{"id":64510,"date":"2009-02-21T16:29:42","date_gmt":"2009-02-21T15:29:42","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64510"},"modified":"2017-11-03T15:39:07","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:07","slug":"guerra-alla-pirateria-salto-di-qualita-nel-2009","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/02\/guerra-alla-pirateria-salto-di-qualita-nel-2009\/","title":{"rendered":"Guerra alla pirateria: salto di qualit\u00e0 nel 2009?"},"content":{"rendered":"<p>Con quasi un attacco al giorno, il 2008 \u00e8 stato l\u2019anno record per la pirateria. Dati cos\u00ec negativi sono da attribuirsi soprattutto a quanto accade al largo delle coste della Somalia, paese che in breve tempo ha scalato tutte le classifiche, diventando il teatro pi\u00f9 critico nella lotta alla pirateria. Secondo il <i>Piracy Report<\/i> dell\u2019<i>International Maritime Bureau<\/i>, dei 293 attacchi registrati nel 2008, 111 hanno avuto luogo in quest\u2019area, con un incremento, rispetto al 2007, del 200%. Nonostante il recente rilascio, dietro pagamento di cospicui riscatti, di due \u201costaggi\u201d d\u2019eccezione (la petroliera saudita Sirius Star e il cargo ucraino Faina), 15 navi sono oggi ancora nelle mani dei pirati, con oltre 260 membri di equipaggio, un numero destinato ad aumentare.<\/p>\n<p><b>I rischi per la comunit\u00e0 internazionale <\/b><br \/>\nLa pirateria non \u00e8 certamente un fenomeno nuovo, ma \u00e8 stato a lungo sottostimato dalla comunit\u00e0 internazionale che solo recentemente \u00e8 corsa ai ripari nel tentativo di arginare l\u2019attuale escalation. Basti pensare che l\u2019Unione europea ha ufficialmente inclusa la pirateria tra le minacce emergenti solo nel dicembre 2008, in occasione della presentazione del Rapporto sull\u2019attuazione della Strategia di sicurezza europea.<\/p>\n<p>Come gi\u00e0 evidenziato da <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=1007\" target=\"blank\"><b><u>precedenti articoli <\/u><\/b><\/a>pubblicati su questa rivista, i rischi associati alla pirateria sono notevoli ed hanno almeno una duplice natura: economico-commerciale e di sicurezza. Sotto il primo profilo, l\u2019area che va dalle coste nordorientali della Somalia fino al Canale di Suez, passando per il Golfo di Aden e lo stretto di Bab-al-Mandab, riveste una rilevanza strategica per l\u2019economia mondiale. La recrudescenza della pirateria in questo settore ha avuto molti effetti negativi, tra cui il sensibile calo del traffico nel Canale di Suez e l\u2019aumento dei premi assicurativi. A tali implicazioni, se ne aggiungono altre relative alla sicurezza interna della Somalia \u2013 la pirateria infatti arricchisce i signori della guerra locali e rinfocola le loro continue lotte intestine \u2013 e a quella internazionale, per i suoi legami, in realt\u00e0 non ancora dimostrati, anche se probabili con il terrorismo.<\/p>\n<p><b>Nuovi strumenti nella lotta ai pirati?<\/b><br \/>\nLa pirateria ha assunto dunque le caratteristiche di una minaccia globale e come tale richiede una risposta altrettanto globale. Essa potr\u00e0 essere estirpata solo a lungo termine con la fine del caos in Somalia, ma \u00e8 doveroso adottare, nel breve-medio periodo, misure di contenimento e deterrenza. In linea con l\u2019impostazione del <i>Naval Forces Central Command <\/i>americano, gli sforzi della comunit\u00e0 internazionale si stanno concentrando prevalentemente in due direzioni, una operativa e l\u2019altra giuridica. In ambito operativo, un\u2019esigenza particolarmente sentita \u00e8 quella di ottimizzare le risorse a disposizione. Infatti, nonostante siano oggi presenti nel Golfo le marine di 14 Paesi, esse non sono sufficienti a pattugliare efficacemente un\u2019area di 600 miglia quadrate n\u00e9 a garantire una sorveglianza continua.<\/p>\n<p>Per restringere il campo d\u2019azione, la task force internazionale a guida Usa, CTF-150, presente nell\u2019area nell\u2019ambito della pi\u00f9 ampia lotta al terrorismo, ha creato nell\u2019agosto 2008 una <i>Maritime Patrol Security Area<\/i>, una sorta di corridoio di sicurezza, costantemente sorvegliato anche con mezzi aerei. L\u2019iniziativa sta dando i primi timidi frutti: secondo fonti americane, grazie ad essa, molti mercantili in pericolo hanno ricevuto aiuto in tempi pi\u00f9 rapidi e fino ad oggi sono stati scongiurati circa 12 attacchi al mese.