{"id":64306,"date":"2009-07-10T16:51:50","date_gmt":"2009-07-10T14:51:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64306"},"modified":"2017-11-03T15:38:46","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:46","slug":"i-paesi-arabi-del-mar-rosso-contro-la-pirateria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/07\/i-paesi-arabi-del-mar-rosso-contro-la-pirateria\/","title":{"rendered":"I Paesi arabi del Mar Rosso contro la pirateria"},"content":{"rendered":"<table cellspacing=\"0\">\n<tbody>\n<tr>\n<td valign=\"top\">\n<div><span class=\"testo_articoli\">Il 30 giugno 2009, nel corso di una riunione a Riyad, i Paesi arabi rivieraschi del Mar Rosso, Golfo di Aqaba compreso &#8211; Arabia Saudita, Egitto, Gibuti, Giordania, Sudan e Yemen &#8211; con l\u2019aggiunta degli altri Stati arabi della regione mediorientale aderenti al <i>Gulf Cooperation Council <\/i>&#8211; Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar &#8211; hanno deciso di costituire una forza navale per il contrasto alla pirateria.<\/p>\n<p>La formazione denominata \u201cForza del dovere marittimo arabo\u201d sar\u00e0 impiegata nel Mar Rosso e nelle adiacenti aree del Golfo di Aden per contrastare le minacce poste dalla pirateria ai traffici facenti capo al Mediterraneo attraverso le vie marittime del Canale di Suez, del Mar Rosso e dello Stretto di Ba bel Mandeb. Ad essa non partecipano ovviamente i Paesi non arabi del Mar Rosso e cio\u00e8 l\u2019Eritrea ed Israele (che si affaccia sul Golfo di Aqaba con il porto di Elat). L\u2019iniziativa si propone anche di evitare che il Mar Rosso sia incluso in qualsiasi accordo, sia pur diretto contro la pirateria, tra Stati esterni alla regione, tenendo conto del fatto che \u201cla difesa della cruciale via di navigazione del Mar Rosso \u00e8 responsabilit\u00e0 primaria degli stati litoranei\u201d. La costituenda forza navale, che dovrebbe operare per un anno sotto la guida dell\u2019Arabia Saudita, coordiner\u00e0 comunque la sua attivit\u00e0 con le altre formazioni navali presenti al largo del Corno d\u2019Africa, quelle della Nato, dell\u2019Unione Europea, della <i>coalition of the willing <\/i>aggregatasi attorno ai Ctf 150 e 151, e di singoli paesi come Russia, Cina, Giappone, Corea del Sud e Singapore.<\/p>\n<p><b>La discesa in campo della Lega Araba <\/b><br \/>\nLe prime avvisaglie del formarsi di una posizione comune tra i paesi arabi per la protezione dei propri interessi marittimi si erano avute durante il vertice della Lega Araba tenutosi al Cairo il 24 novembre 2008, nel corso del quale l\u2019Egitto aveva manifestato le sue preoccupazioni per il fatto che la pirateria stava causando un consistente decremento degli introiti derivanti dai diritti di transito nel Canale di Suez (al terzo posto tra le entrate egiziane).<\/p>\n<p>Qualche giorno prima si era verificato l\u2019episodio della cattura della superpetroliera saudita da 300.000 tonnellate, con a bordo due milioni di barili di greggio a pi\u00f9 di 400 miglia dal Kenya. L\u2019evento, che ben difficilmente poteva essere imputato a semplici predoni del mare, aveva evidenziato l&#8217;esistenza di una pirateria somala con capacit\u00e0 per cos\u00ec dire militari (la petroliera era stata condotta per centinaia di miglia sino alla \u201ctortuga\u201d di Eyl, per poi essere rilasciata dietro pagamento di riscatto) e la conseguente necessit\u00e0 di adottare contromisure adeguate.<\/p>\n<p>Di fronte ai rischi crescenti, alcuni armatori avevano perci\u00f2 deciso di seguire nuove rotte. In sostanza una consistente aliquota di traffico mercantile \u00e8 stata dirottata sul finire del 2008 dalla tradizionale rotta di Suez a quella di Buona Speranza. I maggiori costi del viaggio (minimo 1 settimana in pi\u00f9) sono stati in parte compensati, oltre che dal risparmio del costo di polizze antipirateria, dal mancato pagamento dei diritti di transito nel Canale.<\/p>\n<p>Nell\u2019ambito della Lega Araba le motivazioni per un\u2019azione comune non sono tuttavia limitate alla protezione degli interessi economici dell\u2019Egitto e dei paesi produttori di petrolio comunque danneggiati dai rischi di trasporto via mare. Rilevanti sono anche le ragioni di ordine politico. Eloquente la tesi espressa da rappresentanti arabi: &#8220;\u00c8 preoccupante l\u2019intensa presenza multinazionale nello sbocco meridionale del Mar Rosso. Essa pu\u00f2 infatti costituire una minaccia alla \u201csicurezza nazionale araba\u201d e condurre ad una \u201cinternazionalizzazione\u201d del Mar Rosso\u201d.