{"id":64678,"date":"2009-01-07T18:01:38","date_gmt":"2009-01-07T17:01:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64678"},"modified":"2017-11-03T15:39:16","modified_gmt":"2017-11-03T14:39:16","slug":"hamas-rinascere-dalle-sue-ceneri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2009\/01\/hamas-rinascere-dalle-sue-ceneri\/","title":{"rendered":"Hamas potrebbe rinascere dalle sue ceneri"},"content":{"rendered":"<p>Gaza brucia ancora, ma le recenti cronache gi\u00e0 offrono alcune anticipazioni dei futuri scenari interpalestinesi e regionali che seguiranno la &#8220;Guerra della Striscia&#8221;. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente di voler distruggere Hamas con l&#8217;operazione &#8216;Piombo fuso&#8217;. \u00c8 questa una lezione appresa dalla guerra del 2006 contro Hezbollah in Libano: se Tel Aviv riuscisse a indebolire, ma non a sradicare il movimento radicale palestinese, sar\u00e0 pi\u00f9 difficile parlare di fallimento dell\u2019operazione militare.<\/p>\n<p><b>La dubbia efficacia di \u201cpiombo fuso\u201d<\/b><br \/>\nL&#8217;operazione israeliana mira a distruggere le infrastrutture militari di Hamas e, prima di tutto, ha l&#8217;obiettivo di smantellare la rete dei servizi di sicurezza e di polizia costituita negli ultimi 18 mesi dal movimento radicale per assicurarsi il controllo del territorio conquistato agli uomini di Fath nel giugno 2007. Non a caso, tra gli obiettivi colpiti nei primi giorni dell&#8217;offensiva, figurano le caserme di polizia e delle forze di sicurezza, il ministero degli interni con il carcere principale.<\/p>\n<p>Oltre a voler eliminare la minaccia dei razzi sul sud di Israele, i vertici dello Stato ebraico hanno considerato come obiettivo prioritario quello di impedire ad Hamas di riprendere il controllo del territorio forse anche in vista di un eventuale rientro nella Striscia degli uomini di Fath e dell&#8217;Autorit\u00e0 nazionale palestinese (Anp) del presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il timido, se non addirittura imbarazzante, atteggiamento tenuto durante la prima settimana di violenze dallo stesso Abbas di fronte all&#8217;uccisione di centinaia di quelli che lui chiama suoi &#8220;fratelli&#8221;, confermano questo disegno, condiviso anche dal regime egiziano.<\/p>\n<p>A Tel Aviv, al Cairo e a Ramallah hanno per\u00f2 forse preferito ignorare un dato evidente a tutti: l&#8217;aviazione e la fanteria israeliana potranno anche &#8220;estirpare&#8221; la presenza dei miliziani di Hamas dalla Striscia, ma questo territorio e la sua gente non potranno certo accettare, tantomeno dopo il &#8220;piombo fuso&#8221; fatto colare sulle loro teste, di sottomettersi alla volont\u00e0 israeliana o a quella dell&#8217;Autorit\u00e0 nazionale palestinese.<\/p>\n<p>Anche se Hamas dovesse esser sradicato da Gaza, come desidera il candidato premier israeliano e attuale ministro degli esteri, Tzipi Livni, un altro movimento od organizzazione nascer\u00e0 sulle ceneri di Hamas. Un movimento che sar\u00e0 caratterizzato da un carico di odio ancor maggiore verso lo Stato ebraico e con un fortissimo risentimento nei confronti sia dell&#8217;Anp che del regime egiziano di Muhammad Hosni Mubarak, sospettato di aver sostenuto dietro le quinte l\u2019intervento israeliano.<\/p>\n<p>Hamas inoltre \u00e8 oggi forte di un accresciuto consenso panarabo e panislamico: contrariamente a quanto accade in Occidente, nessuno dimentica nelle capitali arabe che la tregua, dichiarata finita dal movimento palestinese poco prima dell&#8217;avvio dei raid israeliani, \u00e8 stata infranta prima di tutto da Israele con l&#8217;uccisione di sette palestinesi nella Striscia di Gaza. L&#8217;appoggio morale e propagandistico di ampi settori del mondo arabo-islamico legittimer\u00e0 in futuro altre azioni, anche pi\u00f9 violente, da parte di Hamas o dal movimento che nascer\u00e0 dalle sue ceneri.