{"id":64491,"date":"2009-03-06T15:05:33","date_gmt":"2009-03-06T14:05:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64491"},"modified":"2017-11-03T15:39:06","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:06","slug":"il-primato-americano-e-il-futuro-bipolare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/03\/il-primato-americano-e-il-futuro-bipolare\/","title":{"rendered":"Il primato americano e il futuro bipolare"},"content":{"rendered":"<p>Il primato americano continua a caratterizzare il sistema internazionale. L\u2019America \u00e8 in declino rispetto a una serie di paesi, ma il divario che la separa dai suoi potenziali rivali, comprese le potenze emergenti, \u00e8 talmente ampio da richiedere decenni per essere colmato.<\/p>\n<p><b>Le fondamenta del primato americano<\/b><br \/>\nPer sapere se siamo oppure no in un mondo multipolare dobbiamo prima intenderci su cosa sia un \u201cpolo\u201d. Per essere tali i \u201cpoli\u201d devono disporre di un potere decisamente superiore a quello degli altri Stati o raggruppamenti di Stati, e perci\u00f2 essere in grado di esercitare un\u2019influenza maggiore su di essi e sul sistema internazionale. Pi\u00f9 specificatamente:<br \/>\n&#8211; i poli possono provocare gravi danni su scala globale proprio a causa della loro potenza militare ed economica;<br \/>\n&#8211; possono per\u00f2 anche giocare un ruolo fondamentale nel fornire soluzioni cooperative a problemi globali, facendo s\u00ec che si stabiliscano e siano rispettate delle regole e che si creino istituzioni a partecipazione pi\u00f9 o meno ampia;<br \/>\n&#8211; i poli sono in competizione tra loro, mentre i paesi che non hanno queste caratteristiche tendono a competere con altre potenze di dimensioni minori. I poli ingaggiano corse agli armamenti e talvolta combattono guerre contro i propri \u201comologhi\u201d, mentre per gli altri paesi sarebbe folle competere con una potenza di dimensioni pi\u00f9 che doppie delle proprie.<\/p>\n<p>Partiamo allora dal presupposto che un vero polo deve essere una potenza a tutto tondo \u2013 certamente sul piano economico e militare. Pi\u00f9 precisamente, deve possedere almeno la met\u00e0 delle capacit\u00e0 economiche e militari del paese, ovvero del polo, pi\u00f9 potente al mondo.<\/p>\n<p>Il Pil e le spese per la difesa sono buoni indicatori della potenza economica e militare perch\u00e9 sono misure piuttosto oggettive e non controverse delle effettive capacit\u00e0. Dei due parametri Il Pil \u00e8 il pi\u00f9 importante perch\u00e9 non riflette soltanto il fattore economico, ma naturalmente anche altre capacit\u00e0 \u2013 essendo le risorse economiche \u201cfungibili\u201d, cio\u00e8 trasformabili in diverse forme di potere. D\u2019altra parte le spese militari sono, innegabilmente, di cruciale importanza nelle fasi pi\u00f9 drammatiche e acute dei rapporti internazionali.<\/p>\n<p>\u00c8 opportuno utilizzare le cifre nominali \u2013 invece che quelle a parit\u00e0 di potere d\u2019acquisto \u2013 perch\u00e9 le prime rappresentano rapporti relativi tra paesi piuttosto che la ricchezza nazionale. I dati dell\u2019Imf e dell\u2019annuario 2007 del Sipri, ad esempio, mostrano che il primato americano continua a caratterizzare la scena internazionale. In termini di Pil, il Giappone \u00e8 la potenza che pi\u00f9 da vicino compete con gli Usa, ma la sua economia di 4,3 trilioni di dollari \u00e8 pari a meno un terzo di quella americana (con 13,8 trilioni). La somma della seconda, terza, quarta e quinta economia pi\u00f9 grande al mondo arriva a 13,6 trilioni di dollari.<\/p>\n<p>Il quadro \u00e8 ancora pi\u00f9 netto se si guarda alle spese militari. Gli Usa spendono circa dieci volte la somma del secondo paese nella graduatoria \u2013 la Gran Bretagna. Tutti i paesi dalla seconda alla quinta posizione in graduatoria non raggiungono, assieme, la met\u00e0 delle spese americane. Se si guarda in particolare alla Cina, il suo Pil di 3,2 trilioni di dollari \u00e8 circa un quarto di quello americano, ma il suo bilancio della difesa (58 miliardi) \u00e8 soltanto un decimo di quello degli Usa (547 miliardi).<\/p>\n<p>Insomma, in termini economici e militari il mondo \u00e8 ben lontano dall\u2019essere multipolare.