{"id":64523,"date":"2008-11-21T16:45:05","date_gmt":"2008-11-21T15:45:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64523"},"modified":"2017-11-03T15:39:20","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:20","slug":"come-vincere-in-afghanistan","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/11\/come-vincere-in-afghanistan\/","title":{"rendered":"Come vincere in Afghanistan"},"content":{"rendered":"<p>Nelle discussioni sull\u2019Afghanistan l\u2019attenzione si concentra molto spesso sul \u201cperch\u00e9 bisogna vincere\u201d. Molto raramente ci si domanda invece, \u201ccosa significa vincere\u201d. Nelle guerre asimmetriche del 21\u00b0 secolo n\u00e9 la domanda, n\u00e9 la risposta sono scontate. A riempire questo vuoto \u00e8 intervenuto il <b>Rapporto 2008 <\/b>del Comitato Difesa Duemila, un think tank indipendente che opera dal 2002. Il rapporto \u00e8 stato anticipato presso il Centro Alti Studi della Difesa (Casd) il 18 novembre e poi discusso a Venezia il 21 nell\u2019ambito dei Colloqui di Venezia della <i>Fondazione Liberal<\/i>.<\/p>\n<p><b>L\u2019incertezza che uccide<\/b><br \/>\nIn Afghanistan, la coalizione internazionale non sta n\u00e9 vincendo n\u00e9 perdendo, ma gi\u00e0 solo questo stato di incertezza \u00e8 un successo per i suoi nemici. Si \u00e8 diffuso, infatti, un clima di relativo pessimismo: forse anche per reagire a una politica informativa che aveva esagerato con l\u2019ottimismo di maniera, alcuni alti responsabili militari e le stesse Nazioni Unite hanno reso noti rapporti molto pi\u00f9 realistici sulla situazione. Qualcuno \u00e8 arrivato a evocare lo spettro di una sconfitta, ma, probabilmente, questo serve anche a supportare le richieste di rinforzi e\/o di mutamenti di approccio strategico.<\/p>\n<p>La situazione non \u00e8 brillante: la societ\u00e0 civile stenta a decollare e il governo centrale afgano \u00e8 ben lungi dal controllare efficacemente la maggior parte del territorio nazionale. La criminalit\u00e0 si rafforza, soprattutto grazie alla coltivazione, trasformazione ed esportazione illegali di oppiacei, e contribuisce a finanziare terroristi ed insorti. Il tentativo di esportare in Afghanistan metodologie e legislazione di stampo \u201coccidentale\u201d si \u00e8 rivelato largamente fallimentare.<\/p>\n<p>La volont\u00e0 espressa dalla Nato e dagli Usa di accrescere il numero e la qualit\u00e0 delle forze combattenti presenti sul terreno potr\u00e0 contribuire a ridurre ulteriormente le opzioni militari degli avversari, tuttavia non sar\u00e0 sufficiente per modificare decisamente il quadro strategico complessivo.<\/p>\n<p>Come in tutte le guerre di guerriglia, il successo o l\u2019insuccesso sono determinati pi\u00f9 dal quadro politico complessivo e dalla capacit\u00e0 di assicurarsi un consenso sufficientemente largo e stabile della popolazione, che dall\u2019impiego, pur necessario, della forza militare.<\/p>\n<p>Il caso Afghanistan, inoltre, si \u00e8 rivelato particolarmente difficile, soprattutto perch\u00e9 il paese \u00e8 poco pi\u00f9 di un espressione geografica, in cui il concetto stesso di governo nazionale centrale risulta estraneo alla storia e alla cultura dei popoli che insistono su un territorio grande quanto la Germania, estremamente compartimentato, con contatti interculturali interni labili, quando esistenti, con differenze etniche e linguistiche sostanziali e per certi versi inconciliabili. In un quadro del genere, la sola idea di favorire, per non dire imporre, un\u2019autorit\u00e0 nazionale secondo i criteri di uno stato centralizzato quale concepito secondo gli standard occidentali, \u00e8 quanto meno aleatoria, se non addirittura velleitaria.<\/p>\n<p><b>Strategia politica<\/b><br \/>\nVi \u00e8, quindi, l\u2019esigenza di una strategia pi\u00f9 complessa sulla quale l\u2019Occidente in quanto tale, e i paesi europei in particolare, dovranno trovare un accordo saldo e sostanziale. Alcuni punti di questa nuova strategia indicata dal Rapporto possono essere cos\u00ec schematizzati.<\/p>\n<p>1) Sar\u00e0 necessario dare concretezza al cosiddetto \u201c<i>comprehensive approach<\/i>\u201d, realizzando un coordinamento efficace delle varie componenti che ciascun paese pu\u00f2 mettere in campo e di cui quella militare \u00e8 solo una, e paradossalmente non la pi\u00f9 importante. Questo significa affrontare con decisione e con tutti i mezzi necessari, finanziari, ma anche operativi, e in tutti i settori (sanit\u00e0, infrastrutture, sistema giudiziario, sistema produttivo e, in generale, economico), i problemi della societ\u00e0 civile afgana, tenendo conto delle sue peculiarit\u00e0 e delle sue potenzialit\u00e0. Di qui la necessit\u00e0 di un forte coordinamento, al momento quasi del tutto assente, fra i diversi <i>Provincial Reconstruction Teams (Prt)<\/i>, le unit\u00e0 militari speciali impegnate nel provvedere alla sicurezza e alla ricostruzione con risorse che idealmente dovrebbero essere messe in comune e ridistribuite secondo criteri condivisi.