{"id":64338,"date":"2008-10-28T13:16:37","date_gmt":"2008-10-28T12:16:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64338"},"modified":"2017-11-03T15:39:26","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:26","slug":"obama-mccain-e-la-chimera-dellindipendenza-energetica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/10\/obama-mccain-e-la-chimera-dellindipendenza-energetica\/","title":{"rendered":"Obama, McCain e la chimera dell\u2019indipendenza energetica"},"content":{"rendered":"<p>La crisi energetica arroventa il dibattito politico americano: \u00e8 l\u2019ora dei grandi cambiamenti. Il Presidente democratico installerebbe pannelli solari anche sul tetto della Casa Bianca. Un Presidente repubblicano si metterebbe subito all\u2019opera per attivare decine di centrali nucleari, e per rivitalizzare gli impianti a carbone. Il tutto sarebbe necessario per limitare la dipendenza energetica degli Stati Uniti dall\u2019estero, in modo da ridurre rischi geopolitici all\u2019economia nazionale.<\/p>\n<p>Possono sembrare buone idee. Ma attenzione: il primo paragrafo descrive bene quanto dichiarato da Obama e McCain nel corso del loro ultimo dibattito televisivo, lo scorso 15 ottobre. Ma non sono tratte dal dibattito. Sono la descrizione di quello che Gerald Ford e Richard Nixon hanno provato a fare negli anni Settanta. Anche allora si voleva \u201craggiungere l\u2019indipendenza energetica\u201d, e l\u2019autarchia produttiva sembrava la soluzione ottimale. A trent\u2019anni di distanza, le idee sembrano cambiate molto poco. Le idee dei vecchi presidenti sono sopravvissute a vari sconvolgimenti, tra la caduta dell\u2019Urss e la rinascita cinese, per approdare tranquille allo studio che ospitava l\u2019ultimo incontro tra i candidati alla Casa Bianca.<\/p>\n<p>Obama vorrebbe sfruttare meglio le energie rinnovabili, e spingere per creare automobili pi\u00f9 efficienti. Le aziende petrolifere, poi, dovrebbero impegnarsi a sfruttare circa 68 milioni di acri di terreno che hanno affittato, attualmente non impiegati per la produzione. McCain, punta soprattutto sulla costruzione di 45 nuove centrali nucleari e sullo sviluppo di centrali a carbone pulito. Vorrebbe inoltre rimuovere il blocco allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi marini oltre le 3,3 miglia nautiche. Entrambi i candidati sono intenzionati a \u201celiminare del tutto\u201d le importazioni energetiche \u201cdal Medio Oriente e dal Venezuela\u201d: secondo Obama lo si pu\u00f2 fare in dieci anni, secondo Mc Cain in \u201csette, otto o dieci\u201d.<\/p>\n<p><b>L\u2019esigenza di differenziare<\/b><br \/>\nSi spera che le energie alternative riescano a soddisfare una percentuale sempre maggiore delle necessit\u00e0 americane. Se questo sia effettivamente realizzabile rimando a<a href=\"http:\/\/www.macrolibrarsi.it\/libri\/__con_tutta_l_energia_possibile.php\" target=\"blank\"><b><u> un interessante libro di Leonardo Maugeri<\/u><\/b><\/a>. Ma oggi, la base del sistema energetico \u00e8 il petrolio, e le idee petrolifere dei candidati hanno molti aspetti problematici.<\/p>\n<p>I \u201c68 milioni di acri\u201d citati da Obama non sono del tutto \u201cvergini\u201d. Nel 2006 hanno ospitato circa 15.000 pozzi esplorativi, che sono saliti a 17.000 nel 2007. Non sono stati trovati bacini di dimensioni tali da giustificare investimenti per l\u2019estrazione.<\/p>\n<p>Quella dei bacini marini potrebbe sembrare una buona soluzione. Le attuali riserve terrestri americane ammontano a 21 miliardi di barili, mentre i principali depositi off-shore raggiungono i 59. Ma l\u2019esplorazione prenderebbe almeno un paio d\u2019anni, e la messa in produzione altri 5: gli Stati Uniti riuscirebbero a produrre al massimo altri 0,2 milioni di barili al giorno, mentre gi\u00e0 adesso ne consumano circa 13,5 milioni.