{"id":64417,"date":"2008-11-05T15:09:52","date_gmt":"2008-11-05T14:09:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64417"},"modified":"2017-11-03T15:39:24","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:24","slug":"le-scelte-non-piu-rinviabili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/11\/le-scelte-non-piu-rinviabili\/","title":{"rendered":"Le scelte non pi\u00f9 rinviabili"},"content":{"rendered":"<p>Nell\u2019elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l\u2019economia \u2013 non vi sono dubbi \u2013 ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perch\u00e9 lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l\u2019economia americana.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 da augurarsi che abbiano ragione. La crisi che si \u00e8 abbattuta sugli Stati Uniti \u2013 e sul resto del mondo &#8211; \u00e8 in effetti di una gravit\u00e0 senza precedenti in questo secondo dopoguerra. Basta dare uno sguardo ai dati pi\u00f9 recenti.<\/p>\n<p>L\u2019economia \u00e8 entrata in una fase di recessione trainata dalla riduzione dei consumi (-3,1 per cento nel terzo trimestre) che hanno costituito il motore della ripresa in tutti questi anni. Erano sempre aumentati fin dalla recessione del 1991 e una contrazione cos\u00ec rapida del consumo non si verificava da circa trent\u2019anni (dal 1980), ai tempi della lotta contro l\u2019inflazione. Di questo passo il tasso di disoccupazione rischia di salire oltre il 7,5 per cento gi\u00e0 nella prima parte del prossimo anno, superando i massimi delle ultime due recessioni (2001 e 1991).<\/p>\n<p>Un\u2019economia in sofferenza, dunque, che rischia di sprofondare in una fase di stagnazione economica, di cui nessuno oggi sa prevedere intensit\u00e0 e durata. Una incertezza per lo pi\u00f9 determinata dalle sorti altrettanto incerte della disastrata finanza americana. Non c\u2019\u00e8 che dire, una pesante eredit\u00e0 quella dell\u2019Amministrazione Bush, che \u00e8 riuscita a trasformare in questi otto anni l\u2019enorme surplus fiscale dell\u2019inizio secolo in enormi disavanzi verso l\u2019interno (deficit pubblico) e verso l\u2019estero (deficit del conto corrente).<\/p>\n<p><b>La prima sfida: evitare una stagnazione-deflazione<\/b><br \/>\nLa sfida prioritaria e immediata del Presidente Obama sar\u00e0 in qualche modo scontata: cercare di evitare che la recessione in corso possa trasformarsi in una fase di depressione, perdurante nel tempo e dai risvolti drammatici, non solo per l\u2019economia. Tanto pi\u00f9 che in uno scenario cos\u00ec negativo si potrebbe materializzare anche lo spettro di una deflazione \u2013 ovvero di una riduzione generalizzata dei prezzi. Nel far lievitare il costo reale dell\u2019indebitamento renderebbe sempre pi\u00f9 difficile uscire dalla fase di ristagno. Una trappola letale, quest\u2019ultima, in cui \u00e8 caduta l\u2019economia giapponese negli anni Novanta, rimanendovi dieci lunghi anni.<\/p>\n<p>Ma cosa si pu\u00f2 fare? La risposta, secondo molti, sta in una politica fiscale espansiva, anche perch\u00e9 la politica monetaria, con tassi di interesse all\u20191 per cento, sembra aver ormai esaurito le proprie munizioni. Il problema \u00e8 che un tale intervento, per essere efficace, deve assumere dimensioni davvero rilevanti. Se teniamo conto della attesa contrazione (le stime parlano di una somma compresa tra 350 e 450 miliardi di dollari nel 2009 rispetto al 2008) della spesa privata aggregata, consumi pi\u00f9 investimenti, lo stimolo fiscale non dovrebbe scendere al di sotto dei 200 miliardi di dollari e auspicabilmente arrivare a 300 miliardi, semprech\u00e9 si voglia produrre un impatto significativo sull\u2019economia.<\/p>\n<p>Per quanto sia plausibile che alcune prime limitate misure in tale direzione possano essere decise anche dalla Amministrazione uscente nelle dodici settimane che ci separano dall\u2019insediamento del nuovo Presidente ( 20 gennaio 2009), toccher\u00e0 al Presidente Obama varare il grosso della manovra espansiva, decidendo quando e come intervenire.