{"id":64255,"date":"2008-06-13T12:49:03","date_gmt":"2008-06-13T10:49:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64255"},"modified":"2017-11-03T15:40:43","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:43","slug":"la-politica-estera-di-obama-unopportunita-per-leuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/06\/la-politica-estera-di-obama-unopportunita-per-leuropa\/","title":{"rendered":"La politica estera di Obama: un\u2019opportunit\u00e0 per l\u2019Europa?"},"content":{"rendered":"<p>Gli slogan di ambedue i candidati alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre puntano tutti sulla promessa di un profondo cambiamento che risponda all\u2019estrema impopolarit\u00e0 dell\u2019attuale amministrazione. Cos\u00ec, John McCain, repubblicano, ha affermato che, una volta eletto, imprimer\u00e0 un forte cambio di direzione, cominciando dalla politica estera. Il candidato democratico Barack Obama da parte sua ha impostato la sua intera campagna elettorale sull\u2019idea di cambiamento, espressa con un linguaggio insieme dotto e messianico, e scandita dallo slogan (ispirato, ma stucchevole) \u201cyes, we can\u201d: s\u00ec, noi possiamo.<\/p>\n<p><b>\u201cYes we can\u201d. But what?<\/b><br \/>\nIl nuovo corso sembra dunque assicurato, ma non \u00e8 ancora ben chiaro in che cosa esso consister\u00e0. Gli occhi ovviamente sono puntati su Obama e sulla sua visione di politica estera, i cui contorni sono andati definendosi nel corso delle primarie, ma che rimane ancora abbastanza fluida e imprecisa, tanto da essere considerata uno dei suoi maggiori punti deboli.<\/p>\n<p>Obama incarna, o almeno prova ad incarnare, un cambiamento insieme politico e generazionale, di un certo spessore culturale. Diversamente McCain quando afferma di volere una nuova politica estera per l\u2019America, cerca soprattutto di smarcarsi dall\u2019eredit\u00e0 assai pesante della politica estera di Bush, in particolare in Iraq, ma non solo. La sua critica \u00e8 operativa, non concettuale: egli denuncia l\u2019esecuzione della strategia post 11 Settembre, non le sue premesse analitiche n\u00e9 la sua filosofia di fondo. Di conseguenza, l\u2019impianto strutturale rimane in larga misura simile: lotta, soprattutto militare, contro il terrorismo; adozione di una visione manichea del sistema internazionale, la cui linea di frattura fondamentale rimane quella tra democrazia ed autoritarismo; cultura della sicurezza nazionale come elemento fondante dell\u2019identit\u00e0 politica dell\u2019America del 21esimo secolo.<\/p>\n<p>Obama si muove su un altro piano. La sua linea di politica estera non pu\u00f2 limitarsi a ribadire l\u2019esigenza di invertire la direzione della politica di Bush. Deve offrire qualcosa di pi\u00f9: in termini di proposta, visione, immaginazione. Proprio per questo, per\u00f2, questa linea risulta ancora vaga, difficile da definire e ancor pi\u00f9 da prevedere. Obama si oppone alla continuazione dell\u2019occupazione militare americana dell\u2019Iraq e propone un ritiro rapido e certo delle truppe, al ritmo di una o due brigate al mese per un totale di 16 mesi. Ma molti ritengono che questa decisa correzione della strategia attuata da Bush risulter\u00e0 di fatto difficilmente praticabile quanto meno nei tempi e nei modi indicati da Obama. Essa quindi viene letta soprattutto come il tentativo, per ora appena abbozzato di concepire in modo nuovo il ruolo degli Stati Uniti nel mondo.<\/p>\n<p><b>Salto generazionale<\/b><br \/>\nL\u2019elemento generazionale \u00e8 per\u00f2 importante e va sottolineato. Obama non si \u00e8 formato negli anni Sessanta e Settanta, come \u00e8 accaduto sia a Bill Clinton sia a George W. Bush. Su di lui hanno esercitato un\u2019influenza relativa non solo la Guerra Fredda ma anche il post-Guerra Fredda, quel lungo decennio di transizione marcato dal trionfalismo della \u201cfine della storia\u201d, ma anche da inaspettati tuffi nel passato (il riemergere prepotente dei conflitti etnici e religiosi), che si chiuse con la clamorosa smentita di molte delle ottimistiche previsioni formulate dopo il crollo dell\u2019Urss. Forse anche per questo Obama sembra avere l\u2019ambizione di offrire una visione di politica estera capace di superare non solo il bushismo ma anche il clintonismo degli anni \u201890, che fu ispirato da una fiducia quasi assiomatica nelle sorti progressive della globalizzazione e in un\u2019egemonia americana non solo \u201csenza eguali\u201d, ma anche \u201csenza rivali\u201d.<\/p>\n<p>Obama vorrebbe riportare speranza ad un\u2019America impaurita non solo dal fenomeno terroristico e dalle altre minacce globali, a partire dalla proliferazione nucleare, ma anche in buona misura da se stessa e dalla drammatica scoperta dei suoi tanti limiti: quelli, inattesi, della sua macchina bellica; l\u2019isolamento che anche il paese egemone si \u00e8 trovato a subire quando le sue decisioni politiche sono state percepite come arroganti; la fatica della democrazia statunitense a reggere i colpi delle politiche intrusive promosse da Bush in nome della sicurezza nazionale, la crisi economica, eccetera. Tutto questo appanna il futuro dell\u2019America e Obama (e molti Democratici con lui) pensa che solo un profondo cambiamento di politica e di \u201cvisione\u201d potr\u00e0 porvi rimedio .