<\/p>\n<p><b>Hamas non \u00e8 Hezbollah<\/b><br \/>\nLa capacit\u00e0 offensiva del movimento palestinese \u00e8 inferiore a quella degli sciiti del Partito di Dio (Hezbollah) libanese. Le dimensioni assai pi\u00f9 ridotte del territorio e la sua collocazione geografica sono i fattori che pi\u00f9 determinano questa debolezza. I quadri di Hamas non godono inoltre della stessa libert\u00e0 operativa, politica, diplomatica di cui godono i responsabili di Hezbollah. I paragoni che di recente sono stati tracciati da alcuni analisti tra la guerra in corso a Gaza e quella del 2006 in Libano, indotti forse dall&#8217;analogia delle immagini televisive delle macerie di Gaza e di quelle della periferia sud di Beirut, non sempre tengono conto di questa fondamentale differenza.<\/p>\n<p>Il Partito di Dio, al di l\u00e0 della retorica espressa incessantemente anche negli ultimi giorni per \u201csolidariet\u00e0 alla popolazione di Gaza\u201d, non ha dal canto suo alcuna intenzione di riaprire il fronte di guerra con Israele. Hezbollah non pu\u00f2 soccorrere militarmente Hamas per ovvii ostacoli geografici e logistici, ma cerca di sfruttare per propri interessi politici l&#8217;azione israeliana contro la Striscia. Le drammatiche immagini a cui tutti, nel mondo arabo, assistono da quasi due settimane, ha dato al Partito di Dio nuovamente il destro per sostenere che quella contro Israele \u00e8 una guerra \u201cgiusta\u201d e per difendere la scelta di mantenere un proprio arsenale militare.<\/p>\n<p>In Libano \u00e8 infatti ancora in corso la polemica politica sulla legittimit\u00e0 dell&#8217;arsenale di Hezbollah. Gli avversari del Partito di Dio sostengono che la sua ala armata deve integrarsi con l&#8217;esercito regolare di Beirut e rispondere agli ordini dei vertici delle forze armate. Il movimento sciita risponde invece affermando che l&#8217;esercito libanese \u00e8 troppo debole per costituire una difesa efficace contro Israele e che la &#8220;Resistenza islamica&#8221; (il braccio armato di Hezbollah) potrebbe perdere la sua forza se sottomessa alle decisioni politiche di Beirut.<\/p>\n<p>Proprio per evitare di riaprire a proprio svantaggio questa polemica, Hezbollah non pu\u00f2 attaccare Israele oggi in soccorso di Hamas. Almeno la met\u00e0 dei libanesi non accetterebbe di tornare sotto il fuoco nemico per aiutare i palestinesi, la cui presenza nel Paese dei Cedri sin dalla fine degli anni Sessanta ha sempre suscitato forti ostilit\u00e0 in ampi settori dell&#8217;opinione pubblica. Il fronte nord israeliano si potrebbe riaprire, quindi, solo se Israele fornisse a Hezbollah un valido pretesto. Finora per\u00f2, n\u00e9 l&#8217;uccisione un anno fa a Damasco di Imad Mughniye (alto responsabile del Partito di Dio) attribuita a Israele, n\u00e9 la giornaliera violazione dello spazio aereo libanese da parte di caccia di Tel Aviv, hanno costituito per i vertici sciiti e i loro padrini iraniani un motivo per ridare fuoco alle polveri. In coordinamento con Teheran, Hezbollah oggi punta soprattutto a danneggiare il pi\u00f9 possibile presso l&#8217;opinione pubblica arabo-islamica la gi\u00e0 traballante immagine dei regimi arabi sunniti filoamericani, Egitto, Giordania e Arabia Saudita.<\/p>\n<p><b>Il nodo egiziano\u2026<\/b><br \/>\nProprio l&#8217;Egitto, pi\u00f9 che il regno hascemita giordano e la casa reale saudita, continua a essere sotto il fuoco incrociato di critiche e accuse di complicit\u00e0 con Israele. Nelle piazze arabe in molti hanno trovato riprovevole la prontezza con cui Mubarak \u00e8 sembrato conformarsi alla linea di Israele e di Washington. Non \u00e8 un caso che il ministro degli esteri Livni si sia recato a colloquio proprio col presidente egiziano alla vigilia dell&#8217;inizio dei raid aerei. Come non \u00e8 un caso che l&#8217;Egitto si sia rifiutato per giorni di aprire il valico di Rafah. Il ministro degli esteri egiziano, Ahmad Abu al-Ghayth, intervistato dalla tv panaraba al-Arabiya, \u00e8 riuscito addirittura ad affermare, a conferma di quanto gi\u00e0 detto, che &#8220;Hamas non \u00e8 un&#8217;autorit\u00e0 legittima&#8221; e che &#8220;se Fath assumesse il controllo di Rafah, noi saremo pronti ad aprire il valico&#8221;. Non v&#8217;\u00e8 dubbio che per il Cairo, il movimento radicale palestinese, cos\u00ec legato alla Fratellanza musulmana egiziana, costituisce un serio pericolo alla stabilit\u00e0 del suo sistema politico.