{"id":64498,"date":"2008-10-24T16:16:06","date_gmt":"2008-10-24T14:16:06","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64498"},"modified":"2017-11-03T15:39:27","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:27","slug":"obama-o-mccain-il-vero-spartiacque","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/10\/obama-o-mccain-il-vero-spartiacque\/","title":{"rendered":"Obama o McCain: il vero spartiacque"},"content":{"rendered":"<p>Obama o MacCain, che differenza fa per noi europei barra italiani? Siamo inondati di risposte a questo interrogativo, grazie alle quali sappiamo quasi tutto circa le diversit\u00e0 di politica estera e militare fra i due, in particolare per quanto riguarda le relazioni transatlantiche. In realt\u00e0 fa una grande differenza innanzitutto per gli americani. Forse come mai prima un\u2019elezione del presidente degli Stati Uniti.<\/p>\n<p>Per tre motivi, essenzialmente. Innanzitutto perch\u00e9 il voto del 4 novembre prossimo viene in coda a un lento declino geostrategico di quella che fino a poco tempo fa ci si trastullava a chiamare iper-potenza perch\u00e9 super non bastava. Ha fatto seguito un repentino crollo finanziario che da Wall Street si \u00e8 esteso al mondo intero e ripercosso sulle prospettive generali dell\u2019economia, con il conseguente appannarsi di un modello americano finora attraente, il <i>business model<\/i>. A tutto ci\u00f2 si \u00e8 contrapposta l\u2019immagine di una democrazia sana, verifica dell\u2019<i>American dream <\/i>per cui ogni cittadino pu\u00f2 diventare Presidente e caratterizzata da una gestazione selettiva dei candidati (anche se troppo lunga ormai, e costosa) a partire da un\u2019ampia gamma di opzioni. Solo che il parto potrebbe dare luogo a una creatura non sana.<\/p>\n<p>In secondo luogo, qualora il risultato fosse diverso da quello che i <i>polls <\/i>oggi sembrano dirci con sicurezza in conseguenza di un diffuso voto inconfessato, un\u2019altra immagine degli Stati Uniti risulterebbe intaccata: quella del <i>melting pot<\/i>. Il crogiolo infatti,cos\u00ec fuso in superficie, si rivelerebbe sotto sotto ancora diviso, con conseguenze potenzialmente gravi per il sentire della gente nell\u2019epoca in cui alla tradizionale questione bianchi\/neri, dunque ancora non risolta, si aggiunge quella nord\/sud-americani. E l\u2019impopolarit\u00e0 della nazione nel mondo, a cui i suoi cittadini sono in fondo molto sensibili, che lo ammettano o no, salirebbe ulteriormente, anzich\u00e9 scendere dagli alti livelli a cui gi\u00e0 si trova.<\/p>\n<p>In terzo luogo si pu\u00f2 anticipare la grande solitudine di un McCain, qualora fosse lui ad essere eletto: solo per avere dietro di s\u00e9 l\u2019eredit\u00e0 di un predecessore che deve disconoscere; solo per avere avanti a s\u00e9 un Congresso a larga maggioranza democratico e probabilmente ostile; e solo per avere accanto a s\u00e9 una vice che, come ha detto Colin Powell, non \u00e8 all\u2019altezza del suo mestiere, quello di essere pronta a sostituirlo. Le due sole compagnie di cui disporrebbe sarebbero quella, non da poco, di un\u2019\u00e9quipe di governo, presumibilmente messa assieme offrendo posizioni ad esponenti indipendenti o dell\u2019altra parte (con il rischio tuttavia di incontrare reticenze e rifiuti), e quella di uno staff medico e di una guardia del corpo, entrambi impegnati allo spasimo per tentare di evitare la verifica <i>ex post <\/i>del giudizio di Colin Powell. La prospettiva preoccupa anche molti simpatizzanti repubblicani.<\/p>\n<p>Di tutte queste difficolt\u00e0, le pi\u00f9 ardue sono forse quelle istituzionali. George W. Bush, nel corso dei suoi otto anni, ha modificato sensibilmente l\u2019equilibrio dei poteri tipico della federazione americana. Sia nel senso di rafforzare il governo centrale rispetto a quelli degli stati (elefantiasi del bilancio federale, per di pi\u00f9 a debito, e introduzione surrettizia di un Ministero degli Interni, prima assente, sotto l\u2019etichetta della <i>Homeland Security<\/i>). Sia nel senso di umiliare spesso le camere legislative con l\u2019uso del veto o di dichiarazioni interpretative delle leggi che andavano di fatto contro le scelte dei senatori e dei rappresentanti. Una presidenza McCain correrebbe il rischio di generare una situazione di <i>split government<\/i>, in cui la \u201cdivisione\u201d fra esecutivo e legislativo, pur non certo nuova, sarebbe pi\u00f9 profonda che in passato, in un momento in cui, per l\u2019economia interna e per la politica estera, l\u2019imperativo dell\u2019unit\u00e0 da conservare e della fiducia da ristabilire \u00e8 primario.<\/p>\n<p>Un problema solo americano, allora? No. Declino o non declino, gli Stati Uniti restano l\u2019alleato pi\u00f9 importante dell\u2019Italia e il partner pi\u00f9 importante dell\u2019Unione Europea. Per cui le analisi della loro politica estera, delle differenze fra le due rive dell\u2019Atlantico su questa o quella questione durante la nuova amministrazione sono di grande utilit\u00e0, ma vanno scritte e lette alla luce dei due diversi stati d\u2019animo con cui le linee guida adottate e, soprattutto, le reazioni alle inevitabili crisi saranno vissute dall\u2019opinione pubblica americana a seguito dell\u2019esito della prossima consultazione elettorale in quel Paese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Obama o MacCain, che differenza fa per noi europei barra italiani? Siamo inondati di risposte a questo interrogativo, grazie alle quali sappiamo quasi tutto circa le diversit\u00e0 di politica estera e militare fra i due, in particolare per quanto riguarda le relazioni transatlantiche. 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