{"id":64644,"date":"2009-01-09T17:12:53","date_gmt":"2009-01-09T16:12:53","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64644"},"modified":"2017-11-03T15:39:15","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:15","slug":"limpasse-strategica-israele","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/01\/limpasse-strategica-israele\/","title":{"rendered":"L\u2019impasse strategica di Israele"},"content":{"rendered":"<p>Come era prevedibile, dopo aver lasciato ad Israele un certo periodo di libert\u00e0 d\u2019azione, anche gli Stati Uniti si sono risolti a chiedere la fine delle ostilit\u00e0 a Gaza, consentendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di approvare una risoluzione in tal senso. Pur non essendo formalmente obbligatoria, la risoluzione \u00e8 un segnale politico forte che influenzer\u00e0 certamente le prossime mosse del governo israeliano. Probabilmente il nuovo Presidente eletto, Barack Obama, non perdonerebbe facilmente Israele se la sua inaugurazione, il prossimo 20 gennaio, dovesse essere offuscata dalla prosecuzione delle operazioni militari a Gaza. I tempi di questa operazione sono ormai limitati, e cos\u00ec anche i risultati che potranno essere conseguiti.<\/p>\n<p>Per sessant\u2019anni Israele \u00e8 sopravvissuto grazie alla forza delle sue armi. Le ripetute vittorie conquistate dalle Forze Armate israeliane, dal 1948 ad oggi, gli hanno permesso di consolidare il suo territorio e di imporsi a chi, inizialmente, gli negava il diritto di esistere e pensava di poterlo cancellare dalla carta geografica, inclusa una larga parte degli stessi arabi palestinesi. Tuttavia negli ultimi anni questo strumento si \u00e8 rivelato insufficiente.<\/p>\n<p>Nel 2006 Israele \u00e8 ancora riuscito ad ottenere un successo parziale contro la minaccia degli Hezbollah nel Libano meridionale, ed ora sta conducendo una dura e difficile campagna repressiva nei confronti di Hamas, nella striscia di Gaza, ma non sembra che si aspetti di conseguire nuove vittorie strategiche, capaci cio\u00e8 di rovesciare gli equilibri politici e militari e di imporre agli avversari la ricerca dell\u2019accordo e della pace, bens\u00ec pi\u00f9 modesti successi tattici, di breve durata e dai limitati effetti politici. Certo, Israele resta la maggiore potenza militare regionale, che nessun avversario \u00e8 oggi in grado di sconfiggere, ma sembra anche sempre meno capace di ottenere reali vittorie.<\/p>\n<p>Il problema non sembra essere militare, ma politico. In realt\u00e0, dopo la campagna militare contro gli Hezbollah, sembrava delinearsi la possibilit\u00e0 di un nuovo successo strategico, grazie ai negoziati con la Siria condotti attraverso i buoni uffici della Turchia. Un accordo di pace con Damasco, dopo quelli con il Cairo ed Amman, avrebbe mutato profondamente gli equilibri regionali, e rafforzato enormemente la sicurezza di Israele, anche se fosse stato pagato con la restituzione delle alture del Golan e altre concessioni minori.<\/p>\n<p>Sarebbe stato il coronamento della strategia impostata da Sharon, con il ritiro unilaterale da Gaza e il rifiuto di ulteriori negoziati globali sul futuro della Palestina. Ma qualcosa non ha funzionato, non sappiamo se a Gerusalemme o a Damasco (o pi\u00f9 probabilmente in ambedue i paesi). La guerra con Hamas (la cui direzione strategica, vedi caso, risiede proprio in Siria) \u00e8 probabilmente anche la spia di questo fallimento, pi\u00f9 che la sua causa.<\/p>\n<p>Per anni la classe dirigente israeliana ha dibattuto le diverse opzioni politiche a sua disposizione, a volte privilegiando la strada del dialogo diretto con i palestinesi, altre puntando ad un accordo con i maggiori paesi arabi confinanti. L\u2019opzione siriana \u00e8 stata molte volte evocata, in questo contesto, ma non \u00e8 mai riuscita a concretizzarsi, a differenza di quella egiziana o giordana. L\u2019interesse siriano nei confronti del Libano e le ripetute incursioni israeliane in territorio libanese hanno ulteriormente complicato il raggiungimento di un accordo con Damasco. E il rafforzarsi dei due partiti fondamentalisti armati (Hezbollah ed Hamas), ha portato al contempo ad un ulteriore deterioramento della situazione in Palestina e ha consentito all\u2019Iran, gi\u00e0 rafforzato dagli sviluppi in Iraq, di inserirsi prepotentemente nel gioco.