{"id":64559,"date":"2009-06-10T11:36:27","date_gmt":"2009-06-10T09:36:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64559"},"modified":"2017-11-03T15:38:52","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:52","slug":"litalia-la-riforma-del-consiglio-sicurezza-dellonu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/06\/litalia-la-riforma-del-consiglio-sicurezza-dellonu\/","title":{"rendered":"L\u2019Italia e la riforma del Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu"},"content":{"rendered":"<p>A febbraio sono ricominciati a New York i negoziati intergovernativi sulla riforma del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite in un clima che appare pi\u00f9 dinamico e costruttivo che in passato. Rimangono per\u00f2 profonde divergenze sull\u2019ampiezza dell\u2019allargamento della membership, sulla durata del mandato e sui poteri da attribuire ai nuovi membri, nonch\u00e9 sulle modifiche da apportare al modo di operare del Consiglio. L\u2019Italia, da sempre tra i Paesi pi\u00f9 attivi sulla questione, ha rinnovato il proprio impegno nell\u2019ambito della coalizione <i>Uniting for Consensus <\/i>(UfC), ribadendo i punti fermi della sua posizione, ma avanzando anche alcune nuove proposte.<\/p>\n<p><b>Contro l\u2019aumento dei membri permanenti<\/b><br \/>\n<i>Uniting for Consensus <\/i>\u00e8 un gruppo eterogeneo, che comprende, oltre all\u2019Italia, una quarantina di membri tra i quali figurano anche Spagna, Messico, Argentina, Canada, Colombia, Corea del Sud, Pakistan. Il gruppo UfC dal 2005 promuove una riforma che sia globale e largamente condivisa delle Nazioni Unite, basata su un Consiglio di Sicurezza pi\u00f9 democratico, rappresentativo ed efficace. Una piattaforma negoziale del gruppo \u00e8 stata presentata in aprile: essa d\u00e0 indicazioni precise sulla struttura e metodi di lavoro del Consiglio. Si tratta di un documento aperto, ma con alcuni punti irrinunciabili.<\/p>\n<p>Per l\u2019Italia, uno degli elementi cardine \u00e8 la ferma opposizione all\u2019aumento dei membri permanenti, che \u00e8 invece chiesto a gran voce dai paesi del gruppo G4 \u2013 India, Brasile, Germania e Giappone \u2013 ciascuno dei quali aspira dichiaratamente a un seggio permanente. Anche l\u2019Unione Africana (UA) rivendica l\u2019assegnazione di 2 nuovi seggi permanenti \u2013 insieme a 5 non permanenti per ciascuna delle proprie sotto-regioni \u2013 anche se esistono forti contrasti tra la compagine dei Paesi arabi e quella dei Paesi dell\u2019Africa sub-sahariana sugli stati ai quali assegnare tali seggi.<\/p>\n<p><b>Maggiore rappresentativit\u00e0<\/b><br \/>\nL\u2019Italia sostiene la necessit\u00e0 di un allargamento del Consiglio che tenga conto del grande aumento del numero dei Paesi in via di sviluppo e ne assicuri adeguata rappresentanza. La proposta prevede un aumento del numero dei membri non permanenti di durata biennale, che sarebbero scelti attraverso elezioni periodiche e sulla base dei criteri gi\u00e0 enunciati dalla Carta Onu: un\u2019equa distribuzione geografica e il contributo fornito alle attivit\u00e0 dell\u2019organizzazione. Oltre all\u2019aumento degli attuali seggi non permanenti, l\u2019Italia sostiene la creazione di una nuova categoria di seggi non permanenti di durata superiore (dai 3 ai 5 anni senza possibilit\u00e0 di rielezione immediata, oppure 2 anni con possibilit\u00e0 di due rielezioni consecutive). Tali seggi dovrebbero essere assegnati ai diversi gruppi regionali, e in primo luogo a quelli sottorappresentati, in particolare il gruppo africano.