<\/p>\n<p>Le opportunit\u00e0 certo non mancano se si guarda alla lunga lista di interventi promessi dal candidato democratico durante la campagna elettorale, che vanno da estesi sgravi fiscali a misure di sostegno dei mutui immobiliari, da aiuti alle imprese alla modernizzazione delle infrastrutture, solo per citare i pi\u00f9 rilevanti. Finalit\u00e0 tutte lodevoli, tra cui scegliere in base sia alla rilevanza politico-economica dei destinatari sia alle capacit\u00e0 di generare nelle varie aree e in tempi rapidi spese e domanda addizionali. E dovranno essere scelte molto oculate, in quanto l\u2019elevata entit\u00e0 delle risorse da destinare agli interventi da realizzare subito per stimolare e rilanciare l\u2019economia finiranno per ridurre drasticamente gli spazi e ridimensionare le ambizioni del programma economico di Obama.<\/p>\n<p>Anche prima dei costi del salvataggio delle banche americane e del programma di rilancio a breve dell\u2019economia, il deficit pubblico americano era previsto per il prossimo anno intorno ai 455 miliardi di dollari. Le misure gi\u00e0 intraprese e da intraprendere faranno rapidamente lievitare tale cifra, fino a raddoppiarla, col rischio di spingere il disavanzo pubblico a toccare il prossimo anno un trilione di dollari. Un disavanzo eccezionale, certo giustificato dalla eccezionalit\u00e0 degli eventi che si stanno vivendo, ma che imporr\u00e0 in futuro alla nuova Amministrazione democratica, una volta arginata la fase recessiva, una politica di austerit\u00e0 e di disciplina finanziaria. La stessa sorte, d\u2019altra parte, toccata a Bill Clinton dopo l\u2019elezione negli anni Novanta.<\/p>\n<p><b>Per un nuovo governo dell\u2019economia globale multipolare<\/b><br \/>\nLe nuove regole e gli strumenti di governo dell\u2019economia globale sar\u00e0 l\u2019altro terreno che richieder\u00e0 un impegno e decisioni di grande rilievo, anche a breve, da parte del nuovo Presidente. Sono in molti oggi a riconoscere che l\u2019assenza di adeguate regole e controlli nella finanza americana e internazionale abbia rappresentato una delle maggiori cause della crisi mondiale in corso. Si sta riproponendo con forza la necessit\u00e0 di rinnovare regole e istituzioni internazionali in una prospettiva di rilancio e rafforzamento del multilateralismo, per tentare di rimettere in piedi un sistema finanziario stabile in grado di assorbire gli shock.<\/p>\n<p>La \u2018road map\u2019 \u00e8 ambiziosa e parla esplicitamente di riforma del Fondo monetario internazionale e dell&#8217;allargamento del G8 in G14. Pur se indeboliti dalla crisi, gli Stati Uniti e il suo nuovo Presidente avranno \u2013 si pu\u00f2 essere certi &#8211; un ruolo determinante nel disegno dei nuovi assetti. Anche perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 accordo tra i maggiori paesi sull\u2019agenda delle cose da fare e le nuove potenze emergenti, con la Cina in prima fila, dispongono di poteri di veto decisivi nel nuovo sistema multipolare.<\/p>\n<p>Per alcuni paesi, soprattutto alcune economie asiatiche, gli interventi dovrebbero soprattutto concentrarsi nel campo della finanza e dei mercati finanziari, nazionali e internazionali. Altri paesi, in prima fila Francia e Italia, ritengono inevitabile, viceversa, estendere il campo delle riforme al sistema monetario internazionale e ai profondi squilibri che lo hanno caratterizzato negli ultimi dieci anni, contribuendo alla crisi in corso.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile prevedere oggi quale posizione potranno assumere il Presidente Obama e la nuova Amministrazione democratica. Anche se c\u2019\u00e8 poco da illudersi. L\u2019interesse americano \u00e8 comunque per una difesa dell\u2019attuale regime monetario internazionale imperniato sul dollaro, anche se c\u2019\u00e8 consapevolezza della necessit\u00e0 di aggiustamenti e ristrutturazioni su pi\u00f9 fronti, a partire dalla finanza. Saranno decisive, in questo caso, le scelte della Cina, da un lato, e le divisioni dell\u2019Europa, dall\u2019altro, a tutt\u2019oggi molto forti e su temi tutt\u2019altro che marginali.