{"id":64676,"date":"2009-06-10T17:59:15","date_gmt":"2009-06-10T15:59:15","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64676"},"modified":"2017-11-03T15:38:52","modified_gmt":"2017-11-03T14:38:52","slug":"libano-voglia-democrazia-consociativismo-confessionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/06\/libano-voglia-democrazia-consociativismo-confessionale\/","title":{"rendered":"Il Libano tra voglia di democrazia e consociativismo confessionale"},"content":{"rendered":"<p>I libanesi sono andati alle urne in un clima di relativa calma, lontano dalle violente tensioni che hanno segnato gli ultimi quattro anni di vita politica e sociale del Paese. A guardare le lunghe file di donne e uomini in attesa per ore sotto il sole per esprimere il loro voto, seguendo misure senza precedenti per assicurare la &#8220;massima trasparenza&#8221;, non si pu\u00f2 fare a meno di apprezzare un esercizio di democrazia cos\u00ec inconsueto nella regione araba: ha votato il 55% dell\u2019elettorato, una percentuale da record, molto superiore al 45,8% del 2005.<\/p>\n<p>La democrazia libanese, con tutti i limiti di un consociativismo confessionale che favorisce le \u00e9lites (<i>nukhab<\/i>) e danneggia la gente comune (<i>ahali<\/i>), ha offerto una discreta prova di s\u00e9. Trasmettendo l&#8217;impressione che il Libano, nonostante la sua asfittica dimensione geografica e l&#8217;instabile contesto regionale, abbia forti margini di crescita politica.<\/p>\n<p><b>Equilibri politici e rapporti di forza sul terreno<\/b><br \/>\nIl verdetto elettorale in senso stretto rischia invece di offrire un&#8217;immagine fuorviante del prossimo futuro: la vittoria della coalizione capeggiata dal partito sunnita della famiglia Hariri e sostenuta dagli Usa e dall&#8217;Arabia Saudita (71 seggi) sul blocco guidato dal movimento sciita filo-iraniano Hezbollah e che comprende anche il partito del maronita Michel Aoun (57 seggi) non deve far pensare a una netta prevalenza dei primi sui secondi.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 nel 2005, in un contesto politico per certi aspetti diverso (c&#8217;era stato l&#8217;accordo quadripartito tra Hezbollah, Hariri, cristiani anti-Aoun, drusi filoccidentali), in Parlamento si insedi\u00f2 una maggioranza (72 seggi) fino ad oggi definita &#8220;antisiriana&#8221;, che si opponeva non solo all&#8217;influenza politica di Damasco, ma anche ai disegni regionali di Teheran. Nonostante quella maggioranza, la cronaca di questi ultimi quattro anni ha dimostrato in modo fin troppo evidente che gli equilibri parlamentari non necessariamente sono lo specchio dei rapporti di forza sul terreno e di quelli nella regione.<\/p>\n<p>Cos\u00ec Hezbollah, pur riconoscendo la &#8220;vittoria&#8221; degli avversari (n\u00e9 il suo leader Nasrallah n\u00e9 altri rappresentanti del partito hanno pronunciato la parola &#8220;sconfitta&#8221;), ha immediatamente spostato l&#8217;accento sul &#8220;plebiscito&#8221; di voti che si \u00e8 avuto per la &#8220;resistenza&#8221; (espressione che indica il Partito in ogni sua forma, specialmente quella militare) nel sud e nella parte settentrionale della valle della Beqaa (distretti di Baalbeck e Hirmil). E non \u00e8 pura propaganda: assieme al paravento Amal (formazione che da anni esiste solo in funzione di Hezbollah, per dare l&#8217;immagine di una comunit\u00e0 sciita &#8220;plurale&#8221;), il Partito di Dio controlla dal punto di vista politico, sociale e militare ampi territori chiave del Libano, compresi il confine con Israele e quello con la Siria. Oggi, nel nuovo Parlamento, detengono in tutto 26 seggi (Amal 14, Hezbollah 12).<\/p>\n<p>La tanto dibattuta questione della legittimit\u00e0 dell&#8217;arsenale della milizia sciita continuer\u00e0 cos\u00ec ad esser discussa in Libano durante le inutili sessioni del &#8220;dialogo nazionale&#8221;, le periodiche riunioni tra i leader politici locali durante le quali non si va mai oltre i sorrisi e le strette di mano. Ma di fatto, oggi come ieri, nessuno ha il potere di imporre a Hezbollah di abbandonare le armi. Il governo israeliano guidato da Netaniahu e influenzato dalla politica del suo ministro degli esteri Lieberman rafforza la posizione del Partito di Dio. La retorica del &#8220;nemico esterno&#8221; \u00e8 quanto mai spendibile. Cos\u00ec come lo \u00e8 per la coppia Netaniahu-Lieberman: la minaccia delle armi di Hezbollah funge da fattore coesivo, che facilita il mantenimento del consenso interno.