{"id":64658,"date":"2008-06-16T17:23:41","date_gmt":"2008-06-16T15:23:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64658"},"modified":"2017-11-03T15:40:42","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:42","slug":"lunione-al-bivio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/06\/lunione-al-bivio\/","title":{"rendered":"L\u2019Unione al bivio"},"content":{"rendered":"<p>Si possono dire molte cose sui referendum, ma la realt\u00e0 \u00e8 che in genere, essi divengono tanto pi\u00f9 numerosi quanto pi\u00f9 la classe dirigente di un paese ha un problema di rappresentativit\u00e0 e di consenso interno: essa pensa cos\u00ec di recuperare la fiducia degli elettori. La realt\u00e0 per\u00f2 \u00e8 diversa: proprio in queste occasioni, quando \u00e8 chiamato ad esprimere il proprio voto, l\u2019elettore finisce col non pensare tanto alla materia oggetto del referendum quanto alla sua fiducia nella classe dirigente. Quindi vota spesso e volentieri contro di essa, tanto pi\u00f9 facilmente quando percepisce (a torto o a ragione) che un eventuale voto contrario \u00e8 sostanzialmente privo di costi diretti.<\/p>\n<p><b>Avanti con le ratifiche?<\/b><br \/>\nIl \u201cNo\u201d irlandese non \u00e8, quindi, una sconfitta della democrazia o la dimostrazione che non si pu\u00f2 chiamare il popolo ad esprimersi direttamente su questioni tanto complesse, quanto la riprova della incapacit\u00e0 di una classe dirigente, largamente favorevole al Trattato, di difenderlo con efficacia di fronte alla sua opinione pubblica. Ora il governo irlandese dovrebbe quanto meno avere il coraggio di trarne le conseguenze, dando le dimissioni e andando a nuove elezioni politiche interne. Se lo facesse avendo in programma la ratifica del trattato, e se vincesse le elezioni con un tale mandato, potrebbe decentemente riproporre la cosa ai suoi elettori o forse addirittura modificare la Costituzione che oggi li obbliga alla scelta referendaria. Questa sarebbe una soluzione \u201cpulita\u201d e tutta interna irlandese, e sarebbe forse anche quella pi\u00f9 corretta. Ci sono alternative?<\/p>\n<p>L\u2019Europa ha comunque bisogno di una buona iniezione di consenso politico. L\u2019euro \u00e8 stato un grande successo, ma la moneta di per s\u00e9 non \u00e8 sufficiente per garantire un pi\u00f9 largo consenso, specie in un periodo di bassa crescita economica e di riduzione del potere d\u2019acquisto. Il rapido processo di allargamento seguito alla fine della Guerra Fredda, non compensato da un equivalente \u201capprofondimento\u201d istituzionale ha accentuato le caratteristiche tecnocratiche dell\u2019Europa e ha fatto impallidire il disegno politico iniziale. La svolta negativa si \u00e8 probabilmente consumata a Nizza, quando il Consiglio Europeo ha perso l\u2019occasione di rafforzare il processo di integrazione e ha invece accettato il rafforzarsi delle identit\u00e0 nazionali all\u2019interno dell\u2019Unione. La dimensione intergovernativa \u00e8 anche quella meno democratica, ed \u00e8 strutturalmente in contraddizione con un\u2019evoluzione in senso \u201ccostituzionale\u201d dei Trattati.<\/p>\n<p>L\u2019ultima manovra, approvata a Lisbona, per uscire dalla crisi provocata dai \u201cNo\u201d dei francesi e degli olandesi non era certo tale da ispirare un grande consenso popolare: era ed aveva tutta l\u2019apparenza di una semplice manovra tattica concepita per aggirare il problema, senza peraltro cercare di porre rimedio alle sue cause profonde.<\/p>\n<p>Che fare? Tatticamente ha probabilmente ragione il Presidente Napolitano. Bisogna insistere per avere il massimo possibile delle ratifiche a breve e poi andare ad un Consiglio Europeo per costringere l\u2019Irlanda ad un opting out volontario o forzoso (o ad un ripensamento politico interno). Il limite di questa strategia \u00e8 che altri paesi potrebbero oggi nascondersi dietro Dublino, in particolare il Regno Unito e la Repubblica Ceca. \u00c8 augurabile che il governo italiano non decida anch\u2019esso di soprassedere, e proceda rapidamente alla ratifica del Trattato.