<\/p>\n<p><b>\u2026l\u2019attivismo turco\u2026<\/b><br \/>\nLa Turchia esce invece rafforzata e si conferma come il principale e pi\u00f9 autorevole polo di diplomazia regionale. Ad Ankara sono convinti che, in quanto musulmani laici membri della Nato e alleati da 12 anni di Israele, hanno tutte le carte in regola per parlare con chiunque. Il premier turco Tayyep Recep Erdogan, assieme ai suoi rappresentanti, \u00e8 stato il primo a sedersi a parlare con Hamas e con Abbas, con la Siria e l&#8217;Egitto, con l&#8217;Arabia Saudita e la Giordania. Da sola, Ankara non pu\u00f2 risolvere di certo la crisi, ma \u00e8 stato l&#8217;unico attore a essersi impegnato concretamente, al di l\u00e0 di appelli e condanne, nella prima settimana di \u201ccrisi\u201d. L&#8217;Unione europea \u00e8 invece rimasta al palo, limitandosi a chiedere un cessate il fuoco e la missione diplomatica di Bruxelles \u00e8 partita troppo in ritardo. Cos\u00ec come in ritardo era stata avviata la sua macchina di consultazione tra i membri. In un&#8217;area di primario interesse strategico, l&#8217;Ue ha perso l&#8217;ennesima occasione di mostrarsi come attore di mediazione alternativo agli Stati Uniti, quasi del tutto assenti (ma non giustificati) in questa crisi.<\/p>\n<p><b>\u2026e l\u2019attendismo siriano<\/b><br \/>\nLa Siria, al di l\u00e0 degli aiuti umanitari che ha inviato tramite la Giordania alla popolazione di Gaza e qualche timida iniziativa diplomatica accompagnata dagli immancabili anatemi contro &#8220;il terrorismo sionista&#8221;, si \u00e8 limitata ad attendere. Come vuole la tradizione, nelle gravi crisi regionali che non la riguardano direttamente, la diplomazia di Damasco preferisce aspettare. Per il momento, sulla scia dei suoi due alleati, Hezbollah e l&#8217;Iran, la Siria si gode il vento mediatico favorevole, mostrandosi come il difensore dei diritti del popolo palestinese.<\/p>\n<p>Attraverso canali non ufficiali, da Damasco sono per\u00f2 circolate nei giorni scorsi voci sull&#8217;interruzione dei colloqui di pace indiretti che, da maggio a settembre 2008, si sono svolti in Turchia con la mediazione dell&#8217;onnipresente Ankara. Voci in seguito confermate dal ministero degli esteri turco. Nel mezzo della &#8220;mattanza&#8221; ai danni dei palestinesi, la Siria non poteva certo non prendere le distanze da Israele. E lo ha fatto in questo modo, attraverso &#8220;fonti anonime&#8221; che hanno parlato alla stampa.<\/p>\n<p>\u00c8 invece probabile che i colloqui indiretti, per ora mai trasformatisi in negoziati diretti (che furono interrotti nel gennaio 2000), potranno riprendere forse gi\u00e0 tra qualche mese, quando lo sdegno e l\u2019orrore per il sangue versato a Gaza si saranno placati e, soprattutto, quando sar\u00e0 chiaro, dopo le elezioni del 10 febbraio in Israele, quale nuovo primo ministro guider\u00e0 la diplomazia dello Stato ebraico. La Siria ha bisogno di tenere aperta la porta \u2013 anche solo retorica \u2013 a un accordo di &#8220;pace&#8221; anche perch\u00e9 la restituzione delle Alture occupate del Golan continua a rimanere un obiettivo strategico della casa degli al-Asad di Damasco.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gaza brucia ancora, ma le recenti cronache gi\u00e0 offrono alcune anticipazioni dei futuri scenari interpalestinesi e regionali che seguiranno la &#8220;Guerra della Striscia&#8221;. 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