{"id":64447,"date":"2009-01-26T13:09:44","date_gmt":"2009-01-26T12:09:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64447"},"modified":"2017-11-03T15:39:12","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:12","slug":"le-ambizioni-di-obama-e-i-limiti-della-leadership-usa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/01\/le-ambizioni-di-obama-e-i-limiti-della-leadership-usa\/","title":{"rendered":"Le ambizioni di Obama e i limiti della leadership Usa"},"content":{"rendered":"<p>Con Obama gli Stati Uniti hanno l\u2019occasione di riaffermare la propria leadership internazionale negoziando pragmaticamente con alleati e avversari. \u00c8 una delle conclusioni del rapporto di Chatham House, uno dei pi\u00f9 prestigiosi istituti britannici di politica internazionale, anticipato dal direttore Robin Niblett all\u2019indomani del giuramento di Obama. Il rapporto analizza i limiti strutturali della leadership americana e offre interessanti prospettive sulla nuova presidenza.<\/p>\n<p><b>I limiti degli Stati Uniti<\/b><br \/>\nL\u2019ambizione dell\u2019amministrazione Obama \u00e8 chiara e dichiarata: rinnovare la leadership americana nel mondo, principalmente attraverso quello che \u00e8 stato definito <i>smart power<\/i>, cio\u00e8 un\u2019accorta combinazione di <i>soft power <\/i>\u2013 ad esempio la forza dell\u2019esempio morale attraverso la chiusura di Guantanamo \u2013 e <i>hard power<\/i> \u2013 ad esempio i 20.000 marines che si preparano a partire per l\u2019Afghanistan. Tuttavia, secondo l\u2019analisi di Chatham House, la realt\u00e0 internazionale pone oggi, rispetto a otto ani fa, una serie di nuovi limiti all\u2019influenza americana nel mondo. In primo luogo, altri poli del sistema internazionale stanno chiaramente emergendo nelle varie regioni del mondo, in primis la Cina, che contende agli Stati Uniti l\u2019influenza sia in Africa che in America del Sud, ma anche Brasile e Russia che vogliono affermarsi o riaffermarsi come potenze regionali. Strettamente legato a questo fenomeno vi \u00e8 l\u2019intensificarsi delle cooperazioni regionali da cui gli Stati Uniti sono esclusi: ad esempio la <i>Shanghai Cooperation Organization<\/i>, a cui partecipano Russia, Cina e quattro repubbliche centroasiatiche, punta a diventare il principale forum panasiatico in funzione antiamericana, mentre l\u2019Ue costituisce l\u2019ossatura di un autonomo polo europeo.<\/p>\n<p>In secondo luogo, l\u2019America \u00e8 percepita oggi pi\u00f9 come fonte che come soluzione dei problemi internazionali, dalla crisi economica, che ha avuto origine proprio negli Usa, alle emissioni di gas serra, di cui Washington \u00e8, in termini quantitativi, il maggiore responsabile. In un mondo sempre pi\u00f9 interdipendente ci\u00f2 danneggia l\u2019immagine e, di riflesso, la leadership americana. Infine, la presenza delle truppe statunitensi in Iraq e Afghanistan rende gli Stati Uniti non pi\u00f9 un attore esterno della regione, ma un attore interno, \u201cfisicamente\u201d soggetto ad attacchi e rappresaglie, e quindi con una libert\u00e0 di azione limitata.<\/p>\n<p><b>Una leadership pi\u00f9 accorta<\/b><br \/>\nLa leadership americana \u00e8 quindi destinata a finire? No, per diversi motivi. Dal punto di vista interno, gli Stati Uniti rimangono, per peso economico, dinamica demografica, primato tecnologico e forza militare, l\u2019unica superpotenza mondiale. Dal punto di vista esterno, secondo Chatham House non vi sono alternative alla leadership americana, considerando che la Cina ha troppi problemi interni da affrontare, che la Russia per demografia ed economia pu\u00f2 ambire al massimo ad essere una potenza regionale, e che l\u2019Ue, vista da questa sponda della Manica, manca sia della volont\u00e0 che delle capacit\u00e0 necessarie per un ruolo di leadership mondiale. Assumendo come inevitabile e anche desiderabile il ruolo guida di Washington, in linea con il tradizionale approccio britannico, Chatham House formula una serie di pragmatiche e interessanti raccomandazioni al nuovo presidente americano.