<\/p>\n<p>Il successo o l\u2019insuccesso di una simile strategia, tuttavia, dovrebbe essere verificato a breve. La sua riuscita potrebbe permettere di chiudere positivamente questo faticoso capitolo. Condizione della riuscita sar\u00e0 evidentemente il funzionamento a pieno ritmo del \u201ccouple exemplaire\u201d Merkel-Sarkozy, e magari anche della nuova \u201centente amicale\u201d stretta tra Brown e Sarkozy. Un ruolo importante potrebbe essere giocato anche dal Parlamento Europeo, se si pronunciasse decisamente a favore di una tale scelta. Purtroppo per\u00f2 non \u00e8 l\u2019ipotesi pi\u00f9 probabile.<\/p>\n<p>In compenso \u00e8 improponibile l\u2019idea di ripercorrere nuovamente la strada di una riscrittura del Trattato, come \u00e8 stato fatto a Lisbona, sia perch\u00e9 questa strategia \u00e8 gi\u00e0 fallita una volta, sia perch\u00e9 non \u00e8 affatto chiaro quale riscrittura potrebbe risolvere il problema di fondo della scarsa attrattiva popolare di questo strumento. Al contrario, un nuovo processo di revisione potrebbe addirittura essere pi\u00f9 dannoso del puro e semplice abbandono del Trattato, se non altro perch\u00e9 renderebbe chiaro a tutti quanto l\u2019Unione sia ricattabile anche da parte di infime minoranze.<\/p>\n<p><b>Nucleo federalista o modello funzionalista<\/b><br \/>\nL\u2019unica altra strada percorribile diviene allora quella di un profondo ripensamento dell\u2019intera costruzione europea, che consenta di avviare un nuovo e pi\u00f9 forte processo integrativo. Le strade possibili potrebbero essere almeno due.<\/p>\n<p>La prima, che punta su un modello funzionalista, porta a concepire un\u2019Unione multipla: lanciare cio\u00e8 alcune iniziative forti (come quella dell\u2019euro), che implichino contenuti integrativi e cessioni di sovranit\u00e0 nazionale, e che raccolgano paesi \u201cwilling and able\u201d, attorno ad alcune politiche \u201cchiave\u201d, di grande importanza per il nostro futuro. Penso ad esempio ad un\u2019Unione di Difesa e Sicurezza (che metta insieme la Pesd, la Pesc e gli Affari interni), ad un\u2019Unione dell\u2019Energia e dell\u2019Ambiente (che risponda alla crisi petrolifera e a quella ambientale), e ad un\u2019Unione per l\u2019Industria e lo Sviluppo, che consenta di accrescere il peso delle politiche economiche comuni da affiancare alla moneta. Il rischio \u00e8 che queste diverse Unioni non vedano tutte la partecipazione degli stessi paesi e che siano caratterizzate da un peso eccessivo delle strutture intergovernative rispetto a quelle \u201ccomunitarie\u201d, finendo cos\u00ec per diluire definitivamente la prospettiva di una maggiore unificazione e coerenza dell\u2019insieme dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>La seconda potrebbe invece puntare al varo di un nucleo federalista e costituzionalista che si imponga all\u2019interno dell\u2019Ue, ma in modo indipendente da essa. Tale nuova Unione potrebbe restare all\u2019interno dell\u2019Ue attuale, agendo per\u00f2 come un soggetto unico pi\u00f9 integrato, e costruendo quindi anche le sue istituzioni federali distinte da quelle dell\u2019Ue, che diverrebbe cos\u00ec semplicemente l\u2019area multilaterale economica e di libero scambio all\u2019interno della quale la nuova entit\u00e0 europea potrebbe agire come oggi agiscono i singoli governi nazionali. Il rischio \u00e8 che un tale soggetto non veda la partecipazione di alcuni paesi, come il Regno Unito o l\u2019Olanda, che sono soggetti importanti per alcune politiche come la Difesa e Sicurezza. Ma tant\u2019\u00e8, con loro si potr\u00e0 sempre procedere con cooperazioni ad hoc.<\/p>\n<p>Ambedue le soluzioni richiederebbero naturalmente una capacit\u00e0 forte di decisione politica delle classi dirigenti e una ambiziosa visione strategica. Non so se sia nelle corde dei governi attuali, ma non \u00e8 una buona ragione per non proporle.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si possono dire molte cose sui referendum, ma la realt\u00e0 \u00e8 che in genere, essi divengono tanto pi\u00f9 numerosi quanto pi\u00f9 la classe dirigente di un paese ha un problema di rappresentativit\u00e0 e di consenso interno: essa pensa cos\u00ec di recuperare la fiducia degli elettori. 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