{"id":64810,"date":"2016-12-19T11:34:08","date_gmt":"2016-12-19T10:34:08","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64810"},"modified":"2017-11-03T15:14:48","modified_gmt":"2017-11-03T14:14:48","slug":"cambiamento-climatico-la-sfida-si-gioca-nel-sud","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/12\/cambiamento-climatico-la-sfida-si-gioca-nel-sud\/","title":{"rendered":"Cambiamento climatico, la sfida si gioca nel \u201cnuovo sud\u201d"},"content":{"rendered":"<p>In una recente conferenza Mark Carney, Governatore delle Bank of England e Presidente del Financial Stability Board, ha affermato che i cambiamenti climatici rappresentano un pericolo per la stabilit\u00e0 finanziaria.<\/p>\n<p>Pochi giorni prima, il G20 Green Finance Study Group, co-presieduto dalle banche centrali cinesi e britannica, aveva stimato in \u201cdecine di migliaia di miliardi di dollari\u201d gli investimenti necessari per mitigare i cambiamenti climatici, indicando le difficolt\u00e0 da superare per reperire i finanziamenti relativi.<\/p>\n<p>Difficolt\u00e0 che riguarderanno innanzi tutto i Paesi emergenti. Difatti, mentre le emissioni di gas a effetto serra dei Paesi Ocse sono stazionarie o in contrazione, quelle dei Paesi in vari stadi di sviluppo e in transizione (che collettivamente potremmo chiamare \u201cNuovo Sud\u201d) rappresentano oltre il 60% delle emissioni globali e sono in rapido aumento per effetto della crescita demografica, dello sviluppo economico e dell\u2019uso poco efficiente dell\u2019energia. Per tali motivi la sfida dei cambiamenti climatici si vincer\u00e0 o si perder\u00e0 nel \u201cnuovo sud\u201d.<\/p>\n<p><b>I costi dell\u2019efficientamento energetico<\/b><br \/>\nCi\u00f2 premesso, non \u00e8 facile districarsi tra le varie stime, diverse per oggetto e orizzonti temporali, degli investimenti necessari per raggiungere gli impegni di controllo delle emissioni assunti dai Paesi partecipanti alla CoP21.<\/p>\n<p>Secondo \u201cThe New Climate Economy Report\u201d del 2014, tra il 2015 e il 2030 ipotizzando livelli di business uguali a quelli usuali, l\u2019economia globale richieder\u00e0 investimenti in infrastrutture per 89mila miliardi di dollari, mentre la transizione verso un\u2019economia \u201clow carbon\u201d comporter\u00e0 investimenti addizionali per circa 14.500 miliardi di dollari, di cui 8.800 miliardi per efficientamento energetico e 4.700 miliardi per lo sviluppo di nuove tecnologie.<\/p>\n<p>Il rapporto riporta anche una stima dell\u2019Agenzia internazionale dell\u2019energia, Aie, secondo la quale nelle stesso periodo il settore energia dovr\u00e0 investire 45.000 miliardi di dollari ai quali, per contenere l\u2019aumento della temperature entro 2\u00b0C, si dovranno aggiungere altri investimenti per circa 12mila miliardi di dollari di cui due terzi circa, pari a 8mila miliardi, nel \u201cNuovo Sud\u201d.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima cifra non \u00e8 distante dalla stima della Banca Mondiale di 6.400 miliardi nei soli Paesi in via di sviluppo nei prossimi dieci anni. Peraltro nel \u201cWorld Energy Outlook 2016\u201d la Aie, pur mantenendo sostanzialmente invariata in 44mila miliardi di dollari la stima degli investimenti nei prossimi 15 anni, di cui il 20% in rinnovabili, ha aumentato in ben 23mila miliardi il costo addizionale dell\u2019efficientamento energetico.<\/p>\n<p><b>Dopo Cop21, scenario preoccupante<\/b><br \/>\nSi tratta di stime di larga massima e come tali vanno considerate.Comunque superano di un ordine di grandezza i 100 miliardi di dollari annui che in sede di Cop21 i Paesi avanzati si sono impegnati a fornire ai Paesi in via di sviluppo.