{"id":64336,"date":"2008-09-22T13:14:22","date_gmt":"2008-09-22T11:14:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64336"},"modified":"2017-11-03T15:39:31","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:31","slug":"perche-una-russia-debole-fa-piu-paura-di-una-russia-forte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/09\/perche-una-russia-debole-fa-piu-paura-di-una-russia-forte\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 una Russia debole fa pi\u00f9 paura di una Russia forte"},"content":{"rendered":"<p>Dobbiamo credere alla Russia quando dichiara che le esportazioni di gas non sono un&#8217;arma di ricatto politico? L\u2019Italia \u00e8 partner di Mosca in alcuni tra i progetti pi\u00f9 significativi di espansione delle pipeline di trasporto: alle condotte del \u201cBlue Stream\u201d, si aggiungeranno presto quelle del \u201cSouth Stream\u201d, una tra le principali iniziative che connetteranno i campi estrattivi russi al continente europeo. Questo legame di ferro e gas spaventa pi\u00f9 di un analista: il nostro Paese starebbe scoprendo il fianco a un alleato come la Russia che, prima o poi, potrebbe impiegare a suo vantaggio il rapporto di dipendenza energetica.<\/p>\n<p><b>Niente paura?<\/b><br \/>\nIl Presidente di Eni Roberto Poli si \u00e8 pi\u00f9 volte pronunciato per rassicurare gli italiani: ha definito \u201ceccessiva\u201d la paura verso il gas russo e verso l\u2019espansionismo di Gazprom, l\u2019azienda nazionale energetica: \u201c\u00c8 chiaro che, volendo emergere, la Russia utilizzi la sua migliore societ\u00e0 [Gazprom, ndr] come piattaforma di espansione\u201d. D\u2019altra parte i critici ricordano che un Paese come l\u2019Ucraina, dopo aver scelto un governo filo-occidentale, si \u00e8 vista recapitare da Mosca bollette di gas molto pi\u00f9 care rispetto a un tempo: il rischio sarebbe reale. Ma chi ha ragione?<\/p>\n<p>Per stabilire da che parte orientarsi, bisogna stabilire in cosa consisterebbe il \u201crischio\u201d paventato dalle fazioni pi\u00f9 critiche. Se ne possono considerare diversi tipi.<\/p>\n<p>La Russia potrebbe tentare di impiegare il suo gas per far leva sui governi nazionali, e stimolare delle politiche locali pi\u00f9 favorevoli a Mosca. La storia non aiuta i fautori di questa teoria: i sovietici non sono mai riusciti a impiegare con successo l\u2019arma energetica verso gli alleati socialisti. Sia Tito che Mao, quando disallinearono la Jugoslavia e la Cina dai comunisti russi, dovettero sottostare a un\u2019interruzione immediata delle forniture petrolifere, ma a quanto pare non pensarono mai di tornare indietro.<\/p>\n<p>A ridosso della crisi di Suez del 1956, Enrico Mattei guid\u00f2 l\u2019Eni, e con essa tutta Italia, in una corsa precipitosa verso il petrolio di Mosca. In due anni le importazioni raddoppiarono a un milione di tonnellate, fino a 3 milioni nel 1959: l\u2019Italia divenne la principale importatrice di barili russi, pi\u00f9 di qualsiasi Paese sovietico. Ma il discorso energetico influ\u00ec ben poco sulla diatriba nazionale tra Pci e Dc: il petrolio russo giungeva in Italia senza gadget politici di sorta.<\/p>\n<p>Quando si parla della \u201ccrisi del gas\u201d tra Mosca e Kiev nel 2006, si potrebbe avere una visione pi\u00f9 completa della situazione ricordando che per l\u2019Ucraina passa circa l\u201980% del gas destinato all\u2019Europa, e che questo punto di forza \u00e8 stato ampiamente speso dal governo filo-occidentale contro i negoziatori russi. Prima dello scontro diplomatico, l\u2019Ucraina pagava un prezzo ultra-sussidiato per il gas: 50 dollari per migliaio di metri cubi. La nuova pretesa di Mosca era di 230 dollari, ma alla fine si \u00e8 arrivati a un compromesso fatto di complicate perequazioni: 95 dollari. A capo del governo di Kiev ci sono ancora personaggi non allineati con la Russia.<\/p>\n<p>Se quindi il fattore politico sembra avere importanza limitata, forse il vero rischio potrebbe essere meramente economico: i Paesi che si allacceranno a Mosca con i nuovi gasdotti, dovranno sottostare alle richieste di prezzi sempre pi\u00f9 alti.<\/p>\n<p>Questo assunto, tuttavia, non considera che la costruzione di condotte per il gas, opere costose e complicatissime, implica che tra i produttori e gli acquirenti ci sia un\u2019unit\u00e0 d\u2019intenti sancita da contratti commerciali strettissimi. Le aziende nazionali che investono in simili infrastrutture pretendono accordi di fornitura anche trentennali, a parametri fissi. Anche la Russia, poi, partecipa con i capitali nazionali ai progetti, e ha tutto l\u2019interesse affinch\u00e9 siano profittevoli. A ci\u00f2 va aggiunto che, rispetto al gas di Mosca, esistono ancora delle alternative, prima fra tutte il gas liquido importato via nave . La crisi del gas ucraino ha danneggiato anche Mosca, intaccando la reputazione di Gazprom come partner affidabile e spingendo molti governi nazionali a muoversi in fretta per mettere in piedi rigassificatori e complementi vari.