<\/p>\n<p>Sembra quindi difficile che Washington possa fare a meno di Medio Oriente e Venezuela. Dall\u2019Arabia Saudita giungono 1,5 milioni di barili al giorno; 0,5 dall\u2019Iraq, in aumento; 0,2 dal Kuwait; 1,4 dal Venezuela. In totale, questi Paesi forniscono circa il 26% delle importazioni americane di petrolio, e il 18% del consumo americano.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 di pi\u00f9: le riserve americane hanno una vita residua di appena undici anni. \u00c8 opportuno privarsi dell\u2019accesso a quelle estere?<\/p>\n<p><b>Una nuova diplomazia energetica<\/b><br \/>\nObama e McCain vorrebbero puntare su Canada e Messico. Il Canada \u00e8 gi\u00e0 il primo Paese esportatore verso gli Stati Uniti, con 2,5 milioni di barili al giorno; il Messico \u00e8 terzo, con 1,5. In Messico non ci sono grandi possibilit\u00e0 di sviluppo: la vita residua delle riserve \u00e8 10 anni. In Canada, il 95% del petrolio ha forma di \u201csabbie petrolifere\u201d, costosissime da estrarre.<\/p>\n<p>Affidarsi a un ventaglio ampio di fornitori energetici \u00e8 un vantaggio strategico. Quando l\u2019uragano Katrina ha colpito le coste Sud degli Stati Uniti nel 2005, il petrolio \u00e8 stato importato dal Venezuela del burrascoso Chavez; ci\u00f2 ha consentito di mitigare gli effetti economici dell\u2019uragano.<\/p>\n<p>L\u2019indipendenza energetica sembra esser vista, da qualcuno, anche come soluzione per contenere il prezzo del barile. Ma ci sono molti dubbi che ci\u00f2 possa funzionare. Il mercato dell\u2019energia \u00e8 mondiale, e se il prezzo del barile aumenta in Europa, lo fa anche negli Stati Uniti. Nei periodi di crisi l\u2019America \u00e8 stata tentata pi\u00f9 volte dall\u2019isolazionismo. \u00c8 una tentazione che \u00e8 riemersa prepotentemente quest\u2019anno, anche se in una versione aggiornata, a vantaggio della propaganda elettorale.<\/p>\n<p>Sia Nixon che Carter, nonostante i loro piani, si trovarono ad affrontare problemi enormi proprio in Medio Oriente. Nixon dovette gestire la crisi dello Yom Kippur, con il corollario della ritorsione anti-americana dell\u2019Opec. Carter vide sbriciolarsi l\u2019equilibrio dell\u2019Iran, con i russi che entrarono in Afghanistan: una seria minaccia alle riserve del Golfo Persico. Chi ne venne fuori fu solo Reagan. Che sfrutt\u00f2 sia risorse domestiche, che internazionali. Rimosse i controlli sui prezzi. Furono attivati bacini in Alaska e Mare del Nord. Bill Casey, il direttore della Cia, fu inviato in Arabia Saudita a convincere il principe Turki del fatto che il barile alto finanziava le pulsioni militari sovietiche in Medio Oriente, ivi compresa l\u2019offensiva in Afghanistan. A tutto questo si aggiunse l\u2019apertura delle contrattazioni sui <i>futures<\/i> petroliferi, al Nymex, che introdusse nuova liquidit\u00e0 nel mercato delle <i>commodities<\/i>.<\/p>\n<p>Nel settembre del 1985, il Ministro del Petrolio saudita Yamani annunci\u00f2 che l\u2019Arabia Saudita avrebbe abbandonato il suo ruolo di \u201cregolatrice dei rapporti produttivi dell\u2019Opec\u201d. La quota saudita esplose da 2,3 milioni di barili al giorno, a oltre 4 alla fine dell\u2019anno. Nel maggio del 1986, il prezzo del barile scese sotto i dieci dollari.<\/p>\n<p>Bacini marini e pannelli solari non sono all\u2019altezza delle grandi iniziative degli anni Ottanta: non c\u2019\u00e8 vera politica petrolifera senza l\u2019Arabia Saudita. \u00c8 tempo di una nuova diplomazia energetica, non di isolazionismo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La crisi energetica arroventa il dibattito politico americano: \u00e8 l\u2019ora dei grandi cambiamenti. 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