<\/p>\n<p>Si prospetta, quindi, uno scenario preoccupante. La CoP21 ha avuto il merito storico di associare la maggior parte dei Paesi del \u201cnuovo sud\u201d allo sforzo della decarbonizzazione globale. Senza la loro partecipazione tale sforzo sarebbe vano. Molti di tali Paesi avranno per\u00f2 difficolt\u00e0 a rispettare gli impegni assunti, non tanto per ci\u00f2 che riguarda i trasferimenti di tecnologia e di \u201cbest practices\u201d, quanto per la difficolt\u00e0 di reperire i fondi per gli investimenti necessari.<\/p>\n<p>Tali considerazioni motivano i tentativi del G20 Green Finance Study Group di esplorare nuovi strumenti finanziari e la raccomandazione ai governi del G20 di creare nuove strutture legali \u201ccross border\u201d che li rendano attuabili.<\/p>\n<p>Le medesime considerazioni dovrebbero anche motivare un ripensamento delle politiche dell\u2019Unione europea, Ue. L\u2019Unione si \u00e8 data obiettivi via via pi\u00f9 ambiziosi, ma che prestano il fianco a tre ordini di critiche.<\/p>\n<p>Il primo \u00e8 che le misure sono state adottate in totale isolamento internazionale con l\u2019ambizione di fungere da esempio al resto del mondo (\u201cleading by example\u201d).<\/p>\n<p>Isolamento che l\u2019ha portata ad ignorare il Clean development mechanism, Cdm, il meccanismo di \u201ctrading\u201d delle riduzioni di emissioni con i Paesi in via di sviluppo istituito dal Protocollo di Kyoto, in favore di in uno strumento esclusivamente interno, l\u2019European Trading System, che non ha dato i risultati sperati e che, in termini di costi\/benefici, ha prodotto risultati inferiori a quelli del Cdm.<\/p>\n<p>L\u2019ambizione autarchica appare, dunque, alquanto pretenziosa ed utopistica e, comunque, dagli effetti globali limitati, visto che si ci si aspetta che la Ue produca solo il 9% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra. Effetti oltretutto dubbi perch\u00e9, seconda obiezione, il trasferimento di produzioni verso \u201cparadisi emissivi\u201d ha dato luogo a consumi di CO2 incorporata nei beni importati che alcune pubblicazioni stimano pari al 20% o addirittura al 40% della CO2 prodotta nella Ue, inficiando la portata delle riduzioni di emissioni statuite dalle sue Direttive.<\/p>\n<p>La terza obiezione si fonda sulla legge dei costi crescenti delle riduzioni interne. Gi\u00e0 ora questi sono ben pi\u00f9 alti in Italia, che vanta un\u2019intensit\u00e0 energetica del 18% inferiore alla media Ue, che non, ad esempio, in India. Poich\u00e9 la Ue intende ridurre le emissioni dell\u201980% entro il 2050, il divario non potr\u00e0 che aumentare esponenzialmente.<\/p>\n<p><b>Green economy e rilancio dell\u2019economia internazionale<\/b><br \/>\nSe le obiezioni anzidette non sono del tutto infondate, i costi, pesanti e crescenti, delle politiche di decarbonizzazione della Ue sono un esempio di uso inefficiente delle risorse.<\/p>\n<p>Le ingenti cifre sopra riportate confermano l\u2019opinione diffusa che la \u201cgreen economy\u201d potrebbe rilanciare l\u2019asfittica economia internazionale. Un rilancio all\u2019interno del quale l\u2019efficiente industria italiana avrebbe molto da dire. Il terreno principale della sfida e delle opportunit\u00e0 a venire sar\u00e0 il \u201cnuovo sud\u201d mentre il sentiero critico \u00e8 rappresentato dal reperimento dei finanziamenti necessari e, per quanto riguarda la Ue, dall\u2019apertura a una visione non autarchica, ma internazionale e globale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In una recente conferenza Mark Carney, Governatore delle Bank of England e Presidente del Financial Stability Board, ha affermato che i cambiamenti climatici rappresentano un pericolo per la stabilit\u00e0 finanziaria. 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