<\/p>\n<p>Il raggiungimento di un buon accordo internazionale anche se limitato ai temi della finanza potrebbe spianare la strada a forme di intesa tra paesi anche in altri campi, e primo fra tutti in tema di energia e ambiente. In quest\u2019area si dovrebbero registrare forti discontinuit\u00e0 rispetto alle negligenze e agli ostruzionismi dell\u2019era di Bush. Obama si \u00e8 dichiarato a pi\u00f9 riprese favorevole a una riapertura del negoziato internazionale sull\u2019effetto serra e a un regime di \u2018cap and trade \u2018 delle emissioni per arrivare a una riduzione dell\u201980% entro il 2050. Sono obiettivi del tutto in linea con quelli dell\u2019Europa che potrebbero favorire il formarsi una forte alleanza transatlantica su questi temi, decisiva sia per convincere i grandi paesi emergenti \u2013 in prima fila Cina e India &#8211; a partecipare pi\u00f9 attivamente ai negoziati in corso sia per spianare la strada a un accordo mondiale a tutela dell\u2019ambiente cha vada oltre Kyoto.<\/p>\n<p>Va altres\u00ec ricordato che, sempre in questo campo, Obama ha posto le energie rinnovabili come uno dei temi chiave del suo programma economico, prospettando investimenti, sia come volano fondamentale dell\u2019indipendenza energetica degli Stati Uniti sia come perno di una rivoluzione industriale in grado di rilanciare l\u2019economia Usa dopo \u2018l\u2019era del debito\u2019.<\/p>\n<p><b>L\u2019agenda domestica e l\u2019impoverimento della classe media<\/b><br \/>\nAi primi posti dell\u2019agenda economica di Obama resta comunque l\u2019obiettivo di risollevare le sorti della classe media americana. Da molti anni i redditi reali della parte maggioritaria della cittadinanza americana ristagnano o diminuiscono, anche nelle fasi di espansione dell\u2019economia. Specularmente, l\u20191 per cento pi\u00f9 ricco dei percettori di redditi si \u00e8 fortemente arricchito in questi stessi anni ed \u00e8 arrivato a controllare una quota pari a circa il 20 percento del reddito nazionale americano. Bisogna tornare agli anni Venti per trovare una cos\u00ec forte sperequazione nella distribuzione del reddito degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Il Presidente Obama, come ha promesso pi\u00f9 volte in campagna elettorale, \u00e8 favorevole a una svolta radicale nella politica di redistribuzione del reddito. E cercher\u00e0 di attuarla cominciando a rendere la tassazione per certi versi pi\u00f9 progressiva e usando gli sgravi fiscali per migliorare le condizioni dei lavoratori e dei cittadini a medio e basso reddito. Per gli altri le aliquote dovrebbero aumentare.<\/p>\n<p>L\u2019altra area domestica che richiamer\u00e0 in via prioritaria l\u2019attenzione e gli sforzi del nuovo Presidente sar\u00e0 certamente la sanit\u00e0. Qui c\u2019\u00e8 da fronteggiare il drammatico aumento dei costi e l\u2019ulteriore aumento del numero dei cittadini americani privi di qualunque assistenza sanitaria. Le proposte di Obama sono assai ambiziose e pur non sposando l\u2019approccio europeo di una sanit\u00e0 pubblica universale si ripromettono di estendere significativamente la copertura sanitaria a una buona fetta di coloro che oggi ne sono sprovvisti, stimati in circa 50 milioni. Ma in entrambi i casi \u2013 sanit\u00e0 e redistribuzione del reddito &#8211; le politiche della nuova Amministrazione dovranno fare i conti con gli angusti vincoli di bilancio prima ricordati.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 comunque da augurarsi, non solo per gli Stati Uniti ma anche per larga parte del resto del mondo, che l\u2019Agenda domestica del Presidente Obama abbia successo per il nesso oggi esistente tra politiche domestiche di tutela del benessere dei cittadini e possibilit\u00e0 di mantenimento di un sistema internazionale aperto e integrato.<\/p>\n<p>Su quest\u2019 ultimo fronte, e soprattutto sul tema delle aperture commerciali, la posizione di Obama desta qualche allarme e vive preoccupazioni. Fin dall\u2019inizio della campagna elettorale il candidato democratico si \u00e8 dichiarato scettico sul libero commercio rivendicando, per contro, la necessit\u00e0 di un non meglio precisato \u2018commercio equo\u2019 (fair trade) e condannando apertamente le imprese che investono e mandano all\u2019estero i posti di lavoro. Alcuni dei suoi pi\u00f9 autorevoli consulenti hanno cercato di minimizzare, affermando che si tratta di una posizione puramente tattica per tener conto degli umori dell\u2019elettorato. C\u2019\u00e8 da augurarselo, anche se i timori restano che il Presidente Obama sia convinto che barriere e controlli protezionistici possano servire a mantenere i posti di lavoro e migliorare gli standard di reddito dei cittadini americani. \u00c8 semmai vero il contrario.