{"id":64340,"date":"2009-02-03T13:18:49","date_gmt":"2009-02-03T12:18:49","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64340"},"modified":"2017-11-03T15:39:10","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:10","slug":"le-insidie-del-ribasso-del-petrolio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/02\/le-insidie-del-ribasso-del-petrolio\/","title":{"rendered":"Le insidie del ribasso del petrolio"},"content":{"rendered":"<p>L\u201911 luglio 2008 sar\u00e0 una data da ricordare nella storia dell\u2019energia: il petrolio ha raggiunto quel giorno il prezzo di 147 dollari al barile, massimo assoluto in termini nominali e reali. Una quotazione simile, probabilmente, non verr\u00e0 raggiunta di nuovo molto presto. Nei cinque mesi successivi al nuovo record, il barile ha perso poi il 70% del suo valore, tornando ai livelli del 2004: pochi mesi di crisi economica hanno cancellato tutti i guadagni realizzati in cinque anni. \u00c8 stata la discesa pi\u00f9 rapida della storia, che ha stracciato il primato precedente di \u201ccaduta\u201d, stabilito tra il 1983 e il 1986.<\/p>\n<p><b>Tra speculazione e mercato<\/b><br \/>\nNei mesi in cui il petrolio guadagnava valore settimana dopo settimana, si \u00e8 dibattuto molto se il fenomeno fosse provocato dalla \u201cspeculazione\u201d o dai \u201cfondamentali del mercato\u201d. Secondo i sostenitori della prima tesi il prezzo del greggio era gonfiato da una bolla finanziaria pronta a esplodere. Quanti invece ponevano l\u2019accento sulle dinamiche di offerta e consumo facevano notare come la produzione di petrolio non fosse in grado di tenere il passo della domanda, trainata peraltro dalle economie asiatiche: l\u2019aumento dei prezzi era, secondo loro, una conseguenza della scarsit\u00e0 relativa di petrolio.<\/p>\n<p>Nel discorso si \u00e8 inserito anche l\u2019economista Paul Krugman, che di l\u00ec a poco avrebbe ricevuto il premio Nobel per l\u2019economia. In un <a href=\"http:\/\/www.nytimes.com\/2008\/05\/12\/opinion\/12krugman.html\" target=\"blank\"><b><u>articolo pubblicato sul New York Times<\/u><\/b><\/a> il 12 maggio 2008, Krugman si schierava apertamente per la teoria dei \u201cfondamentali del mercato\u201d. Egli rilevava che la grandi corse speculative lasciano sempre una traccia evidente, cio\u00e8 un \u201caccumulo di scorte\u201d. Solo accumulando il petrolio nei depositi, sosteneva Krugman, si pu\u00f2 speculare, perch\u00e9 \u00e8 cos\u00ec che si impedisce alla produzione di raggiungere il mercato, alterando cos\u00ec la struttura dei prezzi.<\/p>\n<p>Non era il solo a pensarla cos\u00ec. Nell\u2019agosto 2008, il Congresso americano aveva iniziato a preoccuparsi molto della continua salita dei prezzi petroliferi: il barile sopra i 130 dollari stava lentamente esercitando una spinta inflattiva sull\u2019economia, minava settori industriali come quello automobilistico e aereo, ed esercitava un\u2019azione fin troppo energizzante sui programmi esteri di Paesi produttori quali Russia e Venezuela: all\u2019aumentare del prezzo del barile, l\u2019ambizione politica aumentava proporzionalmente. Il Venezuela si \u00e8 potuto permettere di spedire petrolio a prezzo di costo a Cuba, mentre la Russia ha impiegato parte dei proventi energetici per rimettere in moto la propria macchina bellica.<\/p>\n<p>Dall\u2019inchiesta realizzata dal Congresso sono emersi per\u00f2 pareri discordanti; tra gli altri, il banchiere di J.P. Morgan Lawrence Eagles ha confermato la tesi di Krugman: nella sua dichiarazione, ha sostenuto che \u201cgli alti prezzi energetici sono fondamentalmente un risultato di offerta e domanda\u201d.