<\/p>\n<p>Il punto essenziale \u00e8 che la Russia ha bisogno dell\u2019Europa, tanto quanto l\u2019Europa ha bisogno della Russia. L\u2019economia russa Mosca risente di tutti i difetti dei sistemi troppo dipendenti dalle materie prime: inflazione strisciante, polarizzazione sociale, industria in stagnazione. Un calo brusco degli introiti da esportazione di materie prime potrebbe essere micidiale, e spingere l\u2019intero Paese al collasso civile. L\u2019economia nazionale \u00e8 pi\u00f9 piccola di quella olandese in termini assoluti, mentre il reddito pro-capite \u00e8 pari a quello del Botswana. Mosca non ha interesse a perdere introiti petroliferi.<\/p>\n<p>La Germania e l\u2019Italia importano rispettivamente il 39 e il 31% del gas che consumano dalla Russia, con 2.200 miliardi di metri cubi l\u2019anno. Se questo dato sembra preoccupante, va ricordato che esso rappresenta circa un terzo del gas esportato dalla Russia, e che quindi Roma e Berlino controllano un flusso di cassa abbastanza significativo da influenzare Mosca.<\/p>\n<p><b>I limiti della possibile minaccia militare<\/b><br \/>\nL\u2019ultimo rischio generale che pu\u00f2 essere considerato \u00e8 di tipo militare. In alcune fasi storiche, la Russia ha approfittato della bonanza energetica per intraprendere varie operazioni militari. L\u2019invasione dell\u2019Afghanistan del 1980 era stata ispirata sia dall\u2019uscita americana dall\u2019Iran sia dalle preziose risorse finanziarie piovute sulle casse del Cremlino con il boom petrolifero dell\u2019anno prima. Gi\u00e0 nel 1973, il barile schizzato alle stelle aveva ispirato una serie di iniziative di allineamento verso Paesi attorno al Medio Oriente, tra cui lo Yemen, la Siria e l\u2019Egitto. L\u2019irruenza del recente intervento in Georgia sarebbe dovuta al vigore finanziario garantito dalle risorse petrolifere. Per i pi\u00f9 critici, quindi, foraggiare le pulsioni espansionistiche russe con i soldi delle bollette per il gas non \u00e8 desiderabile.<\/p>\n<p>Eppure, questa equazione tra ricchezza energetica e interventismo militare \u00e8 tutto da dimostrare. La prima operazione in Cecenia, nel 1994, \u00e8 avvenuta in un periodo in cui le casse statali russe erano vuote. Anche la seconda, nel 1999, \u00e8 avvenuta in periodo di gravi ammanchi finanziari. La Russia militare si gestisce agendo sulla politica; il ruolo del gas in questo ambito \u00e8 molto pi\u00f9 ridotto di quanto non si pensi.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 ai tempi della prima espansione petrolifera russa, negli anni Cinquanta, le attivit\u00e0 dei Paesi acquirenti erano guardate con sospetto da Washington. Dall\u2019Eni, Giorgio Ruffolo veniva inviato spesso a incontrare rappresentanti Nato per tranquillizzarli sulla situazione, con una Russia che nel 1962 copriva il 38% del fabbisogno petrolifero italiano. Alla pratica nostrana si erano uniti anche altri Paesi: tre quarti del petrolio islandese, un quarto di quello austriaco, due quinti di quello greco e tre quarti di quello finlandese provenivano da oltre cortina.<\/p>\n<p>A met\u00e0 anni Ottanta, l\u2019Urss a corto di fondi prov\u00f2 un piano dell\u2019ultima ora per sviluppare un nuovo gasdotto, l\u2019Urengoi-6, i cui proventi avrebbero potuto dare una boccata d&#8217;ossigeno alle casse nazionali in pieno declino. Reagan prov\u00f2 a bloccare il progetto in tutti i modi, ma non perch\u00e9 temesse l\u2019espansionismo sovietico: voleva solo farli stare a corto di valuta pesante. Il piano del Presidente americano, peraltro, funzion\u00f2 a meraviglia, ritardando la costruzione di un paio d\u2019anni.<\/p>\n<p>Eppure, la tentazione di credere che al gas russo di oggi siano legate pretese politiche \u00e8 forte. Questo dipende probabilmente dal retaggio diplomatico sovietico: non sempre quello che veniva dichiarato dai portavoce del Cremlino, corrispondeva a ci\u00f2 che veniva deciso dietro le fredde mura dei palazzi del potere. La tradizione venne interpretata magistralmente dal Ministro degli Esteri di Stalin, Vjaceslav Molotov, il quale dichiar\u00f2 candidamente che \u201cnon abbiamo una vera strategia in politica estera: quando possiamo, attacchiamo; e quando dobbiamo, ci difendiamo\u201d. Poco importa che nel frattempo la Russia decidesse di imporre un embargo su Berlino Ovest, o di installare governi socialisti in tutta l\u2019Europa orientale. Ma ancora oggi alla Russia non si crede, neanche se dice la verit\u00e0.<\/p>\n<p>Il vero rischio per chi acquista il gas da Mosca \u00e8 che le forniture vengano interrotte per problemi economici reali della Russia. Se l\u2019industria energetica nazionale non tiene il passo dell\u2019innovazione tecnologica, la produzione potrebbe calare, e con essa le possibilit\u00e0 di approvvigionamento per chi acquista. Una Russia debole fa pi\u00f9 paura di una Russia forte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dobbiamo credere alla Russia quando dichiara che le esportazioni di gas non sono un&#8217;arma di ricatto politico? 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