<\/p>\n<p>Sarebbe anche necessario un maggiore coordinamento della presenza internazionale nel Golfo di Aden. Infatti la maggior parte dei paesi che hanno inviato nella zona le proprie marine, come Russia, Cina \u2013 per la quale si tratta della prima missione in acque diverse dal Pacifico dal XV secolo &#8211; India, Iran e, recentemente, Giappone, hanno agito in via essenzialmente autonoma, a tutela dei propri interessi commerciali e geostrategici. Vi sono poi due iniziative a carattere multinazionale, la gi\u00e0 citata CTF-150 e l\u2019Eunavfor, Operazione Atlanta, la prima missione navale dell\u2019Ue, che a dicembre 2008 ha sostituito la Nato nella scorta alle navi cargo del World Food Programme (Wfp). Da marzo a giugno 2009 anche l\u2019Italia parteciper\u00e0 alla missione con la fregata Zeffiro. Sembra inoltre che nello stesso periodo anche la Nato torner\u00e0 nel Golfo con una nuova flotta, che, con lo stesso mandato di Eunavfor, si affiancher\u00e0 ad essa nel contrasto alla pirateria.<\/p>\n<p>Nonostante le rassicurazioni del comando americano sull\u2019efficienza e l\u2019efficacia del coordinamento tra le diverse forze in azione nel Golfo, c\u2019\u00e8 il rischio che un tale modus operandi dia luogo a duplicazioni e sovrapposizioni. Dovrebbe essere allora accolta positivamente la recente formazione di una nuova forza multinazionale, la CTF-151, che nell\u2019arco di un anno dovrebbe riunire oltre venti paesi, tra cui anche diversi Stati del Golfo, e che sembra avere le carte in regola per eventualmente sostituirsi alle diverse iniziative oggi in corso. Infatti, la nuova forza, con un mandato dedicato esclusivamente al contrasto alla pirateria e militarmente pi\u00f9 attrezzata della precedente (CTF-150), potrebbe costituire un primo passo verso la creazione di una struttura internazionale che combini la forza militare, la condivisione dell\u2019intelligence e il coordinamento delle operazioni di pattugliamento. Nelle intenzioni statunitensi, essa dovrebbe far compiere alla lotta alla pirateria quel salto di qualit\u00e0 di cui si avverte un\u2019urgente necessit\u00e0. Di aiuto in tal senso \u00e8 certamente la risoluzione adottata all\u2019unanimit\u00e0 dal Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu lo scorso dicembre, che autorizza gli Stati membri a dare la caccia ai pirati non solo in mare, ma anche nel territorio e nello spazio aereo della Somalia.<\/p>\n<p>Tuttavia sar\u00e0 difficile raggiungere risultati concreti in assenza di meccanismi giuridici che permettano la quadratura del cerchio, ovvero di sottoporre a giudizio i responsabili di atti di pirateria. Solo cos\u00ec , infatti, si riuscirebbe a ridurre il grado di attrattiva della pirateria, che, per ora, resta un\u2019attivit\u00e0 estremamente redditizia, visti gli ingenti riscatti puntualmente pagati. Allo stato attuale, vi \u00e8 a tale riguardo un ventaglio di soluzioni, la cui reale applicabilit\u00e0 dipende per\u00f2 dall\u2019ordinamento giuridico, nonch\u00e9 dalla volont\u00e0 politica, dello Stato che procede all\u2019arresto.<\/p>\n<p>Per superare quest\u2019impasse giuridica, sembra che gli Usa stiano conducendo negoziati con un Paese della regione affinch\u00e9 questo eserciti sempre la propria giurisdizione nei confronti di pirati eventualmente catturati dalla CTF-151. L\u2019altra via percorribile \u00e8 la cooperazione regionale. Nove Stati (Gibuti, Etiopia, Kenya, Madagascar, Maldive, Seychelles, Somalia, Yemen e Tanzania) hanno da poco firmato, sotto gli auspici dell\u2019International Maritime Organization (Imo), un codice di condotta che, oltre a prevedere la creazione di tre centri di informazione sulla pirateria a Mombasa, Dar es Salam e Sanaa e l\u2019apertura a Gibuti di un centro di formazione regionale per gli agenti impegnati nella caccia ai pirati, li sollecita ad adottare nella loro legislazione nazionale misure che facilitino l\u2019arresto e le azioni giudiziarie contro i sospetti di pirateria.<\/p>\n<p>Il 2009 \u00e8 iniziato quindi con una serie di novit\u00e0 in tema di lotta alla pirateria. Fare previsioni sull\u2019esito di tali iniziative \u00e8 difficile, ma i buoni risultati raggiunti, sia a livello operativo che giuridico, in Asia &#8211; altra zona dove si registrano molti attacchi da parte di pirati \u2013 grazie agli accordi di cooperazione regionale indicano che la strada potrebbe essere quella giusta. Considerando, per\u00f2, la specificit\u00e0 della situazione somala, un mix esplosivo unico al mondo, si profila un percorso tutto in salita. La partita, su questo nuovo scacchiere geopolitico, resta pi\u00f9 che mai aperta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con quasi un attacco al giorno, il 2008 \u00e8 stato l\u2019anno record per la pirateria. Dati cos\u00ec negativi sono da attribuirsi soprattutto a quanto accade al largo delle coste della Somalia, paese che in breve tempo ha scalato tutte le classifiche, diventando il teatro pi\u00f9 critico nella lotta alla pirateria. 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