<\/p>\n<p><b>Il triangolo con Damasco e Teheran<\/b><br \/>\nAllargando lo sguardo alla regione, si attendono i risultati elettorali delle consultazioni in Iran, ma difficilmente lo stretto rapporto tra la Suprema Guida della Rivoluzione iraniana e Hezbollah potr\u00e0 cambiare. \u00c8 improbabile che un eventuale cambio di presidenza a Teheran porti a un mutamento della strategia del Partito di Dio in Libano e nel contesto inter-arabo.<\/p>\n<p>La Siria, dal canto suo, sembra esser rimasta a guardare, sia durante l&#8217;accesa campagna elettorale sia immediatamente dopo la diffusione dei risultati. La stampa vicina al regime ha espresso tuttavia dubbi sulla legittimit\u00e0 della vittoria dei &#8220;lealisti&#8221; (gli ex &#8220;antisiriani&#8221;), accusandoli di aver comprato voti grazie ai soldi stranieri, implicitamente puntando il dito su Arabia Saudita e Stati Uniti. Analoghe accuse sono state peraltro rivolte anche dal campo lealista al blocco guidato da Hezbollah: l&#8217;Iran \u00e8 stato additato come il principale finanziatore della campagna elettorale dell&#8217;opposizione.<\/p>\n<p>Damasco non ha comunque molto da temere di fronte a questo nuovo scenario parlamentare. Per due motivi: il primo \u00e8 il clima di &#8220;riconciliazione inter-araba&#8221; degli ultimi mesi, che ha consentito tra l&#8217;altro un &#8220;abbraccio elettorale&#8221; tra gli alleati di Damasco e quelli di Riyad. Inoltre, le recenti aperture europee e statunitensi al regime di Damasco, lasciano alla casa degli al-Asad margini di manovra regionale maggiori del passato. La Siria non ha finora ceduto di un palmo sulla sua alleanza strategica con l&#8217;Iran e sul suo appoggio ai movimenti palestinesi radicali e a Hezbollah.<\/p>\n<p>Il secondo motivo di soddisfazione per la Siria \u00e8 che, a differenza del 2005, quando l&#8217;alleanza del &#8217;14 marzo&#8217; aveva una connotazione politica evidentemente &#8220;anti-siriana&#8221;, in Libano non tirano pi\u00f9 venti ad essa ostili. Fra gli eletti nelle liste di Hariri figurano personaggi che, se non sono proprio amici di Damasco, non sono certo suoi nemici. Per non parlare dei clienti libanesi della Siria approdati in Parlamento nelle liste dell&#8217;opposizione, con Hezbollah, Amal o con la Libera corrente patriottica (Lcp) del generale maronita Aoun. Anche lui, come il &#8217;14 marzo&#8217; nel nord del Libano, \u00e8 riuscito a imporsi nella sua roccaforte (Kasrawan, Monte Libano cristiano meridionale), grazie alla riemersione del notabilato locale, valorizzato dalla &#8220;nuova&#8221; legge elettorale, che prevede la divisione in micro-distretti rispetto alle macro-regioni delle consultazioni precedenti.<\/p>\n<p>Aoun ha poi stravinto in altre regioni (Jezzin, Baabda, Jbeil), grazie non solo all&#8217;elettorato cristiano, ma anche a quello sciita, presente in forze in quei distretti. Analogamente, ma a parti invertite, \u00e8 avvenuto a Zahle, roccaforte cattolica nella valle della Beqaa, dove i seguaci dei notabili sunniti della zona hanno portato alla vittoria i cristiani anti-Aoun, facendogli guadagnare sette seggi fondamentali per il raggiungimento della maggioranza parlamentare su scala nazionale.<\/p>\n<p>Per ricomporre questo quadro, manca ora la formazione del nuovo governo. In molti gi\u00e0 invocano un esecutivo di &#8220;unit\u00e0 nazionale&#8221;, la cui guida potrebbe essere affidata a una figura non troppo schierata (si parla gi\u00e0 del tripolino Najib Miqati, gi\u00e0 premier nel 2005, amico dei siriani ma eletto assieme agli Hariri). Una parte minoritaria di dicasteri potrebbe essere affidata a ministri dell&#8217;opposizione. Anche se non sar\u00e0 &#8220;di unit\u00e0 nazionale&#8221;, il prossimo governo comprender\u00e0 esponenti delle diverse aree confessionali e di differenti filiazioni regionali. Il tutto in linea col principio del consociativismo confessionale che fa tanto comodo alle \u00e9lites e danneggia la gran parte dei libanesi, che rischiano cos\u00ec, nonostante la crescente voglia di partecipazione democratica, di essere trattati ancora come sudditi, pi\u00f9 che come cittadini.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I libanesi sono andati alle urne in un clima di relativa calma, lontano dalle violente tensioni che hanno segnato gli ultimi quattro anni di vita politica e sociale del Paese. 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