<\/p>\n<p>2) Bisogna coagulare intorno ad un indirizzo politico comune quanto meno i paesi fondatori dell\u2019Unione Europea &#8211; pi\u00f9 la Spagna &#8211; in un\u2019ottica che consideri la presenza militare per quello che \u00e8, cio\u00e8 produttrice di stabilit\u00e0, e battendosi con decisione contro il dualismo tra l\u2019operazione Nato Isaf e quella a guida Usa <i>Enduring Freedom<\/i>: solo una ferma posizione comune dei paesi citati pu\u00f2 indurre gli Usa ad una riflessione su scopi e regole di ingaggio in modo da focalizzare l\u2019azione militare pi\u00f9 sulla protezione che sul contrasto attivo e proattivo della guerriglia talebana. Non si dimentichi che ogni azione militare offensiva pu\u00f2 malauguratamente avere anche i cosiddetti \u201ceffetti collaterali\u201d, causare cio\u00e8 danni e vittime alla popolazione che, purtroppo, \u00e8 talora coinvolta nello scontro armato. Il peggiore e pi\u00f9 deleterio degli effetti collaterali \u00e8 quello di creare ostilit\u00e0 verso le forze occidentali e, per converso, simpatia verso gli \u201cinsorgenti\u201d.<\/p>\n<p>3) Un impegno diretto delle truppe dei paesi occidentali allo sradicamento delle colture di papavero e alla distruzione dei laboratori sarebbe quasi certamente un disastro strategico, in quanto la Nato e i suoi alleati verrebbero visti come gli affamatori che privano i contadini e la popolazione della loro unica reale fonte di reddito. Una possibile strategia dovrebbe puntare sul sostegno di produzioni alternative, ma anche sulla legalizzazione di una parte della produzione, costituendo un monopolio pubblico del papavero da oppio che compri e tolga dal mercato illegale la maggior parte dell\u2019attivit\u00e0. La difficolt\u00e0 maggiore di attuazione di questa strategia sembra risiedere nello scarso controllo sul territorio esercitato dal governo centrale e dalle forze della coalizione: cosa invece essenziale per il funzionamento di un sistema di monopolio.<\/p>\n<p>4) \u00c8 certo che senza una piena e diretta assunzione di responsabilit\u00e0, anche dal punto di vista militare, da parte degli afgani, non sar\u00e0 mai possibile una qualsivoglia <i>exit strategy <\/i>che non sia una fuga ingloriosa e politicamente disastrosa. In quest\u2019ottica deve proseguire ed estendersi lo sforzo per una progressiva e possibilmente rapida \u201cafganizzazione\u201d del conflitto attraverso la crescita delle capacit\u00e0 operative e delle strutture dell\u2019Ana, l\u2019esercito afgano. I risultati conseguiti in questo settore sono incoraggianti: le unit\u00e0 dell\u2019Ana dimostrano giorno dopo giorno di crescere in coesione, in senso di appartenenza e in orgoglio nazionale, componenti essenziali per una efficace operativit\u00e0. I livelli addestrativi raggiunti sono accettabili e migliorano costantemente grazie anche a tecniche di \u201c<i>mentoring<\/i>\u201d che si stanno rivelando assai efficaci. Ma \u00e8 uno sforzo che, soprattutto i Paesi europei, potrebbero sostenere maggiormente.<\/p>\n<p>5) \u00c8 necessario sostenere il governo pachistano affinch\u00e9 gli \u201cinsorgenti\u201d afgani non possano trovare rifugio e sostegno oltre confine. Questo comporta un aiuto politico, economico, finanziario e militare da parte dell\u2019Occidente.<\/p>\n<p><b>L\u2019importanza dell\u2019Italia <\/b><br \/>\nCi sono precise ragioni che spingerebbero comunque l\u2019Italia ad impegnarsi in Afghanistan: la lotta al terrorismo e alla droga, la solidariet\u00e0 con gli alleati, l\u2019affermazione dei diritti umani. Ma vi \u00e8 anche una ragione di carattere strategico: questo intervento \u00e8 necessario per la nostra stessa sicurezza perch\u00e9 una minaccia che pu\u00f2 sembrare lontana, nel mondo globalizzato \u00e8 in realt\u00e0 vicina. Ma vi \u00e8 anche l\u2019esigenza di non disperdere i risultati ottenuti con ormai due decenni di impegno italiano nel mantenimento della pace e che hanno ridato al nostro paese un ruolo adeguato a livello internazionale. Tutto questo continuer\u00e0 a richiedere tempo e quindi anche l\u2019impiego di importanti risorse sia umane che finanziarie. Ma, se da un lato \u00e8 auspicabile che l\u2019Italia espliciti in modo pi\u00f9 netto le sue scelte e accresca la sua capacit\u00e0 propositiva all\u2019interno della coalizione, d\u2019altro lato la sua efficacia sar\u00e0 tanto maggiore quanto pi\u00f9 il suo impegno sar\u00e0 percepito come realistico e di lungo periodo, adeguatamente supportato in termini di uomini e di mezzi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nelle discussioni sull\u2019Afghanistan l\u2019attenzione si concentra molto spesso sul \u201cperch\u00e9 bisogna vincere\u201d. Molto raramente ci si domanda invece, \u201ccosa significa vincere\u201d. Nelle guerre asimmetriche del 21\u00b0 secolo n\u00e9 la domanda, n\u00e9 la risposta sono scontate. 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