<\/p>\n<p><b>Il regime legale del Mar Rosso <\/b><br \/>\nMa esiste realmente un pericolo per i Paesi rivieraschi del Mar Rosso che questo possa essere \u201cinternazionalizzato\u201d per effetto della presenza di forze navali straniere? E non \u00e8 esso gi\u00e0 \u201cinternazionalizzato\u201d nella misura in cui \u00e8 aperto al libero transito di tutti gli Stati a condizione che rispettino il regime legale di transito previsto dalla Convenzione del Diritto del Mare del 1982 per tutti gli spazi di acque territoriali, di acque internazionali e per gli stretti \u201cinternazionali\u201d come Bab el Mandeb? O \u00e8 forse il Mar Rosso un <i>mare chiuso <\/i>come il Mar Nero in cui le forze navali dei paesi non rivieraschi non possono accedere liberamente in applicazione dello specifico regime stabilito dalla Convenzione di Montreux del 1936?<\/p>\n<p>Simili domande retoriche portano a ritenere che il fine dell\u2019iniziativa navale araba non sia quello di interdire l\u2019attivit\u00e0 di marine straniere. Questo sarebbe contrario al diritto e sarebbe come tale contrastato dalla comunit\u00e0 internazionale. Come del resto \u00e8 avvenuto in tutti i casi in cui alcuni Paesi hanno tentato unilateralmente di \u201cterritorializzare\u201d o \u201cdemilitarizzare\u201d zone di acque internazionali. In realt\u00e0 i paesi arabi hanno voluto assumersi la responsabilit\u00e0 per la sorveglianza di un\u2019area marittima vitale per gli interessi nazionali dei paesi che la fronteggiano. Essa non pu\u00f2 quindi che essere vista con favore nel quadro di quella cooperazione regionale che le Nazioni Unite indicano come una delle soluzioni al problema della pirateria al largo della Somalia. Sulla stessa scia si colloca peraltro la volont\u00e0 dello Yemen di dotarsi di capacit\u00e0 di controllo dei propri spazi marittimi attraverso l\u2019installazione, con il sostegno dell\u2019Italia, del <i>Vessel Traffic Monitoring System<\/i>, sistema integrato di monitoraggio del traffico navale della Selex che coprir\u00e0 i 450 km della costa yemenita, dal Mar Rosso al Golfo di Aden e il Mare Arabico.<\/p>\n<p>A meno che l\u2019obiettivo perseguito non sia in effetti, come si sente dire, quello di prevenire ed ostacolare l\u2019eventuale presenza navale di Paesi non graditi. Se cos\u00ec fosse, la questione \u00e8 per\u00f2 politica. Infatti sul piano giuridico il Mar Rosso era, \u00e8 e rimarr\u00e0 un mare semi chiuso in cui vige, a condizione che non vengano lesi i diritti internazionalmente garantiti degli stati costieri, la pi\u00f9 ampia libert\u00e0 di navigazione, ivi compresa la possibilit\u00e0 di svolgere negli spazi extraterritoriali attivit\u00e0 militari, soprattutto quando queste, come nel caso del contrasto della pirateria somala, sono autorizzate da specifiche risoluzioni delle Nazioni Unite.<\/p>\n<p>Vedi anche:<\/p>\n<p>N. Ronzitti: <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1007\" target=\"blank\"><b><u>Il ritorno della pirateria <\/u><\/b><\/a><\/p>\n<p>V. Miranda: <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1076\" target=\"blank\"><b><u>Guerra alla pirateria: salto di qualit\u00e0 nel 2009?<\/u><\/b><\/a><\/span><\/div>\n<\/td>\n<\/tr>\n<\/tbody>\n<\/table>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 30 giugno 2009, nel corso di una riunione a Riyad, i Paesi arabi rivieraschi del Mar Rosso, Golfo di Aqaba compreso &#8211; Arabia Saudita, Egitto, Gibuti, Giordania, Sudan e Yemen &#8211; con l\u2019aggiunta degli altri Stati arabi della regione mediorientale aderenti al Gulf Cooperation Council &#8211; Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[84,106],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64306"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=64306"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64306\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":64307,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64306\/revisions\/64307"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=64306"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=64306"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=64306"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}