<\/p>\n<p>In primis, il \u201ctone\u201d, cio\u00e8 lo stile, la forma, la retorica usata a livello internazionale, \u00e8 fondamentale nei rapporti tanto con gli alleati che con gli avversari e va pertanto attentamente calibrata. In questo senso, bene ha fatto Obama ad abbandonare la formula della \u201cwar on terror\u201d e ad affermare, come primo punto del suo discorso inaugurale, che gli Stati Uniti \u201csono in guerra contro un network di violenza e odio\u201d: la sostanza della guerra ai terroristi non cambia ma l\u2019impatto mediatico \u00e8 stato migliore. Il consiglio perci\u00f2 \u00e8 \u201c<i>keep the war, change the tone<\/i>\u201d. Inoltre, l\u2019efficacia della politica estera di Obama dipender\u00e0 anche da quanto la sua amministrazione riuscir\u00e0 a superare la competizione e i contrasti tra le agenzie che si occupano della politica estera americana, in particolare tra Dipartimento di Stato e Pentagono. In questo senso la nomina di inviati speciali per il conflitto israelo-palestinese (George Mitchell, gi\u00e0 inviato speciale di Clinton in Irlanda del Nord, dove fu fondamentale per gli accordi di pace del 1998) e per quello in Kashmir (Richard Holbrooke, gi\u00e0 protagonista degli accordi di Dayton in Bosnia, nel 1995) sono un segnale positivo, poich\u00e9 evidenziano la volont\u00e0 di garantire un maggiore coordinamento dell\u2019azione statunitense in quei teatri.<\/p>\n<p><b>Una diplomazia pi\u00f9 dinamica<\/b><br \/>\nIn secondo luogo, se si vuole negoziare efficacemente con Russia e Cina tanto sull\u2019Iran quanto sulla questione energetica, \u00e8 necessario \u201cattenuare\u201d l\u2019enfasi sulla promozione della democrazia. Gli Stati Uniti possono creare positivi stimoli esterni per i processi di democratizzazione, ma non esserne il motore interno. Inoltre la nuova amministrazione potrebbe e dovrebbe sostenere gli sforzi degli alleati nell\u2019affrontare problemi comuni, valorizzando ad esempio il crescente ruolo di mediazione che la Turchia sta assumendo in Medioriente. Pi\u00f9 in generale Washington dovrebbe agire pi\u00f9 efficacemente all\u2019interno delle istituzioni internazionali esistenti, cercando di riformarle, anzich\u00e9 puntare su coalizioni ad hoc.<\/p>\n<p>L\u2019assunto di base \u00e8 che si deve negoziare non solo con chi \u00e8 pi\u00f9 vicino alle proprie posizioni di politica estera, ma anche e soprattutto con chi ha le capacit\u00e0 di incidere sulla realt\u00e0 internazionale. In quest&#8217;ottica \u2013 e in linea anche con la nuova politica del governo britannico &#8211; Chatham House evidenzia come il G8 di fatto non rappresenti pi\u00f9 l\u2019economia globale, e occorra raccogliere la sfida del negoziato con potenze emergenti all\u2019interno del G20. Un\u2019impostazione del genere rappresenta una sfida anche per i paesi europei membri del G8, e in generale per tutti gli alleati transatlantici. Secondo Chatham House, la forma che assumer\u00e0 il rapporto dei paesi europei con il nuovo presidente sar\u00e0 determinata non tanto dai legami storici di alleanza quanto dal contributo che potranno concretamente offrire sulle questioni che Washington considera prioritarie.<\/p>\n<p>Ad esempio la Francia potrebbe esercitare un\u2019importante influenza sulla Siria per la soluzione del puzzle mediorientale, la Germania svolgere un ruolo di ponte con Mosca, e la Gran Bretagna offrire una stretta cooperazione militare e di intelligence in Afghanistan e altrove. Secondo questa analisi, in linea con il tradizionale punto di vista britannico, l\u2019Unione Europea in quanto tale riceverebbe invece ben poca attenzione da Washington.<\/p>\n<p>Insomma, passata l\u2019euforia per l\u2019insediamento di Obama, \u00e8 importante che ora si consideri con realismo quanto vorr\u00e0 e potr\u00e0 fare la nuova leadership americana in campo internazionale. Sar\u00e0 verosimilmente un mix di continuit\u00e0 e discontinuit\u00e0 rispetto alle precedenti amministrazioni. E per l\u2019Europa non saranno tutte rose e fiori.<\/p>\n<p>Sul tema vedi anche:<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.chathamhouse.org.uk\/files\/12979_wt010904x_rn.pdf\" target=\"blank\"><b><u>The Limits and Potential of Obama\u2019s Foreign Policy <\/u><\/b><\/a>, Robin Niblett<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1044\" target=\"blank\"><b><u>Obama e il mantra dell\u2019Unione europea<\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con Obama gli Stati Uniti hanno l\u2019occasione di riaffermare la propria leadership internazionale negoziando pragmaticamente con alleati e avversari. \u00c8 una delle conclusioni del rapporto di Chatham House, uno dei pi\u00f9 prestigiosi istituti britannici di politica internazionale, anticipato dal direttore Robin Niblett all\u2019indomani del giuramento di Obama. 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