{"id":64371,"date":"2009-01-30T14:12:36","date_gmt":"2009-01-30T13:12:36","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64371"},"modified":"2017-11-03T15:39:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:11","slug":"lombra-di-obama-sulle-elezioni-israeliane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/01\/lombra-di-obama-sulle-elezioni-israeliane\/","title":{"rendered":"L\u2019ombra di Obama sulle elezioni israeliane"},"content":{"rendered":"<p>Il ciclone Obama sta investendo anche la campagna elettorale israeliana, quasi pi\u00f9 intensamente della guerra di Gaza, su cui il consenso interno era (e rimane) pressoch\u00e9 totale. Tzipi Livni, ministro degli Esteri e leader del partito di centro Kadima sta usando l&#8217;argomento che solo un governo guidato da lei pu\u00f2 trattare efficacemente con gli americani. Un governo diretto da Benjamin Netanyahu, il leader del partito di destra, il Likud, avrebbe invece, mette in guardia la Livni, molte pi\u00f9 difficolt\u00e0 con la nuova amministrazione. Accusa solo in parte vera: nessuno tra i politici israeliani conosce meglio gli Stati Uniti di Netanyahu, che sa quanto gli americani sappiano essere, in certe situazioni, molto determinati. Un piccolo e recentissimo segnale: anche Bush a fine mandato non ha concesso il perdono presidenziale a Jonathan Pollard, ebreo americano condannato nel 1986 per spionaggio a favore di Israele.<\/p>\n<p><b>Uno scenario complesso<\/b><br \/>\nLe elezioni del 10 febbraio vedranno probabilmente una forte risalita della destra del Likud, che potrebbe arrivare a conquistare 29 seggi, e anche la destra pi\u00f9 radicale di Avigdor Lieberman, Israel Beitenu (Israele Casa Nostra), che ha la sua base tra gli ebrei provenienti dalla Russia, sembra destinata ad accrescere il suo peso elettorale. Kadima perder\u00e0 alcuni seggi come anche i laburisti guidati da Ehud Barak, ministro della Difesa, in caduta libera fino alla guerra di Gaza e poi in ripresa.<\/p>\n<p>\u00c8 probabile inoltre che i partiti di estrema destra, gli ultraortodossi e i partiti arabi mantengano i loro voti, avendo un elettorato per definizione fedele. Gli spostamenti saranno quindi per lo pi\u00f9 il risultato di una parziale erosione di posizioni altrui, anche se i partiti summenzionati si spartiranno i voti in libera uscita del Partito dei pensionati, formazione di destra atipica che aveva avuto ben 7 seggi nel 2006.<\/p>\n<p>Se queste previsioni saranno rispettate, Kadima e Likud saranno virtualmente alla pari e per il presidente Shimon Peres la scelta della personalit\u00e0 a cui conferire l&#8217;incarico di primo ministro sar\u00e0 particolarmente difficile. Per non parlare della formazione del nuovo esecutivo. Sar\u00e0, con ogni probabilit\u00e0, un governo sotto il ricatto costante dei partitini, che pender\u00e0 comunque a destra perch\u00e9 la sinistra in Israele \u00e8 oggi chiaramente minoranza.<\/p>\n<p>Il 2009 sar\u00e0 un anno di profonda revisione dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Obiettivi, strategie, metodi dovranno essere ridefiniti. Il cambiamento forse non sar\u00e0 radicale, ma neppure cosmetico. Non sar\u00e0 un processo indolore, certamente non per Israele, a lungo abituata all&#8217;indulgenza di Bush e in genere convinta di poter in un modo o nell\u2019altro influenzare l&#8217;amico americano. Due paesi alleati, ma che hanno obiettivi molto diversi e non di rado divergenti &#8211; globali, quelli americani, regionali se non domestici, quelli di Israele. E nei disegni strategici degli Usa, unica superpotenza globale rimasta, Israele non pu\u00f2 che avere un ruolo nel complesso, secondario rispetto ad altre