{"id":64251,"date":"2008-08-08T12:45:56","date_gmt":"2008-08-08T10:45:56","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64251"},"modified":"2017-11-03T15:40:32","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:32","slug":"quali-opzioni-per-la-politica-americana-in-medioriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/08\/quali-opzioni-per-la-politica-americana-in-medioriente\/","title":{"rendered":"Quali opzioni per la politica americana in Medioriente?"},"content":{"rendered":"<p>Una lettura sbrigativa del dibattito sul futuro della politica estera americana in Medio Oriente potrebbe erroneamente indurre a concludere che due sono le grandi alternative in campo: da un lato, la visione di Obama che ruota attorno al ritorno alla diplomazia e al rilancio del principio multilaterale; dall\u2019altro, la linea McCain che ribadisce l\u2019importanza di una sostenuta presenza militare USA nel teatro iracheno e la prosecuzione della \u201cguerra al terrore\u201d.<\/p>\n<p>Questa dicotomia \u00e8 fuorviante non solo perch\u00e9 non coglie le importanti sfumature e le tante convergenze esistenti nelle piattaforme elettorali dei due candidati \u2013 entrambi, ad esempio, fanno appello all\u2019Europa per un maggior sforzo bellico e di ricostruzione in Afghanistan \u2013 ma anche, e soprattutto, perch\u00e9 essa assume che poco o nulla sia cambiato durante gli otto anni dell\u2019\u201dera Bush\u201d. A ben guardare, invece, per lo meno dal \u201csurge\u201d avviato in Iraq nel 2007, si \u00e8 assistito ad un importante ri-orientamento della politica mediorientale degli Stati Uniti che, anche se ancora parziale ed estremamente incerto nei suoi esiti, sta oggi cominciando a mostrare i primi risultati. Tale ri-orientamento va nella direzione di un uso pi\u00f9 sistematico dello strumento diplomatico, ma sembra anche volto a ribadire la necessit\u00e0 di una presenza militare americana ancora massiccia nella regione: sicuramente in Afghanistan e, per alcuni anni almeno, anche in Iraq.<\/p>\n<p><b>\u201cExit Strategy\u201d dall\u2019Iraq: non piu\u2019 una semplice ritirata<\/b><br \/>\nPer quanto Obama insista sul fatto che Bush e McCain non abbiano una strategia per uscire dal pantano iracheno, ma solo una per continuare a restarci senza infangarsi troppo, il \u201csurge\u201d guidato dal Generale Petraeus tra il 2007 e il 2008 e\u2019 stato molto di pi\u00f9 che un espediente tattico-strategico per ridurre il numero dei caduti americani sul campo. Come nota con lucidit\u00e0 Kenneth Pollack, autore di un recente libro sulla politica americana nella regione, la varie politiche che l\u2019amministrazione Bush ha attuato sotto l\u2019etichetta del \u201csurge\u201d, hanno avuto come effetto complessivo quello di porre rimedio a molti dei gravi errori che le forze di occupazione avevano compiuto negli anni immediatamente seguenti all\u2019invasione: dall\u2019avventato smantellamento delle istituzioni dello stato iracheno, all\u2019imprudente e miope marginalizzazione di alcune componenti etniche-religiose.<\/p>\n<p>Nonostante l\u2019estrema fluidit\u00e0 ed incertezza che la caratterizzano, sottolinea Pollack, e\u2019 come se la situazione presente in Iraq riproponesse le grandi questioni aperte dall\u2019intervento militare del 2003: come garantire sicurezza e stabilit\u00e0 in un paese complesso e profondamente frammentato. E\u2019 in questo quadro, ben diverso da quello dominato dallo spettro del caos pi\u00f9 completo di appena un anno e mezzo fa, che si pu\u00f2 pensare ad una strategia di ritiro.<\/p>\n<p>La necessit\u00e0 del ritiro delle truppe americane \u00e8 apertamente riconosciuta dalle autorit\u00e0 irachene \u2013 a cominciare dal primo ministro Al-Maliki \u2013 ed \u00e8 stata accettata in linea di principio dalla stessa amministrazione Bush, la quale si \u00e8 anche detta pronta a considerare un orizzonte temporale per la riduzione del contingente militare nel paese. Se McCain dovrebbe comprendere che nel nuovo contesto aperto dal \u201csurge\u201d che egli stesso ha appoggiato, la prospettiva di un\u2019occupazione a tempo sostanzialmente indeterminato \u00e8 sempre meno giustificabile, Obama da parte sua dovrebbe riconsiderare la sua proposta di ritiro delle truppe dal paese gi\u00e0 dalla fine del 2009, che non appare molto realistica.<\/p>\n<p>Le elezioni provinciali irachene del prossimo autunno e quelle nazionali del 2009 saranno test cruciali per la tenuta delle nuove istituzioni. La presenza militare americana come forza neutrale e di garanzia \u00e8 essenziale per evitare che i \u201csabotatori\u201d del nuovo Iraq, nonch\u00e9 eventualmente gli sconfitti delle elezioni, trascinino di nuovo il paese nel baratro della guerra civile. Il ritiro che vari analisti ed esperti ora caldeggiano, dunque, \u00e8 molto pi\u00f9 graduale di quello previsto da Obama, il quale ha proposto, invece, che venga completato non prima della fine del primo mandato del prossimo presidente.<\/p>\n<p><b>Re-engagement in Medio Oriente: diplomazia e uso della forza<\/b><br \/>\nIl Medio Oriente rimarr\u00e0 con ogni probabilit\u00e0 il focus della politica estera americana dei prossimi anni, ben oltre i quattro anni del prossimo mandato presidenziale. Il progressivo ritiro dall\u2019Iraq liberer\u00e0, anzi, forze e risorse da destinare a nuove priorit\u00e0 regionali. Anche in questo caso, tuttavia, i due candidati presidenziali dovrebbero valutare in modo non dogmatico il da farsi, evitando la facile ma fuorviante dicotomia diplomazia\/uso della forza, e partendo dalle importanti sviluppi di questi mesi.