<\/p>\n<p>Chi ha mostrato pochi dubbi \u00e8 la rete televisiva Cbs: si \u00e8 trattato di speculazione. Nella celebre trasmissione di approfondimento \u201c60 minutes\u201d andata in onda l\u201911 gennaio \u00e8 stata ricordata un\u2019intervista rilasciata l\u2019estate scorsa da Dan Gilligan, presidente della \u201c<i>Petroleum Marketers Association<\/i>\u201d, un\u2019associazione di operatori commerciali del petrolio. Gilligan aveva rilevato che \u201cdal 60 al 70 % dei contratti petroliferi nel mercato dei futures \u00e8 detenuto da soggetti speculativi. Non da aziende che hanno bisogno di petrolio, non da compagnie aeree, non dalle aziende petrolifere, ma da investitori che stanno cercando di far soldi dalle loro posizioni speculative\u201d. L\u2019hedger Micheal Masters ha calcolato che gli investimenti degli istituti finanziari (fondi di investimento, banche d\u2019affari) in titoli petroliferi erano saliti da 13 a 300 miliardi di dollari in poco tempo. Si trattava di un enorme giro di cartaccia, che aveva poco a che vedere con lo scambio reale dei barili. Non appena l\u2019economia ha avuto dei problemi, il castello di cartacce \u00e8 venuto gi\u00f9 con i prezzi del petrolio.<\/p>\n<p><b>I nodi vengono al pettine<\/b><br \/>\nA giudicare dall\u2019evoluzione del mercato, sembrerebbe quindi che Krugman avesse sbagliato nella sua analisi. Eppure, se speculazione \u00e8 stata, una domanda rimane: come mai non si sono formate scorte?<\/p>\n<p>Parte della critica ha sostenuto che le scorte fossero state accumulate \u201csottoterra\u201d: \u00e8 bastato che i paesi produttori non immettessero nel mercato abbastanza petrolio, perch\u00e9 si attivasse una speculazione. Nella crisi del 1973 c\u2019era stato un accumulo di riserve \u201cmid-stream\u201d, visibili e monitorabili; nel boom del 2003-2008, l\u2019accumulo sarebbe stato invisibile, perch\u00e9 relativo a una riduzione della produzione \u201calla fonte\u201d. Forse Krugman aveva sbagliato nell\u2019adottare l\u2019approccio analitico del 1973 per la situazione del 2008?<\/p>\n<p>Probabilmente non era questo il problema: i paesi produttori lavoravano praticamente al massimo delle loro capacit\u00e0. Sembrerebbe quindi che la spiegazione dell\u2019assenza di scorte sia un\u2019altra: non c\u2019erano scorte, perch\u00e9 la domanda di petrolio stava salendo, e la produzione non cresceva abbastanza in fretta. Su questa \u201cbase di mercato\u201d, poi, si \u00e8 inserita la speculazione. Parte dell\u2019aumento dei prezzi dipendeva dai fondamentali di domanda e offerta: Krugman non aveva del tutto torto.<\/p>\n<p>Nel 2002, i Paesi produttori potevano gestire una capacit\u00e0 produttiva residua di oltre 5 milioni di barili al giorno, attivabile in caso di necessit\u00e0; nel 2004, questa capacit\u00e0 si era ridotta a meno di un milione di barili. Il problema \u00e8 che per attivare un progetto petrolifero servono almeno cinque anni (periodo che ultimamente tende peraltro ad allungarsi), e l\u2019offerta \u00e8 sempre in ritardo rispetto alla domanda. Il <i>Baker Institute <\/i>ha rilevato che dal 1998 gli investimenti in ricerca e sviluppo delle cinque maggiori compagnie petrolifere mondiali non sono aumentati in maniera significativa, almeno fino al 2006.