<\/p>\n<p>Volutamente, il numero totale dei nuovi membri non \u00e8 specificato; tuttavia, alla luce delle precedenti proposte avanzate dal gruppo UfC e dei possibili candidati, si pu\u00f2 presumere che si aggiri attorno ai 10. Questa proposta potrebbe rappresentare una soluzione ponte per un doppio compromesso: con i membri del G4, in quanto garantirebbe un accesso facilitato e prolungato di alcuni Stati alla membership del Consiglio; con i Paesi africani, poich\u00e9 costituirebbe un passo avanti verso l\u2019obiettivo di una pi\u00f9 equa rappresentanza.<\/p>\n<p><b>Riconoscimento della dimensione regionale e ruolo dell\u2019Ue<\/b><br \/>\nLa dimensione regionale rappresenta un altro dei capisaldi della posizione italiana, che mira a rafforzare la rappresentanza delle nuove realt\u00e0 regionali anche attraverso l\u2019istituzione di meccanismi interni ai vari gruppi per la selezione e elezione dei loro rappresentanti in Consiglio. Ricevendo un mandato regionale, questi ultimi sarebbero maggiormente responsabili rispetto al proprio gruppo di appartenenza. La proposta prevede inoltre che le decisioni del Consiglio tengano in particolare conto la posizione della regione interessata, e che siano adottate solo dopo aver ottenuto il consenso di quest\u2019ultima. Attenzione particolare \u00e8 riservata dall\u2019Italia al ruolo dell\u2019Unione europea, sebbene la proposta di un seggio unico europeo in Consiglio sia stata per ora accantonata. \u00c8 in effetti una proposta che ha riscosso poco consenso anche tra gli stessi membri dell\u2019Ue, e appare prematura date le persistenti debolezze strutturali della politica estera europea. Sarebbe inoltre di difficile attuazione, poich\u00e9 richiederebbe una revisione della Carta Onu \u2013 la quale d\u00e0 l\u2019accesso all\u2019organizzazione solo alle entit\u00e0 statuali \u2013 e aprirebbe il vaso di Pandora della rappresentanza delle altre realt\u00e0 regionali.<\/p>\n<p>La proposta italiana prevede invece l\u2019istituzione di un nuovo seggio non permanente di pi\u00f9 lunga durata che dovrebbe essere attribuito a rotazione al gruppo Weog (che riunisce i Paesi dell\u2019Europa occidentale e altri) e al gruppo dei Paesi dell\u2019Europa orientale (Eeg), con l\u2019obiettivo di garantire un migliore accesso istituzionale dell\u2019Ue al Consiglio. In sostanza si vuole fare in modo che questo seggio venga sempre assegnato ad un Paese membro dell\u2019Ue, incaricato di presentare e difendere le posizioni europee in Consiglio, con la prospettiva di associarvi successivamente un rappresentante delle istituzioni Ue.<\/p>\n<p>Affidare ad uno Stato membro la rappresentanza europea non sembra una proposta particolarmente innovativa: in linea di principio, gi\u00e0 oggi gli stati europei membri del Consiglio sono vincolati dai Trattati a difendere le posizioni e l\u2019interesse dell\u2019Unione, nonch\u00e9 a coordinarsi con gli altri membri Ue. D\u2019altra parte l\u2019ipotesi di inserire un rappresentante istituzionale dell\u2019Ue all\u2019interno di una delegazione nazionale potrebbe rivelarsi di difficile attuazione: proposta dall\u2019Italia per il suo mandato biennale in Consiglio nel 2007-2008, fu respinta da altri membri dell\u2019Ue.<\/p>\n<p><b>Limitazione del potere di veto, maggiore trasparenza<\/b><br \/>\nLa posizione Italiana si spinge fino a proporre una limitazione dell\u2019utilizzo del diritto di veto, considerato un privilegio anacronistico e controproducente per il funzionamento dell\u2019organizzazione. Le ipotesi vanno da un appello all\u2019autolimitazione rivolto agli attuali detentori di questo diritto, all\u2019obbligo di motivazione del ricorso al veto davanti ai membri del Consiglio e dell\u2019Assemblea Generale, fino alla restrizione del suo utilizzo in casi di genocidio, crisi umanitarie e azioni rientranti nel Capitolo VI della Carta Onu. Questo tentativo italiano di arrivare a una limitazione del diritto di veto sembra destinato al fallimento data l\u2019opposizione degli attuali membri permanenti, ma potrebbe trovare un qualche riscontro in Assemblea Generale, dove la grande maggioranza degli Stati potrebbe chiedere una parziale revisione delle modalit\u00e0 di esercizio del veto.