<\/p>\n<p><b>Preservare l\u2019integrazione economica internazionale<\/b><br \/>\nPolitiche efficaci sul fronte domestico dirette a meglio tutelare il benessere del cittadino medio americano potrebbero comunque aiutare il nuovo Presidente a optare in favore di un deciso consolidamento dell\u2019apertura e dell\u2019integrazione dell\u2019economia americana. Negli Stati Uniti, al pari di quanto avviene in altre aree avanzate l\u2019apertura commerciale, e pi\u00f9 in generale, la globalizzazione sono divenuti da tempo temi molto impopolari. E la crisi ha ulteriormente peggiorato le cose. A questo riguardo limitarsi a riconoscere che un sistema internazionale aperto e integrato rappresenta un motore fondamentale della crescita mondiale e costituisce un\u2019opzione decisiva per lo sviluppo di tanti paesi poveri \u00e8 certo importante ma non serve a catturare maggiori consensi.<\/p>\n<p>Per rispondere in positivo alle ansie e paure dei cittadini \u00e8 in effetti necessario, oltrech\u00e9 fissare nuove regole a livello internazionale, varare un\u2019agenda di riforme e politiche a livello domestico che si facciano carico di ammortizzare i costi dell\u2019aggiustamento e dell\u2019apertura rafforzando e migliorando i programmi di \u201csafety nets\u201d. Di questi costi si \u00e8 tenuto conto finora assai poco negli Stati Uniti e nei paesi avanzati in generale, confidando troppo sugli effetti compensativi della crescita globale. \u00c8 necessaria in realt\u00e0 una decisa inversione di rotta. Ci\u00f2 significa, pi\u00f9 in generale, cercare di rendere compatibili una graduale crescente integrazione internazionale delle economie con obiettivi di innalzamento degli standard di vita dei cittadini in tema di lavoro, ambiente e salute. Un compito tutt\u2019altro che facile. Anzi si potrebbe dire alla luce di ci\u00f2 che \u00e8 avvenuto finora difficilmente realizzabile.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 comunque da augurarsi che un nuovo corso si affermi a partire dalla politica economica del Presidente Obama. Va rammentato a questo riguardo che se i maggiori paesi, a partire dagli Stati Uniti, non saranno in grado di assicurare, anche solo in parte, nei prossimi anni una Agenda di questo genere gli effetti potrebbero essere drammaticamente negativi, in tema di nuove chiusure e conflitti protezionistici. Come gli storici economici hanno ampiamente dimostrato la prima grande ondata della globalizzazione (1815-1913) fall\u00ec miseramente proprio a causa della incapacit\u00e0 di governare i costi e le tensioni domestiche create dall\u2019espansione della finanza e del commercio globali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell\u2019elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti l\u2019economia \u2013 non vi sono dubbi \u2013 ha avuto un ruolo determinante. Una larga fetta dei cittadini americani lo ha votato perch\u00e9 lo ritiene in grado di fronteggiare, meglio del suo avversario, il senatore McCain, i gravi problemi che affliggono l\u2019economia americana. C\u2019\u00e8 da augurarsi che [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[80,109],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64417"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=64417"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64417\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":64418,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/64417\/revisions\/64418"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=64417"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=64417"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=64417"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}