<\/p>\n<p><b>Multilateralismo e diplomazia \u201caggressiva\u201d<\/b><br \/>\nInnanzitutto, quindi, il candidato democratico punta a recuperare la fiducia e l\u2019appoggio degli alleati attraverso un rilancio del multilateralismo. A questa strategia politico-diplomatica, volta a ricostruire una rete di relazioni consensuali e collaborative con il resto del mondo, si accompagna un programma di rafforzamento delle capacit\u00e0 militari americane, da perseguire puntando allo sviluppo di nuove tecnologie e accrescendo il numero degli uomini: 65000 soldati in pi\u00f9 per l\u2019Esercito e 27000 per i <i>marines<\/i>. Alcune proposte, avanzate per superare gli ostacoli incontrarti da Bush, hanno gi\u00e0 suscitato un\u2019aspra reazione da parte Repubblicana: su tutte la sollecitazione a dare corso ad una diplomazia \u201caggressiva\u201d nel Medio Oriente, che coinvolga i maggiori attori regionali, anche se rivali dell\u2019America, come la Siria e l\u2019Iran. C&#8217;\u00e8, poi, l\u2019impegno a rafforzare la Nato per gestire con pi\u00f9 efficacia la crisi afgana, ma anche l\u2019idea di creare un\u2019istituzione simile a quella atlantica nell\u2019ampio e variegato teatro asiatico, che superi gli attuali rapporti bilaterali e che aiuti gli Stati Uniti a fare fronte con pi\u00f9 risorse ed in modo pi\u00f9 coordinato all\u2019ascesa della Cina.<\/p>\n<p>\u00c8 proprio sulla \u201cgovernance globale\u201d, tuttavia, che la visione di Obama resta particolarmente vaga ed elusiva. Agli ambiziosi propositi per una nuova politica estera americana in Medio Oriente \u2013 si pensa non solo di dialogare con l\u2019Iran, ma <a href=\"http:\/\/www.barackobama.com\/issues\/foreignpolicy\/#iran\" target=\"blank\"><b><u>di includerlo nel WTO<\/u><\/b><\/a> se Teheran rinunciasse al programma nucleare e al terrorismo &#8211; non sono seguite per il momento indicazioni altrettanto chiare, e soprattutto innovative, circa la politica da adottare verso la Cina e la Russia. Se McCain riprende da Bob Kagan, il noto commentatore neoconservatore, l\u2019idea di creare una \u201cLega delle Democrazie\u201d per contenere le due potenze emergenti ed \u201cautoritarie\u201d, proiettando cos\u00ec nel mondo postbipolare un manicheismo non dissimile a quello della Guerra Fredda, Obama per ora si rifugia in generici richiami a nuovi strumenti di governance, o all\u2019invocazione a fare uso di quelli esistenti. L\u2019Onu, in realt\u00e0 gi\u00e0 trascurata da Clinton prima ancora che umiliata da Bush, sembra tornare centrale nella soluzione di Obama per il rebus mediorientale (le Nazioni Unite rientrerebbero in Iraq dopo il ritiro militare Usa). Tuttavia, rimane abbastanza oscuro quale tipo di ordine internazionale Obama abbia in mente (e soprattutto le basi di legittimit\u00e0 su cui esso dovr\u00e0 poggiare: sovranit\u00e0, democrazia, potere economico, forza militare?). Soprattutto, poco affrontato \u00e8 il problema, ormai ineludibile, di una riforma della struttura delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p><b>Europa senza alibi <\/b><br \/>\nCosa significa questa indeterminatezza per gli alleati dell\u2019America, a cominciare da quelli europei? Obama ha un capitale di popolarit\u00e0 internazionale, in Europa come nel mondo, che gli torner\u00e0 di grande utilit\u00e0 qualora fosse eletto. Per assicurarsi che esso sia investito nel modo pi\u00f9 coerente con quelli che sono gli interessi europei, l\u2019Europa farebbe meglio ad incalzare Obama con iniziative internazionali concrete, invece che attendere passiva i nuovi e tanto attesi segnali della Casa Bianca, che potrebbero pervenire in ritardo o non nella forma voluta. Gi\u00e0 i sostenitori statunitensi del multilateralismo fanno notare che gli Europei non avranno pi\u00f9 \u201cscuse\u201d dopo l\u2019uscita di scena di Bush per sottrarsi alla gestione delle crisi internazionali che minacciano la pace nel mondo. Proprio il \u201cfattore generazione\u201d potrebbe indurre Obama ad essere meno incline di McCain a considerare l\u2019Europa come interlocutore naturale e privilegiato. Per converso, proprio perch\u00e9 meno vincolato dalle regolarit\u00e0 del passato, Obama potrebbe sorprendere gli Europei per capacit\u00e0 d\u2019ascolto ed apertura di credito. Insomma, se eletto, Obama si cimenter\u00e0 con l\u2019impresa complessa di tradurre la biografia di una nuova generazione non solo nella nuova ed aggiornata biografia degli Stati Uniti, ma anche in una visione di politica estera. Per un\u2019Europa che ama rappresentarsi come un soggetto internazionale ed un modello politico nuovo, sfruttare questa occasione di rinnovamento significa diventarne il pi\u00f9 possibile autrice anzich\u00e9 mera spettatrice.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli slogan di ambedue i candidati alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre puntano tutti sulla promessa di un profondo cambiamento che risponda all\u2019estrema impopolarit\u00e0 dell\u2019attuale amministrazione. Cos\u00ec, John McCain, repubblicano, ha affermato che, una volta eletto, imprimer\u00e0 un forte cambio di direzione, cominciando dalla politica estera. 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