<\/p>\n<p>Anche i dati relativi agli stock petroliferi americani provano che l\u2019aumento dei prezzi aveva una base \u201creale\u201d. All\u2019inizio del 2003, nei depositi americani c\u2019erano circa 1.553 milioni di barili; alla fine del 2007 1.671 milioni. C\u2019\u00e8 stato perci\u00f2 un pur minimo aumento annuale nei depositi dell\u20191,7%, che comunque \u00e8 stato superiore all\u2019aumento dei consumi petroliferi americani, che nello stesso periodo \u00e8 stato dell\u20191,2% circa l\u2019anno.<\/p>\n<p>Il vero problema arriva ora. Ci\u00f2 che si trascura di rilevare infatti \u00e8 che, cos\u00ec come c\u2019\u00e8 stata speculazione al rialzo, adesso la speculazione potrebbe essere \u201cal ribasso\u201d. Cos\u00ec come prima i fondi speculativi scommettevano sul rialzo delle quotazioni petrolifere, adesso puntano a un ribasso. L\u2019attuale valore del barile, ancora una volta, non rispecchia le necessit\u00e0 del mercato.<\/p>\n<p>Ma stavolta \u00e8 diverso dall\u2019anno precedente. Nel 2007, il 56% dei maggiori introiti petroliferi \u00e8 stato investito dalle cinque maggiori compagnie petrolifere internazionali in operazioni finanziarie, e non in esplorazione e produzione. Soprattutto da parte della maggiore di esse, la Exxon, c\u2019era la consapevolezza che il prezzo alto era dovuto alla speculazione, e perci\u00f2 non giustificava nuove iniziative di esplorazione. Si \u00e8 preferito \u201cincassare\u201d gli introiti in eccesso. Adesso, il petrolio sotto i 40 dollari ha il potenziale di bloccare gran parte delle nuove iniziative. Se nel 2009 le aziende petrolifere bloccano gli investimenti in esplorazione e sviluppo, l\u2019industria petrolifera potrebbe arrivare alla prevista rinascita economica del 2011-2012 con un impellente deficit produttivo.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 il 23 ottobre dell\u2019anno scorso il <i>Financial Times <\/i>titolava \u201cI prezzi petroliferi in caduta mettono a rischio le forniture\u201d. E il petrolio era ancora a 70 dollari al barile. Questa situazione ha forti implicazioni politiche. Molti paesi produttori hanno basato le loro politiche fiscali nazionali su un profilo di prezzi per il settore del petrolio superiore ai 60 dollari. La compagnia di stato russa Gazprom, ai tempi dell\u2019articolo del <i>Financial Times<\/i>, aveva annunciato difficolt\u00e0 nel rifinanziare il suo debito. Non si tratta di una crisi solo industriale: fino al 2008 il petrolio ha rappresentato il 50% delle esportazioni russe.<\/p>\n<p>Altri Paesi meno stabili della Russia, quali il Venezuela o la Nigeria, hanno basato le loro proiezioni economiche su un profilo di prezzo petrolifero che in alcuni casi supera gli 80 dollari al barile. Certo: potrebbe essere stato un loro errore di valutazione. Ma un prezzo troppo basso, come rilevato da molteplici ricerche, ha il potenziale di scatenare degli sconvolgimenti politico-sociali che bloccherebbero la produzione nazionale. Le tensioni civili sorte ad Aceh nel 1998 e in Angola nel 2002, cos\u00ec come la stessa crisi sovietica sul finire degli anni novanta, hanno avuto come causa scatenante uno shock petrolifero al ribasso, e ci sono voluti anni perch\u00e9 questi paesi tornassero a un livello produttivo proporzionato alle loro capacit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u201911 luglio 2008 sar\u00e0 una data da ricordare nella storia dell\u2019energia: il petrolio ha raggiunto quel giorno il prezzo di 147 dollari al barile, massimo assoluto in termini nominali e reali. Una quotazione simile, probabilmente, non verr\u00e0 raggiunta di nuovo molto presto. 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