<\/p>\n<p><b>Obiezioni: il <i>soft power<\/i>, la Ue, e la crisi economica<\/b><br \/>\nMa come valutare il presunto declino del cosiddetto <i>soft power <\/i>americano? Anzitutto, non si deve esagerare l\u2019importanza del <i>soft power<\/i>. Sebbene sia importante ottenere il rispetto del mondo, non c\u2019\u00e8 ancora nulla che sostituisca le capacit\u00e0 economiche e militari. Mentre attori come il Vaticano possono raccogliere rispetto e ammirazione, non sono poli del sistema internazionale proprio perch\u00e9 mancano di <i>hard power<\/i>. Inoltre, anche dopo il danno inferto all\u2019immagine degli Usa da alcune politiche dell\u2019amministrazione Bush, il paese continua ad esercitare una grande attrattiva, come conferma ad esempio l\u2019<i>Atlas of Student Mobility<\/i>, da cui risulta che le universit\u00e0 americane continuano ad essere di gran lunga in cima alle preferenze degli studenti stranieri. Dopo l\u2019elezione di Barack Obama, \u00e8 presumibile che questa capacit\u00e0 di attrazione culturale aumenti anzich\u00e9 diminuire.<\/p>\n<p>Alcuni sostengono che l\u2019Unione Europea, con un Pil complessivo di 16,9 trilioni di dollari, sia un vero \u201cconcorrente globale\u201d per gli Usa. \u00c8 vero che l\u2019Ue ha il potenziale di un attore globale, ma non ha ancora dimostrato di saper agire coerentemente in modo unitario al di l\u00e0 del settore specifico dei negoziati commerciali internazionali. Non si vede, ad oggi, come si possa superare del tutto il problema strutturale del coordinamento tra i membri dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 poi argomentare che tutta questa discussione sia ormai superata a causa della crisi economica mondiale che ha avuto origine proprio negli Usa. In realt\u00e0, sembra improbabile che la crisi in corso modificher\u00e0 radicalmente l\u2019equilibrio globale di potenza. Secondo una proiezione elaborata da <i>The Economist<\/i>, ad esempio, il divario tra il tasso di crescita cinese e quello americano rester\u00e0 approssimativamente lo stesso degli ultimi anni. Le linee di tendenza quindi non dovrebbero cambiare.<\/p>\n<p><b>Le implicazioni del primato americano<\/b><br \/>\nCosa comporta il primato americano? In primo luogo, che nel prossimo futuro soltanto gli Usa potranno impiegare la forza militare su scala globale. Russia e Cina potranno farlo su scala regionale, ma la loro capacit\u00e0 di proiezione rimarr\u00e0 necessariamente limitata. In altre parole, anche se una crisi scoppiasse in una delle presunte sfere di influenza regionali tutti continueranno a chiedersi se e quando Washington decider\u00e0 di intervenire militarmente. In secondo luogo, se gli Stati Uniti non si attivano per risolvere un difficile problema su scala globale, \u00e8 improbabile che si arrivi ad una soluzione. Un impegno americano diretto \u00e8 un ingrediente essenziale.<\/p>\n<p>Infine, non dobbiamo aspettarci una diretta competizione politica e militare tra Usa e Cina fintanto che quest\u2019ultima non si sar\u00e0 avvicinata al rango di \u201cpolo\u201d internazionale. Fortunatamente, dunque, abbiamo alcuni decenni a disposizione per evitare le corse agli armamenti, le guerre preventive, e la formazione di blocchi contrapposti che solitamente caratterizzano la competizione globale tra poli.<\/p>\n<p><b>Un futuro bipolare, ma non cos\u00ec vicino<\/b><br \/>\nCi\u00f2 non vuol dire ovviamente che il primato americano durer\u00e0 per sempre. Gli equilibri mondiali sono effettivamente in movimento: l\u2019ascesa della Cina cambier\u00e0 quasi certamente la distribuzione del potere. Anzi, il dato pi\u00f9 evidente in tutte le proiezioni disponibili \u00e8 proprio che in circa due decenni il sistema internazionale sar\u00e0 bipolare \u2013 non multipolare. Gli analisti che vedono il sistema attuale \u2013 o quello del prossimo futuro \u2013 fondato su molteplici centri di potere sembrano volersi convincere di qualcosa che non c\u2019\u00e8. Ci possono essere ottime ragioni per auspicare un assetto internazionale pi\u00f9 bilanciato, ma le speranze non andrebbero confuse con le previsioni.<\/p>\n<p><i>L\u2019articolo \u00e8 tratto da una versione pi\u00f9 ampia in via di pubblicazione su <a href=\"http:\/\/www.iai.it\/sections\/pubblicazioni\/theinternationalspectator\/tis_it.asp\" target=\"blank\"><b><u>The International Spectator<\/u><\/b><\/a><\/i><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il primato americano continua a caratterizzare il sistema internazionale. L\u2019America \u00e8 in declino rispetto a una serie di paesi, ma il divario che la separa dai suoi potenziali rivali, comprese le potenze emergenti, \u00e8 talmente ampio da richiedere decenni per essere colmato. 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