<\/p>\n<p>Nell\u2019ottica di una riforma globale delle Nazioni Unite e per un rilancio effettivo delle dinamiche multilaterali, l\u2019Italia sottolinea infine la necessit\u00e0 di garantire maggiore trasparenza e legittimit\u00e0 del Consiglio, attraverso pi\u00f9 frequenti riunioni pubbliche e l\u2019avvio di consultazioni regolari con tutti i membri Onu, nonch\u00e9 intensificando gli scambi con l\u2019Assemblea Generale e con gli altri organi principali.<\/p>\n<p><b>Prossime tappe<\/b><br \/>\nNonostante l\u2019atteggiamento aperto al confronto e al compromesso dimostrato dagli Stati in pi\u00f9 occasioni nel corso di questi negoziati, rimangono forti incertezze sull\u2019esito finale, sul quale peseranno molto le posizioni di Stati Uniti e Unione Africana (UA). L\u2019amministrazione Obama render\u00e0 pubblica la propria proposta solo dopo l\u2019estate: per ora \u00e8 emerso soltanto un atteggiamento contrario a formule transitorie che ritardino l\u2019adozione di un piano di riforma definitivo, nonch\u00e9 una propensione a limitare l\u2019ampliamento del Consiglio a 20-21 membri e a identificare subito eventuali nuovi membri permanenti, mantenendo un occhio di riguardo verso le rivendicazioni del Giappone. Quanto alla compagine africana, si attendono i risultati del vertice UA di Sirte a fine giugno.<\/p>\n<p>I Paesi membri dell\u2019Unione europea, dal canto loro, hanno visioni differenti sull\u2019obiettivo ultimo del processo di riforma e difficilmente potranno farsi promotori di una posizione comune nei negoziati in corso. C\u2019\u00e8 il rischio, ancora una volta, che queste divisioni compromettano la credibilit\u00e0 dell\u2019Ue come attore internazionale unico in grado di promuovere un multilateralismo efficace in ambito Onu, obiettivo pi\u00f9 volte proclamato nei documenti dell\u2019Unione.<\/p>\n<p><b>Il ruolo dell\u2019Italia<\/b><br \/>\nAd oggi, l\u2019unica proposta formale presentata nell\u2019ambito dei negoziati in corso \u00e8 quella del gruppo <i>Uniting for Consensus <\/i>e dell\u2019Italia. Sulla base dei risultati del primo giro di negoziati, il Presidente dell\u2019Assemblea Generale ha prodotto un documento di sintesi sulle principali proposte, che dovrebbe servire da base per la prossima serie di incontri. Tuttavia, l\u2019Italia e i Paesi africani hanno giudicato questo documento troppo appiattito sulle posizioni del G4, mettendo in discussione l\u2019imparzialit\u00e0 del Presidente dell\u2019Assemblea. Si ripropongono dunque vecchie e nuove contrapposizioni che, nonostante il dinamismo che caratterizza l\u2019attuale fase negoziale, rischiano di frenare nuovamente il processo verso una riforma effettiva del massimo organo dell\u2019Onu. In questo quadro il rinnovato attivismo diplomatico dell\u2019Italia potrebbe giocare un ruolo importante. Come gi\u00e0 in passato, l\u2019Italia sta dimostrando una peculiare capacit\u00e0 di avanzare proposte articolate e flessibili che, anche se ispirate ad alcuni precisi principi, possono offrire una seria base di discussione e compromesso per uscire dall\u2019impasse attuale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A febbraio sono ricominciati a New York i negoziati intergovernativi sulla riforma del Consiglio di Sicurezza (CdS) delle Nazioni Unite in un clima che appare pi\u00f9 dinamico e costruttivo che in passato. 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