priorit\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;iniziativa non potr\u00e0 che venire da Washington, da una presidenza Obama i cui elementi di discontinuit\u00e0 rispetto alla politica di Bush sono visti in Israele come potenzialmente dirompenti. Il Segretario di Stato Hillary Clinton non \u00e8 pi\u00f9 la senatrice di New York, cos\u00ec attenta alle priorit\u00e0 di Israele, bens\u00ec la teorica dello<i> smart power<\/i>. L&#8217;inviato speciale per il Medio Oriente George Mitchell, che si \u00e8 gi\u00e0 occupato di Israele e Palestina per conto di Bill Clinton e George Bush, stavolta ha alle spalle una presidenza che intende perseguire una politica \u201caggressiva\u201d, come la si \u00e8 definita, in vista di un accordo di pace. Il fatto poi che Obama abbia scelto di fare la sua prima telefonata all\u2019estero al Presidente dell\u2019Autorit\u00e0 nazionale palestinese, Abu Mazen, ha suscitato molti sospetti e apprensioni in Israele.<\/p>\n<p>Anche la presenza alla Casa Bianca di un capo di gabinetto considerato filoisraeliano come Rahm Emanuel non si presta a un\u2019interpretazione univoca: non sono pochi infatti i sostenitori americani di Israele che parlano di una nuova politica, di <i>tough love<\/i>. Appoggio s\u00ec, ma con franchezza e se necessario con durezza. Israele rigetta da sempre l&#8217;appoggio critico, valga l&#8217;esempio dell\u2019insofferenza verso le critiche europee, ma con gli Stati Uniti avr\u00e0 molta pi\u00f9 difficolt\u00e0 a tenere quest\u2019atteggiamento di chiusura. Peraltro, membri dell\u2019amministrazione come Mitchell e Emanuel, e la stessa Clinton, conoscono bene tutti gli argomenti, anzi tutti i trucchi delle due parti in conflitto, le quali quindi ben difficilmente potranno limitarsi alle vuote promesse fatte tante volte a Condoleezza Rice. Sullo sfondo restano i rapporti sempre pi\u00f9 dialettici con la comunit\u00e0 ebraica americana, che ha votato in massa per Obama, vuole la pace e non condivide molte delle scelte, politiche, ma anche religiose, dei confratelli israeliani. Il confronto tra queste diverse visioni dell&#8217;ebraismo, finora svoltosi a porte rigorosamente chiuse, sta diventando pubblico, e tende a inasprirsi.<\/p>\n<p><b>Problemi di fondo<\/b><br \/>\nMa anche con un intenso e costruttivo ruolo americano, il percorso verso la pace \u00e8 estremamente difficile a causa di due nodi molto complicati che possono essere risolti solo attraverso iniziative risolute e coraggiose.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 la definizione di un interlocutore palestinese autentico sulla base dei risultati delle elezioni del parlamento e del presidente palestinese previste per l&#8217;inizio del 2010. Hamas ha vinto le elezioni del 2006, che a detta degli stessi osservatori internazionali si sono svolte in modo corretto, ed \u00e8 presumibile che le rivinca tra meno di un anno. Se la guerra di Gaza voleva impedire proprio questo, potrebbe facilmente rivelarsi un boomerang. Finora Israele e l\u2019Occidente hanno fatto leva sulla spaccatura, accentuata anche ad arte, tra Hamas e Autorit\u00e0 Palestinese\/Fatah, ma non \u00e8 detto che questo sia ancora possibile dopo elezioni che vedano Hamas conquistare anche la presidenza. Senza un interlocutore palestinese affidabile e rappresentativo di tutti i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, non esiste alcuna possibilit\u00e0 di accordo.