<\/p>\n<p>Il caso pi\u00f9 eclatante di ri-orientamento della politica mediorientale di Bush \u00e8 ovviamente l\u2019<b>Iran<\/b>. Se fino ad appena due anni fa gli Stati Uniti erano apertamente contrari a negoziati tra Teheran e gli alleati europei, di recente il governo USA ha deciso di collaborare a pieno titolo con il resto del Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu e con la Germania nella formulazione di una proposta negoziale da sottoporre al presidente iraniano. Con una mossa anche di rilevanza simbolica, il Segretario di Stato Condoleezza Rice si \u00e8 poi persino risolto ad inviare il sottosegretario William Burns all\u2019incontro del cosiddetto \u201c5+1\u201d con le autorit\u00e0 iraniane tenutosi alla fine di luglio scorso a Ginevra, segnalando quindi la disponibilit\u00e0 ad un ritorno ad un dialogo diplomatico anche diretto con l\u2019Iran. Anche sul fronte del conflitto israelo-palestinese l\u2019amministrazione americana ha mostrato negli ultimi tempi un attivismo in contrasto con il basso profilo tenuto durante il primo mandato di Bush.<\/p>\n<p>Obama ha gi\u00e0 ampiamente chiarito che il ritiro dall\u2019Iraq sar\u00e0 accompagnato da un rilancio deciso e rapido dello sforzo bellico, oltre che di ricostruzione civile, in Afghanistan, che resta a suo parere il vero anche se trascurato campo di battaglia della guerra contro Al-Qaeda. Il candidato democratico si e\u2019 impegnato ad aumentare il numero di truppe sul campo \u2013 almeno due nuove brigate. Su questo sembra esserci consonanza con McCain. Entrambi i candidati, poi, chiedono un contributo militare pi\u00f9 consistente da parte europea, attraverso un potenziamento dei contingenti NATO, e un impegno rafforzato nella dura lotta contro la corruzione dilagante nelle fragili strutture di governo del paese.<\/p>\n<p>Gli sviluppi degli ultimi anni, tuttavia, hanno chiaramente dimostrato che nessun vero progresso e\u2019 possibile in Afghanistan se non verr\u00e0 \u201csanata\u201d l\u2019ampia area di confine con il <b>Pakistan<\/b>, dove con tutta probabilit\u00e0 trovano rifugio non solo alcuni gruppi insurrezionali ma i vertici stessi di Al-Qaeda. In questo senso, il ri-orientamento della politica di Bush si \u00e8 fermato a met\u00e0 strada poich\u00e9 l\u2019appoggio alla delicata evoluzione politica in corso nel paese soprattutto dopo l\u2019assassinio di Benazir Bhutto del dicembre scorso, non \u00e8 stato accompagnato da una pressione per ottenere l\u2019uscita di scena dello screditato presidente Musharraf, contro cui ora e\u2019 minacciata una procedura di impeachment. La fedelt\u00e0 che Musharraf ha promesso agli Stati Uniti nella lotta contro Al-Qaeda non ha portato in questi anni a risultati significativi n\u00e9 nel paese n\u00e9 tanto meno nel contrasto alle infiltrazioni terroristiche in Afghanistan. Anche in questo caso, dunque, la dicotomia diplomazia-uso della forza dovr\u00e0 essere evitata, e il prossimo presidente degli Stati Uniti dovr\u00e0 essere pronto ad impegnare pi\u00f9 forze militari in Afghanistan e al contempo a modificare e rendere pi\u00f9 aggressiva la sua diplomazia verso il Pakistan. Considerando, eventualmente, anche possibili interventi diretti contro conclamati gruppi terroristici nel paese.<\/p>\n<p>Il Medio Oriente alla fine dell\u2019\u201cera Bush\u201d \u00e8 tutt\u2019altro che una regione pacificata, ma proprio perch\u00e9 la situazione sembra estremamente fluida, ogni ipotesi di soluzione univoca (engagement o ritiro), o dicotomica (uso della forza o diplomazia) appare per forza di cose inadeguata perch\u00e9 non coglie N\u00e8 gli sviluppi n\u00e9 le diversit\u00e0 di contesto che caratterizzano le varie questioni aperte nell\u2019area. Il ri-orientamento della politica mediorientale avviato dall\u2019amministrazione Bush negli ultimi due anni rimane incompleto ma sta sortendo alcuni effetti evidenti. Il prossimo presidente, chiunque esso sia, sar\u00e0 chiamato ad un approccio non dogmatico, e in ogni caso capace di proseguire sulla strada di un cambiamento che, nei fatti, \u00e8 gi\u00e0 cominciato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una lettura sbrigativa del dibattito sul futuro della politica estera americana in Medio Oriente potrebbe erroneamente indurre a concludere che due sono le grandi alternative in campo: da un lato, la visione di Obama che ruota attorno al ritorno alla diplomazia e al rilancio del principio multilaterale; dall\u2019altro, la linea McCain che ribadisce l\u2019importanza di [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[94,99,109],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64251"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=64251"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64251\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":64252,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64251\/revisions\/64252"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=64251"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=64251"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=64251"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}