munizioni Usa in Europa) a Livorno. L&#8217;altro asse invece \u00e8 delle marina Usa che pu\u00f2 contare sulla base di Napoli (dove c&#8217;\u00e8 anche il quartier generale della Nato), sulla base aeronavale di Sigonella in Sicilia e a Gaeta sulla nave comando della VI flotta.<\/p>\n<p>La presenza delle forze armate Usa in Italia \u00e8 cambiato nel tempo, ma gli allegati dell&#8217;accordo del 1954 sono rimasti segreti. Oggi molti elenchi di basi americane che circolano comprendono basi dove la presenza americana c&#8217;\u00e8 stata solo in passato. Un&#8217;altra e pi\u00f9 importante fonte di equivoci \u00e8 la confusione tra basi e installazioni. Ogni base si compone di pi\u00f9 installazioni. Il Base Structure Report 2007, il rapporto del sottosegretario alla Difesa Usa che ogni anno elenca la presenza delle truppe e dei mezzi militari americani nel mondo, conta 49 installazioni (pi\u00f9 40 siti minori) in Italia (La Maddalena compresa). Ma, per fare un esempio, la base di Vicenza consiste di sei installazioni, oltre alla base operativa, depositi di munizioni, la vecchia zona di lancio dei missili, il villaggio delle famiglie dei militari e il deposito degli autoveicoli.<\/p>\n<p>\u00c8 bene poi considerare che l&#8217;estensione totale di tutte le installazioni militari Usa in Italia \u00e8 pari a un diciottesimo dell&#8217;estensione di quelle in Germania, e a un quattordicesimo di quelle in Giappone. Chi vuole quindi mettere in rilievo una spropositata presenza americana elenca ben 89 basi citando il documento americano. Ma basta una lettura del documento, guardare le estensioni e il numero dei militari americani per capire che la presenza Usa si concentra essenzialmente nelle sei basi principali.<\/p>\n<p><b>Arsenali nucleari?<\/b><br \/>\nA queste basi bisogna per\u00f2 aggiungere il distaccamento militare americano nella base dell&#8217;aeronautica italiana di Ghedi. Non c&#8217;\u00e8 conferma ufficiale, ma avrebbe in custodia alcune bombe nucleari B61, presenti anche ad Aviano, come ripetutamente riportato in studi non ufficiali soprattutto americani. Si tratta di un&#8217;eredit\u00e0 della guerra fredda e sono conservate in speciali depositi. Se ad Aviano per\u00f2 gli americani potrebbero disporre sia delle bombe sia degli aerei (anche se ci sono molti dubbi sull\u2019effettivo ruolo nucleare degli aerei di stanza in quella base), ma il governo italiano potrebbe opporsi a un loro utilizzo, quelle di Ghedi, nel caso fossero effettivamente presenti nella base, dovrebbero poter essere lanciate dagli aerei italiani Tornado, perch\u00e9 non ci sono aerei americani normalmente presenti in quella base. La presunta esistenza di bombe nucleari a Ghedi rappresenta l&#8217;eredit\u00e0 di quella porzione dell&#8217;arsenale nucleare che gli americani avevano condiviso con gli alleati. Nel caso della Germania e dell&#8217;Italia, aveva anche lo scopo di impedire che questi paesi si volessero dotare autonomamente dell&#8217;arma nucleare. Un&#8217;altra parte per\u00f2 dell&#8217;arsenale nucleare americano in Europa era saldamente ed esclusivamente nelle mani delle forze armate Usa.<\/p>\n<p>Infatti la presenza militare americana in Europa ha da sempre una doppia connotazione. Le truppe Usa sono presenti sulla base di accordi bilaterali con i paesi ospitanti conclusi nell\u2019ambito degli accordi multilaterali dell&#8217;Alleanza Atlantica.<\/p>\n<p>\u00c8 importante poi sfatare un altro mito sulla differenza tra basi italiane, basi Nato e basi Usa nel nostro paese. L&#8217;Alleanza atlantica non dispone di basi proprie, se non per quello che riguarda i quartier generali (in Italia \u00e8 rimasto solo quello di Napoli), una serie di installazioni (antenne, radar e cos\u00ec via) e alcune istituzioni particolari come il Nato Defense College a Roma. Per le proprie attivit\u00e0 operative utilizza le basi militari (oltre che le truppe e i mezzi) dei Paesi membri, che le mettono a disposizione della Nato. Non c&#8217;\u00e8 quindi un numero definito. In teoria tutte le basi militari italiane potrebbero essere messe a disposizione dell&#8217;Alleanza e quindi essere considerate basi Nato. Ad esempio durante la guerra del Kosovo furono ben 12 le basi italiane messe a disposizione della forze Nato che usarono il nostro paese come base di partenza per gli attacchi aerei contro la Serbia.<\/p>\n<p>Sul piano giuridico la presenza americana \u00e8 regolata dal Trattato del Nord-Atlantico, firmato il 4 aprile 1949, dal Trattato di Londra del 1951 (il cosiddetto Sofa, riguardante lo status delle forze militari dei paesi Nato), e dagli accordi bilaterali Usa-Italia del 1950 e del 1952. L&#8217;accordo che elenca le basi \u00e8 il citato Bia del 1954, mai ratificato dal Parlamento italiano perch\u00e9 si disse che era un accordo tecnico in applicazione agli accordi atlantici gi\u00e0 ratificati. Il Bia poi \u00e8 stato pi\u00f9 volte integrato da successivi allegati tecnici, riguardanti le modifiche intervenute in alcune basi, l&#8217;apertura di altre e cos\u00ec via, dando vita a un sistema molto complesso e confuso. Per mettere ordine fu approvato nel 1995 un Memorandum d&#8217;Intesa, un accordo quadro &#8211; poi reso pubblico dal governo D&#8217;Alema nel 1999 dopo la tragedia del Cermis &#8211; per uniformare la redazione degli accordi tecnici, ma che per i principi generali sull&#8217;uso delle basi rimandava agli accordi precedenti.<\/p>\n<p>Durante la guerra fredda (e nella parentesi della guerra del Kosovo) le basi sul territorio nazionale sono state il principale contributo italiano alla sicurezza collettiva. Oggi, in una situazione completamente nuova, dobbiamo decidere che funzione attribuire alle basi e discutere con gli americani la ridefinizione degli accordi, consapevoli per\u00f2 di non poter pi\u00f9 contare sulla rendita geopolitica che la nostra posizione geografica ci ha garantito nei lunghi anni della guerra fredda.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Meno basi in Europa occidentale, ma pi\u00f9 grandi e confortevoli per poter essere una valida retroguardia alle basi ancora troppo scomode e insicure per gli standard americani nei vicini fronti caldi del Caucaso, del Golfo e dell&#8217;Africa. \u00c8 una delle esigenze delle forze armate statunitensi in Europa. 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