<\/p>\n<p>Il che porta a una conclusione inevitabile: occorre trattare con Hamas con intelligenza e audacia, e sfruttare fino in fondo le sue caratteristiche meno esplorate: non vuole perdere il suo elettorato, in buona parte laico e giovane, e ha una duttilit\u00e0 volutamente ignorata. Gli Stati Uniti hanno in questo campo capacit\u00e0 che vengono da lontano: nel 1970, nel bel mezzo del Settembre Nero, quando re Hussein us\u00f2 l&#8217;esercito per espellere la leadership e le milizie dell&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) dalla Giordania, un giovane diplomatico americano, Robert Pelletreau, inizi\u00f2 contatti informali ad Amman, in Giordania, con l&#8217;Olp, e li riprese a Tunisi, allora sede dell&#8217;Olp, a fine 1988, con un percorso che sarebbe poi sfociato negli accordi di Oslo.<\/p>\n<p>Con una controparte palestinese forte \u2013 esattamente il contrario di quanto perseguito da Israele fino a oggi \u2013 si pu\u00f2 sperare di mettere intorno al tavolo Israele, palestinesi, vicini arabi, garanti e sponsor occidentali in vista della creazione di un unico stato palestinese, capace di autosostenersi, sulle linee del piano saudita del 2002, accettato dalla Lega Araba, che vuole il ritorno dei confini di Israele alla linea ante-1967, salvo aggiustamenti concordati.<\/p>\n<p>L&#8217;altro nodo \u00e8, se possibile, ancora pi\u00f9 complesso. La cosa che spaventa e ferma Israele, pi\u00f9 dei problemi di sicurezza con il vicino palestinese, \u00e8 la prospettiva di un immane trasferimento dei coloni. Pare che i coloni ebrei della Cisgiordania siano 250 mila. \u00c8 possibile, anzi necessario, che gli aggiustamenti di confine comprendano una parte notevole dei blocchi di insediamenti intorno a Gerusalemme. Anche in questo modo, decine di migliaia di persone rimarrebbero al di l\u00e0 dei nuovi confini.<\/p>\n<p>Ma un numero non definito (svariate migliaia?) rifiuterebbe questi spostamenti. Ci\u00f2 porrebbe Israele su un pericolosissimo piano inclinato. Lo sgombero di Gaza \u00e8 stato visto come evento terribile e traumatico \u2013 e i coloni erano solo 7000. Agli immani costi politici ed economici di un trasferimento pacifico \u2013 e i soldi possono arrivare dall\u2019Europa o da altre fonti \u2013 si aggiungerebbe infatti il rischio di una profonda crisi di identit\u00e0 di Israele e del sionismo, con effetti incalcolabili e di lunga durata. Sarebbe la crisi peggiore nella storia dello Stato e del sionismo con possibili sviluppi drammatici: l&#8217;esecuzione forzata dello sgombero, la resistenza forse armata, il rischio della disobbedienza dell&#8217;esercito e della scomunica di parte del rabbinato. Uno scenario da incubo anche per i laici e i moderati che in Israele desiderano innanzi tutto la pace.<\/p>\n<p>L&#8217;alternativa, purtroppo, \u00e8 lo stallo: il sorpasso demografico dei palestinesi sugli israeliani, il deterioramento della democrazia di Israele, una serie di (piccole?) guerre locali e il rischio di conflitti pi\u00f9 ampi, l&#8217;isolamento.<\/p>\n<p>Serve un\u2019azione decisa, coerente nel tempo, che non potr\u00e0 evidentemente dipendere solo dall\u2019esito delle elezioni israeliane del 10 febbraio, ma deve fondarsi su una regia forte e discreta, che possa contare su adeguate risorse finanziarie. Ovvero una regia americana capace e un generoso sostegno europeo e arabo, che possano sfruttare la finestra di opportunit\u00e0 che si \u00e8 aperta e che potrebbe richiudersi ben presto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il ciclone Obama sta investendo anche la campagna elettorale israeliana, quasi pi\u00f9 intensamente della guerra di Gaza, su cui il consenso interno era (e rimane) pressoch\u00e9 totale. Tzipi Livni, ministro degli Esteri e leader del partito di centro Kadima sta usando l&#8217;argomento che solo un governo guidato da lei pu\u00f2 trattare efficacemente con gli americani. 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