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 rende il quadro strategico israeliano molto pi\u00f9 complesso e difficile. Al limite, Israele potrebbe ancora concepire una campagna militare vittoriosa contro la Siria, ma non ha la possibilit\u00e0 concreta di fare lo stesso nei confronti dell\u2019Iran (o dell\u2019Iraq se alla fine finisse sotto l\u2019influenza di Teheran) senza il contributo militare diretto degli Stati Uniti. In altri termini, non \u00e8 pi\u00f9 pienamente libero di agire e di decidere autonomamente. Per cui ripiega su operazioni militarmente e politicamente limitate, che per\u00f2 hanno il difetto di non essere risolutive.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 rende per\u00f2 anche pi\u00f9 complesso e improbabile il successo di una nuova iniziativa negoziale globale, poich\u00e9 moltiplica il numero degli interlocutori e allarga quindi l\u2019agenda a problematiche non direttamente collegate al futuro della Palestina, ma di interesse strategico per la Siria, l\u2019Iran, l\u2019Arabia Saudita e gli altri interlocutori regionali, spesso in duro contrasto tra loro.<\/p>\n<p>\u00c8 possibile immaginare approcci diversi? Uno spiraglio sembrava essersi delineato grazie alle parziali aperture di Israele nei confronti di alcune presenze internazionali di sicurezza, nel Sud del Libano (Unifil 2) e per qualche tempo anche a Gaza (alla frontiera con l\u2019Egitto). Siamo per\u00f2 ancora ben lontani dall\u2019ipotesi di affidare la sicurezza di Israele o anche solo il controllo dei territori palestinesi ad una coalizione internazionale. Se poi dovessimo assistere ad una ripresa massiccia degli attacchi verso Israele a partire dal Libano meridionale, senza che le forze libanesi e delle Nazioni Unite riescano a bloccarli, un tale spiraglio si chiuderebbe, forse per sempre.<\/p>\n<p>Qualsiasi soluzione negoziale dovrebbe evidentemente risolvere anche il problema Hamas. Gli Usa e l\u2019Ue hanno inserito tale fazione nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma il problema \u00e8 di capire se essa abbia la voglia e la capacit\u00e0 di evolvere politicamente, come in passato accadde per l\u2019Olp e Al Fatah. I segnali raccolti in questa direzione esistono, ma sono anche incerti, deboli e contraddittori e soprattutto mai espressi in modo unitario da una parte sostanziale della dirigenza politica di questo movimento. Alcuni pensano che esista un frattura potenziale tra i leader in esilio in Siria e quelli presenti a Gaza e nei territori palestinesi, altri ritengono che il dibattito interno coinvolga gruppi in ambedue i contesti, ma il fatto \u00e8 che nulla di tutto questo si concretizza in una precisa presa di posizione, e l\u2019attuale fase di scontro militare sembra pi\u00f9 compattare l\u2019insieme di Hamas attorno alla linea del rifiuto che approfondire i contrasti interni.<\/p>\n<p>Israele \u00e8 attualmente in un periodo di campagna elettorale e questo non facilita certo un dibattito approfondito sulle scelte strategiche. Tuttavia l\u2019insufficienza della sua tradizionale opzione militare diviene sempre pi\u00f9 evidente ed esige una risposta consapevole e di alto livello. Chiunque vinca queste elezioni, ammesso che riesca a vincerle in modo convincente, si trover\u00e0 di fronte alla necessit\u00e0 di ripensare una strategia che, dopo sessant\u2019anni di successi, sembra ora essere arrivata al limite della sua efficacia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come era prevedibile, dopo aver lasciato ad Israele un certo periodo di libert\u00e0 d\u2019azione, anche gli Stati Uniti si sono risolti a chiedere la fine delle ostilit\u00e0 a Gaza, consentendo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di approvare una risoluzione in tal senso. 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